mercoledì 22 aprile 2020

Padre Raniero Cantalamessa, ofm cap. “BEATI I PURI DI CUORE PERCHÉ VEDRANNO DIO” Trieste, Cattedrale di San Giusto, 4 Marzo 2015

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

Padre Raniero Cantalamessa, ofm cap.
“BEATI I PURI DI CUORE PERCHÉ VEDRANNO DIO”
Trieste, Cattedrale di San Giusto, 4 Marzo 2015

Le beatitudini sono la mappa tracciata da Cristo per chi è alla ricerca della felicità. I termini beatitudine, beati, beatificare hanno acquistato un significato troppo ristretto, quasi di gergo religioso, e questo rischia di far dimenticare il suo significato più universale e più rispondente alle attese dell’animo umano. Beato significa felice! Le beatitudini evangeliche sono otto gradini verso la felicità.
Esse non sono un ideale di vita astratto, una specie di codice morale pensato a tavolino. Prima di essere proclamate, sono state vissute. Le beatitudini sono l’autoritratto di Gesú! È lui il vero povero di spirito, il mite, il puro di cuore, il pacifico, il perseguitato per la giustizia. Noi siamo chiamati dunque, questa sera, a contemplare un tratto della persona di Cristo. È lui, risorto, vivo e presente qui in mezzo a noi, che proclama di nuovo la sua grande parola: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8).
Nel pensiero di Gesù, la purezza di cuore non indica, una virtù particolare, ma una qualità che deve accompagnare tutte le virtù, perché esse siano davvero virtù, e non invece vizi mascherati da virtù. Il cuore, nel linguaggio biblico, è il centro più profondo dell’essere umano, quel nucleo intimo in cui sentimenti, desideri, volere e conoscere, hanno la loro sede. È da esso, dice Gesú, che dipende la qualità buona o cattiva di ogni parola e azione dell’uomo:

“Dal cuore provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo; ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo” (Mt 15, 19-20).

La beatitudine dei puri di cuore ha, di conseguenza, una gamma di applicazioni assai vasta. Ciò è stato notato fin dall’antichità da coloro che l’hanno commentata, fino al più recente di tutti, il nostro papa Francesco, che ha fatto di essa il tema del suo messaggio per la prossima Giornata mondiale della gioventù, nella Domenica delle Palme. La purezza di cuore consiste anzitutto nell’intenzione retta – di piacere a Dio, non agli uomini – con cui si compiono le proprie azioni. È quindi l’opposto dell’ipocrisia.
Non a torto, però, la tradizione ha visto in questa beatitudine anche un invito a coltivare la virtù della purezza, nel senso più comune di questo termine, in riferimento cioè all’amore e alla sessualità. Io ho deciso di scegliere proprio questa particolare applicazione e spiego subito perché. Fino a non molto tempo fa si parlava troppo di purezza;oggi se ne parla troppo poco, anzi non se ne parla proprio più.
La natura umana però non è cambiata nel frattempo e il problema di come gestire la propria sessualità rimane uno degli aspetti esistenzialmente più rilevanti della vita dell’uomo e della donna che condiziona tutti gli altri. I giovani soprattutto hanno diritto di conoscere il pensiero di Gesú su un argomento così scottante. Mi sforzerò perciò di mettere in luce che cosa la parola di Dio ha da dire all’uomo d’oggi in fatto di purezza e impurità e che Gesú ha racchiuso nella beatitudine dei puri di cuore.
  1. Le motivazioni cristiane della purezza
Cominciamo con le motivazioni cristiane di questa virtù. Nella Lettera ai Galati san Paolo scrive: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia pace, pazienza, benevolenza bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5, 22). Il termine greco originale, che traduciamo con “dominio di sé” è enkrateia. Esso ha una gamma di significati molto ampia; si può esercitare, infatti, il dominio di sé nel mangiare, nel parlare, nel trattenersi dall’ira, eccetera. Qui, però, come, del resto, quasi sempre nel Nuovo Testamento, esso sta a significare il dominio di sé in una sfera ben precisa della persona e cioè nell’ambito della sessualità. Lo desumiamo dal fatto che, poco sopra, elencando le “opere della carne”, l’Apostolo chiama porneia, cioè impurità, la cosa che si oppone al dominio di sé.
Abbiamo perciò due termini-chiave per comprendere la realtà di cui vogliamo parlare: uno positivo (enkrateia) e uno negativo (porneia), uno ci descrive la cosa e l’altro la sua mancanza, o il suo opposto. Ora, ho detto che il termine enkrateia significa, alla lettera, dominio di sé, padronanza del proprio corpo, e, in particolare, dei propri istinti sessuali. Ma che cosa significa porneia, il termine da cui deriva pornografia? Nelle traduzioni moderne della Bibbia, questo termine viene reso ora con prostituzione, ora con impudicizia, ora con fornicazione o adulterio e ora con altri vocaboli. L’idea di fondo contenuta nel termine porneia è, tuttavia, quella di “vendersi”, di alienare il proprio corpo, quindi di prostituirsi. (Il termine deriva dal verbo pernemi che significa “mi vendo”). Adoperando tale termine per indicare pressoché tutte le manifestazioni di disordine sessuale, la Bibbia viene a dire che ogni peccato di impurità è, in certo senso, un prostituirsi, un vendersi.
I termini usati da san Paolo ci dicono, dunque, che sono possibili, verso il proprio corpo e la propria sessualità, due atteggiamenti contrapposti, uno frutto dello Spirito e l’altro opera della carne; uno virtù e l’altro vizio. Il primo atteggiamento è conservare il dominio di sé e del proprio corpo; il secondo è, invece, vendere o alienare il proprio corpo, cioè disporre della sessualità a proprio piacimento, per scopi utilitaristici e diversi da quelli per i quali è stata creata; un fare dell’atto sessuale un atto venale, anche se l’utile non è sempre costituito dal denaro, come nel caso della prostituzione vera e propria, ma anche dal piacere egoistico fine a se stesso.
Quando, nel Nuovo Testamento, si parla della purezza e dell’impurità in semplici elenchi di virtù o di vizi, senza approfondire la materia, il suo linguaggio non differisce molto da quello dei moralisti pagani. Anch’essi infatti usavano correntemente i due termini enkrateia e porneia, dominio di sé e impurità. Chi si fermasse a questi soli termini, non vi coglierebbe, perciò, nulla di specificamente biblico e cristiano. Anche i moralisti stoici ed epicurei esaltavano il dominio di sé, ma lo facevano solo in funzione della tranquillità interiore, della impassibilità (apatheia) e dell’autopadronanza, ritenuta il bene supremo.
In realtà, però, dentro questi vecchi vocaboli pagani, c’è ormai un contenuto del tutto nuovo che scaturisce, come sempre, dal mistero pasquale di Cristo. Ciò è visibile nel seguente testo di san Paolo, che ebbe un influsso decisivo nella conversione di sant’Agostino:

“La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne” (Rom 13, 12-14).

Come si vede, alla dissolutezza sessuale viene opposto ormai, come suo contrario, il “rivestirsi del Signore Gesù Cristo”. I primi cristiani erano in grado di cogliere questo contenuto nuovo della purezza, perché esso era oggetto di catechesi specifica in altri contesti. Esaminiamo ora una di queste catechesi specifiche sulla purezza, per scoprire il vero contenuto e le vere motivazioni cristiane di questa virtù. Si tratta del testo di 1 Cor 6, 12-20.
Pare che i Corinzi – forse travisando una frase dell’Apostolo – adducessero il principio: “tutto mi è lecito”, per giustificare anche i peccati di impurità. Nella risposta dell’Apostolo è contenuta una motivazione assolutamente nuova della purezza che scaturisce dal mistero di Cristo. Non è lecito – egli dice – darsi all’impudicizia (porneia), non è lecito vendersi, o disporre di sé a proprio piacimento, per il semplice fatto che noi non ci apparteniamo più, non siamo nostri, ma di Cristo. Non si può disporre di ciò che non è nostro: “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo […] e che non appartenete a voi stessi?” (1 Cor 6, 15.19).
La motivazione pagana è, in certo senso, rovesciata; il valore supremo da salvaguardare non è più il dominio di sé, ma il “non dominio di sé”. “Il corpo non è per l’impudicizia ma per il Signore!” (1 Cor 6, 13): la motivazione ultima della purezza è, dunque, che “Gesù è il Signore!”. La purezza cristiana, in altre parole, non consiste tanto nello stabilire il dominio della ragione sugli istinti, quanto nello stabilire il dominio di Cristo su tutta la persona, ragione e istinti. C’è un salto di qualità pressoché infinito tra le due prospettive; nel primo caso, la purezza è in funzione di me stesso e della mia tranquillità; nel secondo caso, la purezza è in funzione di Cristo. Bisogna sforzarsi, certo, di acquistare il dominio di sé, ma solo per cederlo poi a Cristo.
Questa motivazione cristologica della purezza è resa più impellente da quello che san Paolo aggiunge nel medesimo testo: noi non siamo solo genericamente “di” Cristo, come sua proprietà o cosa sua, siamo il corpo stesso di Cristo, le sue membra! Questo rende tutto immensamente più delicato, perché vuol dire che, commettendo l’impurità, io prostituisco il corpo di Cristo, compio una sorta di odioso sacrilegio; uso “violenza” al corpo del Figlio di Dio. Dice l’Apostolo: “Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta?” (1 Cor 6, 15).
Alla motivazione cristologica, si aggiunge poi subito quella pneumatologica, cioè riguardante lo Spirito Santo: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?” (1 Cor 6, 19). Abusare del proprio corpo è dunque profanare il tempio di Dio; ma se uno distruggerà il tempio di Dio, Dio distruggerà lui (cf 1 Cor 3, 17). Commettere impurità è “contristare lo Spirito Santo di Dio” (cf Ef 4, 30).
L’Apostolo accenna anche a una motivazione escatologica, che si riferisce, cioè, al destino ultimo dell’uomo: “Dio, che ha risuscitato il Signore risusciterà anche noi” (1 Cor 6, 14). Il nostro corpo è destinato alla risurrezione; è destinato a partecipare, un giorno, alla beatitudine e alla gloria dell’anima. La purezza cristiana non si basa sul disprezzo del corpo, ma al contrario sulla stima grande della sua dignità. Il Vangelo – dicevano i Padri della Chiesa nel combattere gli gnostici – non predica la salvezza “dal” corpo, ma la salvezza “del” corpo.
Coloro che ritengono il corpo una “veste estranea”, destinata a essere abbandonata quaggiù, non possiedono i motivi che ha il cristiano per conservarla con decoro e dignità. I movimenti “libertini” nella storia sono sorti quasi sempre nel seno di correnti che predicavano uno spiritualismo radicale, come i catari. Scriveva un Padre della Chiesa del IV secolo, san Cirillo di Gerusalemme:

“Essendo il corpo unito all’anima in ogni azione, esso le sarà compagno pure in tutto quello che avverrà in futuro. Rispettiamo dunque, o fratelli, i nostri corpi e non abusiamone come di cose estranee; non diciamo, come gli eretici, che la veste corporea è qualche cosa di estraneo, ma rispettiamola come cosa che appartiene alla nostra persona. Di tutto quello che abbiamo fatto per mezzo del corpo dovremo rendere conto a Dio”.

Il poeta Charles Péguy, diceva la stessa cosa con una immagine:

“Così il corpo e l’anima sono come due mani giunte.
E l’uno e l’altra insieme entreranno insieme nella vita eterna.
E saranno due mani giunte
per qualcosa infinitamente più grande che la preghiera…
O tutti e due insieme ricadranno come due polsi legati.
Per una cattività eterna”.

L’Apostolo concludeva quella sua catechesi sulla purezza con l’appassionato invito: “Glorificate, dunque, Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6, 20). Il corpo umano è dunque per la gloria di Dio ed esprime questa gloria quando la persona vive la propria sessualità e la sua intera corporeità in obbedienza amorosa alla volontà di Dio, che è come dire: in obbedienza al senso stesso della sessualità, alla sua natura intrinseca e originaria che non è quella di vendersi, ma quella di donarsi.
Tale glorificazione di Dio attraverso il proprio corpo non esige la rinuncia all’esercizio della propria sessualità. Nel capitolo immediatamente successivo, cioè in 1 Cor 7, san Paolo spiega, infatti, che tale glorificazione di Dio si esprime in due modi e in due carismi diversi: o attraverso il matrimonio, o attraverso la verginità. Glorifica Dio nel suo corpo la vergine e il celibe, ma lo glorifica anche chi si sposa, purché ognuno viva le esigenze del proprio stato.
  1. Purezza, bellezza e amore del prossimo
Nella luce nuova, scaturita dal mistero pasquale, l’ideale della purezza occupa un posto privilegiato in ogni sintesi della morale cristiana del Nuovo Testamento. Non c’è, si può dire, una lettera di san Paolo in cui egli non dedichi a esso uno spazio, quando descrive la vita nuova nello Spirito (cf., per esempio, Ef 4, 17-5, 33; Col 3, 5-12). Tale esigenza fondamentale di purezza si specifica, di volta in volta, secondo i diversi stati di vita dei cristiani. Le epistole pastorali mostrano come deve configurarsi la purezza nei giovani, nelle donne, negli sposati, negli anziani, nelle vedove, nei presbiteri e nei vescovi; ci presentano la purezza nelle sue varie facce di castità, fedeltà coniugale, sobrietà, continenza, verginità, pudore.
Nel suo insieme, questo aspetto della vita cristiana determina quello che il Nuovo Testamento – in modo speciale, le Epistole pastorali – chiama la “bellezza” o il carattere “bello” della vocazione cristiana, che, fondendosi con l’altro tratto, quello della bontà, forma l’ideale unico della “buona bellezza”, o della “bella bontà”, per cui si parla indifferentemente sia di opere buone che di opere belle. La tradizione cristiana, chiamando la purezza la “bella virtù”, ha raccolto questa visione biblica, che esprime, nonostante gli abusi e le accentuazioni troppo unilaterali che pure ci sono stati, qualcosa di profondamente vero. La purezza infatti è bellezza!
Tale purezza è uno stile di vita, più che una singola virtù. Ha una gamma di manifestazioni che va al di là della sfera propriamente sessuale. C’è una purezza del corpo, ma c’è anche una purezza del cuore che rifugge, non solo dagli atti, ma anche dai desideri e dai pensieri “brutti” (cf Mt 5, 8.27-28). C’è poi una purezza della bocca che consiste, negativamente, nell’astenersi da parole oscene, da volgarità e insulsaggini (cf Ef 5, 4; Col 3, 8) e, positivamente, nella sincerità e schiettezza del parlare, cioè nel dire: “sì, sì” e “no, no”, a imitazione dell’Agnello immacolato “nella cui bocca non si trovò inganno” (cf 1 Pt 2, 22).
C’è infine – ed è oggi la cosa forse più necessaria e più difficile – una purezza o limpidezza degli occhi e dello sguardo. L’occhio – diceva Gesù – è la lucerna del corpo; se l’occhio è puro e chiaro, tutto il corpo è nella luce (cf Mt 6, 22 s; Lc 11, 34). San Paolo usa un’immagine molto suggestiva per indicare questo stile di vita nuovo: dice che i cristiani, nati dalla Pasqua di Cristo, devono essere degli “azzimi di purezza e di sincerità” (cf 1 Cor 5, 8). Il termine usato qui dall’Apostolo – eilikrinéia – contiene, per sé, l’immagine di una “trasparenza solare”. Nel testo citato sopra l’Apostolo parlava della purezza come di un’“arma della luce”.
Oggigiorno, si tende a contrapporre tra di loro i peccati contro la purezza e i peccati contro il prossimo e si tende a considerare vero peccato solo quello contro il prossimo. Si ironizza, talvolta, sul culto eccessivo accordato, in passato, alla “bella virtù”. Questo atteggiamento, in parte, è spiegabile; la morale aveva accentuato troppo unilateralmente, in passato, i peccati della carne, fino a creare delle vere e proprie nevrosi, a scapito dell’attenzione ai doveri verso il prossimo e a scapito della stessa virtù della purezza che veniva, in tal modo, immiserita e ridotta a virtù quasi solo negativa, la virtù di saper dire di no. Ora però si è passati all’eccesso opposto e si tende a minimizzare i peccati contro la purezza, a vantaggio (spesso soltanto verbale) di un’attenzione al prossimo.
L’errore di fondo sta nel contrapporre queste due virtù. La parola di Dio, lungi dal contrapporre purezza e carità, le collega invece strettamente tra di loro. Basta leggere il seguente brano della Prima lettera ai Tessalonicesi, per rendersi conto di come le due cose siano tra loro interdipendenti:

“Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito. Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri” (1 Tess 4, 3-9).

Purezza e amore del prossimo stanno tra loro come dominio di sé e donazione agli altri. Come posso donarmi, se non mi possiedo, ma sono schiavo delle mie passioni? Come posso donarmi agli altri, se non ho capito ancora ciò che mi ha detto l’Apostolo e cioè che non mi appartengo e che il mio stesso corpo non è mio, ma del Signore? È una illusione quella di credere di poter mettere insieme un autentico servizio ai fratelli, che richiede sempre sacrificio, altruismo, dimenticanza di sé e generosità, e una vita personale disordinata, tesa tutta a compiacere se stessi e le proprie passioni. Si finisce, inevitabilmente, per strumentalizzare i fratelli, come si strumentalizza il proprio corpo. Non sa dire dei “sì” ai fratelli chi non sa dire dei “no” a se stesso.
Una delle “scuse” che più contribuiscono a favorire il peccato di impurità, nella mentalità della gente, e a scaricarlo di ogni responsabilità è che, tanto, esso non fa del male ad alcuno, non viola i diritti e la libertà degli altri, a meno – si dice – che si tratti di violenza carnale. Ma a parte il fatto che esso viola il diritto fondamentale di Dio di dare una legge alle sue creature, questa “scusa” è falsa anche nei confronti del prossimo.
Non è vero che il peccato di impurità finisce con chi lo commette. Ogni peccato produce un’erosione dei valori e tutti insieme creano quella che Paolo definisce “la legge del peccato” e di cui illustra il terribile potere su tutti gli uomini (cf Rm 7, 14 ss). Nel Talmud ebraico si legge un apologo che illustra bene la solidarietà che c’è nel peccato e il danno che ogni peccato, anche personale, reca agli altri:
“Alcune persone si trovavano a bordo di una barca. Una di esse prese un trapano e cominciò a fare un buco sotto di sé. Gli altri passeggeri, vedendo, gli dissero: – Che fai? – Egli rispose: Che cosa importa a voi? Non sto forse facendo il buco sotto il mio sedile? – Ma essi replicarono: – Sì, ma l’acqua entrerà e ci annegherà tutti!”.

C’è da aggiungere che la purezza non predispone soltanto a un giusto rapporto con se stessi e con il prossimo, ma anche a un intimo e familiare rapporto con Dio. Lo sottolinea continuamente sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Non ci si può mettere in preghiera con il cuore impuro; l’esperienza stessa dimostra che è impossibile. Non ci si può “elevare” a Dio che è spirito, se si è tenuti prigionieri dalla carne che è materia. Sarebbe come se un uccello pretendesse di prendere il volo, mentre è stato preso al “laccio” ed è immobilizzato al suolo da un filo. San Pietro scriveva ai primi cristiani: “Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera” (1 Pt 4, 7).
  1. Purezza e rinnovamento
Studiando la storia delle origini cristiane, come ho dovuto fare io per tanti anni, si vede con chiarezza che due furono i principali strumenti con cui la Chiesa riuscì a trasformare il mondo pagano di allora; il primo fu l’annuncio della Parola, il kerygma, e il secondo la testimonianza di vita dei cristiani, la martyria. Nell’ambito della testimonianza di vita, due furono, di nuovo, le cose che maggiormente stupivano e convertivano i pagani: l’amore fraterno e la purezza dei costumi.
Già la Prima lettera di Pietro accenna allo stupore del mondo pagano di fronte al tenore di vita così diverso dei cristiani. “Essi trovano strano –notava l’apostolo – che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione” (1 Pt 4, 3-4). Gli Apologisti – cioè gli scrittori cristiani che scrivevano in difesa della fede, nei primi secoli della Chiesa – attestano che il tenore di vita puro e casto dei cristiani era, per i pagani, qualcosa di “straordinario e incredibile”. Si legge nella Lettera a Diogneto, un testo di questo periodo:

“Essi si sposano come tutti gli altri e hanno figli, ma non abbandonano i loro nati. Hanno comune la mensa, ma non il letto; vivono nella carne, ma non secondo la carne; dimorano sulla terra, ma sono, in realtà, cittadini del cielo.”

Un impatto straordinario sulla società pagana ebbe il risanamento della famiglia, che le autorità del tempo volevano riformare, ma di cui erano impotenti a frenare lo sfacelo. Uno degli argomenti sui quali san Giustino martire basa la sua Apologia indirizzata all’imperatore Antonino Pio, è questa: gli imperatori romani sono preoccupati di risanare i costumi e la famiglia e si sforzano di emanare, a tale scopo, opportune leggi, che si rivelano, però, insufficienti. Ebbene, perché non riconoscere quello che sono state capaci di ottenere le leggi cristiane presso coloro che le hanno accolte e l’aiuto che esse possono dare anche alla società civile?
Non bisogna pensare che la comunità cristiana fosse tutta esente da disordini e peccati in materia sessuale. San Paolo aveva dovuto riprendere un caso, addirittura, di incesto nella comunità di Corinto. Ma tali peccati venivano chiaramente riconosciuti come tali, denunciati e corretti. Non si esigeva di essere senza peccato, in questa materia, come nel resto, ma di lottare contro il peccato. L’adulterio era considerato, insieme con l’omicidio e l’apostasia, come uno dei tre peccati più grandi, tanto da fare discutere, per un certo tempo e in certi ambienti, se esso fosse o no remissibile con il sacramento della penitenza.
Ora facciamo un salto dalle origini cristiane ai nostri giorni. Qual è la situazione del mondo d’oggi, riguardo alla purezza? La stessa, se non peggiore, di quella di allora! Noi viviamo in una società che, in fatto di costumi, è ripiombata in pieno paganesimo e in piena idolatria del sesso. La tremenda denuncia che san Paolo fa dei vizi del mondo pagano, all’inizio della Lettera ai Romani, si applica, punto per punto, al mondo d’oggi, specie nelle società cosiddette del benessere (cf. Rm 1, 26-27.32).
È indubbio che certi giudizi della morale sessuale tradizionale andavano rivisti e che le moderne scienze dell’uomo hanno contribuito a fare luce su certi meccanismi e condizionamenti della psiche umana che tolgono o diminuiscono la responsabilità morale di certi comportamenti considerati, un tempo, peccaminosi. Ma questo progresso non ha nulla a che vedere con il pansessualismo di certe teorie permissivistiche che tende a negare ogni norma oggettiva in fatto di morale sessuale, riducendo tutto a un fatto di evoluzione spontanea dei costumi, cioè a un fatto di cultura.
Se esaminiamo da vicino la cosiddetta “rivoluzione sessuale” o, la più recente “rivoluzione dei generi” (gender revolution), ci accorgiamo, con spavento, che essa non è semplicemente una rivoluzione contro il passato, ma è, spesso, anche una rivoluzione contro Dio. È l’assurda presunzione umana di saper fare le cose meglio di come le ha progettate Dio. Non si tratta –si badi bene – di condannare i tentativi della scienza di migliorare i processi della natura. Questo è cosa giusta e conforme al volere di Dio che ha creato l’uomo dotato di intelligenza e di libertà per “dominare la terra” e la propria stessa natura. Quello che non si può accettare è il tentativo di stravolgere la natura.
  1. Sessualità e amore
Ma non voglio indugiare troppo a lungo a descrivere la situazione in atto intorno a noi, che, del resto, tutti conosciamo bene. A me preme, infatti, di scoprire e trasmettere cosa Dio vuole da noi cristiani in tale situazione. Dio ci chiama alla stessa impresa alla quale chiamò i nostri primi fratelli di fede: a “opporci a questo torrente di perdizione”. Ci chiama a far risplendere di nuovo, davanti agli occhi del mondo, la “bellezza” della vita cristiana. Ci chiama a lottare per la purezza. A lottare con tenacia e umiltà; non necessariamente a essere, tutti e subito, perfetti. In questo campo, più che altrove, la misericordia di Dio è sempre pronta a rialzare chi è caduto, perché, dice un salmo, “egli sa di che pasta siamo formati” (Sal 103, 14).
È questa una lotta antica quanto la Chiesa stessa. Ma oggi c’è qualcosa di nuovo che lo Spirito Santo ci chiama a fare: ci chiama a testimoniare al mondo l’innocenza originaria delle creature e delle cose. Il mondo è sprofondato molto in basso; il sesso – è stato scritto – ci è salito al cervello, con le conseguenze nefaste che costatiamo intorno a noi. Occorre qualcosa di molto forte, per rompere questa specie di narcosi e di ubriacatura di sesso. Bisogna tornare a proclamare il progetto di Dio sulla sessualità umana che è infinitamente più ricco e più bello e più rispondente alle aspirazioni dell’uomo e della donna, di tutte manipolazioni umane.
Il torto più grande che si può fare – e che si fa continuamente – alla sessualità umana è di separarla dall’amore, di separare l’eros dall’agape, l’amore di ricerca dall’amore di donazione. L’atto sessuale diventa fatalmente fine in se stesso, riducendo l’altro a semplice oggetto del proprio piacere. Nei film e in altri ambiti della vita, si chiama amore quello che è esattamente il suo opposto, cioè egoismo, se non addirittura violenza, fino a uccidere una donna e dire che si è fatto perché si era innamorati. Giustamente papa Francesco, nel suo messaggio ai giovani, insiste, su questo intimo legame tra amore e sessualità. Dice:

“Il periodo della giovinezza è quello in cui sboccia la grande ricchezza affettiva presente nei vostri cuori, il desiderio profondo di un amore vero, bello e grande. Quanta forza c’è in questa capacità di amare ed essere amati! Non permettete che questo valore prezioso sia falsato, distrutto o deturpato. Questo succede quando nelle nostre relazioni subentra la strumentalizzazione del prossimo per i propri fini egoistici, talvolta come puro oggetto di piacere. Il cuore rimane ferito e triste in seguito a queste esperienze negative […]. Nell’invitarvi a riscoprire la bellezza della vocazione umana all’amore, vi esorto anche a ribellarvi contro la diffusa tendenza a banalizzare l’amore, soprattutto quando si cerca di ridurlo solamente all’aspetto sessuale, svincolandolo così dalle sue essenziali caratteristiche di bellezza, comunione, fedeltà e responsabilità”.

Lo scopo della sessualità umana è inscritto nel progetto iniziale di Dio. “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. L’uomo è creato maschio e femmina per poter essere “immagine di Dio”, cioè un riflesso di quello che avviene in Dio stesso. In essa vediamo due persone –il Padre e il Figlio – che, stando l’uno davanti all’altro come un io e un tu, e amandosi producono (“spirano”) lo Spirito che è il vincolo d’amore che li unisce. Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie stanno l’uno davanti all’altro come un io e un tu; sono una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di sensibilità.
L’amore tra l’uomo e la donna nel matrimonio, o in vista di esso, non è l’unica realizzazione dell’immagine di Dio (poveri noi se fosse così!); lo è anche l’amore tra amici, tra fratelli, ogni specie di amore quando è vero amore. È certo però che l’amore sponsale tra l’uomo e la donna riveste, in questo, un ruolo unico; non per nulla è la forma di amore a cui la Bibbia ricorre più spesso per parlarci dell’amore di Dio per noi.
Il poeta Paul Claudel da questa spiegazione suggestiva del perché esiste “l’altro sesso”:

“L’uomo è un essere orgoglioso non c’era altro modo di fargli comprendere il prossimo che quello di farglielo entrare nella carne; non c’era altro mezzo per fargli capire la dipendenza, la necessità e il bisogno se non mediante la legge su di lui di questo essere differente [la donna], dovuta al semplice fatto che esso esiste”.

Aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’altro che è il prossimo, fino all’Altro con la lettera maiuscola che è Dio. Il matrimonio nasce nel segno dell’umiltà; è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura. Innamorarsi di una donna o di un uomo è fare il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e dire all’altro: “Io non basto a me stesso, ho bisogno del tuo essere”. Se, come pensava Schleiermacher, l’essenza della religione consiste nel “sentimento di dipendenza” (Abhaengigheitsgefuehl) di fronte a Dio, allora la sessualità umana è la prima scuola di religione.
L’amore ha bisogno –diceva Benedetto XVI nell’enciclica “Deus caritas est” di avere come orizzonte l’eternità, di essere “per sempre”. La prima promessa che si scambiano infatti gli innamorati (anche se il più delle volte se ne dimenticano presto) è: “Ti amerò per sempre”, “sarò tuo, o sarò tua, per sempre”. (La trasmissione TV da Terni per S. Valentino).
Quando è sincero e profondo, l’amore, non ha paura di legarsi, anzi lo desidera e ne sente bisogno. Un grande filosofo, Søren Kierkegaard, ha scritto: “Soltanto quando c’è il dovere di amare, allora soltanto l’amore è garantito per sempre contro ogni alterazione; eternamente liberato in beata indipendenza; assicurato in eterna beatitudine contro ogni disperazione”.
Il senso di queste parole alquanto ermetiche è il seguente. L’uomo che ama, più ama intensamente, più percepisce con angoscia il pericolo che corre questo suo amore, pericolo che non viene da altri che da lui stesso; egli sa bene infatti di essere volubile e che domani, ahimè, potrebbe già stancarsi e non amare più. E poiché adesso che è nell’amore vede con chiarezza quale perdita irreparabile questo comporterebbe, ecco che si premunisce “legandosi” all’amore con la legge e ancorando, in tal modo, il suo atto d’amore, che avviene nel tempo, all’eternità. Domandate, diceva questo filosofo, a dei veri innamorati se la prospettiva di doversi e potersi amare per sempre è per loro un peso o non invece suprema felicità.
Oggi ci si domanda sempre più spesso che rapporto ci può essere tra l’amore di due giovani e la legge del matrimonio e che bisogno ha l’amore di “vincolarsi”. Così sono sempre più numerosi coloro che sono portati a rifiutare, in teoria e in pratica, l’istituzione del matrimonio e a scegliere il cosiddetto amore libero o la semplice convivenza di fatto. Solo se si scopre, attraverso la parola di Dio, il profondo e vitale rapporto che c’è tra legge e amore, tra decisione e istituzione, si può rispondere correttamente a quelle domande e dare ai giovani un motivo convincente per “legarsi” ad amare per sempre e a non aver paura di fare dell’amore un “dovere”. Il dovere di amare protegge l’amore dalla “disperazione” e lo rende “beato e indipendente”, nel senso che protegge dalla disperazione di non poter amare per sempre.
  1. Puri di cuore!
Non basta più dunque una purezza fatta di paure, di tabù, di divieti, di fuga reciproca tra l’uomo e la donna, come se l’una fosse, sempre e necessariamente, un’insidia per l’altro e un potenziale nemico, più che un “aiuto”. In passato, la purezza si era ridotta, talvolta, almeno nella pratica, proprio a questo complesso di tabù, di divieti, e di paure, come se fosse la virtù a doversi vergognare davanti al vizio e non, invece, il vizio a doversi vergognare davanti alla virtù. Dobbiamo aspirare, grazie alla presenza in noi dello Spirito, a una purezza che sia più forte del vizio contrario; una purezza positiva, non solo negativa, che sia in grado di farci sperimentare la verità di quella parola dell’Apostolo: “Tutto è puro per chi è puro!” (Tt 1, 15) e di quest’altra parola della Scrittura: “Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (1 Gv 4, 4).
Dobbiamo cominciare con il risanare la radice che è il “cuore”, perché è da lì, ci ha detto Gesú, che esce tutto ciò che inquina veramente la vita di una persona.  Gesú ha proclamato: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!”. Essi vedranno veramente, cioè avranno occhi nuovi per vedere il mondo e Dio, occhi limpidi che sanno scorgere ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è verità e ciò che è menzogna, ciò che è vita e ciò che è morte. Occhi, insomma, come quelli di Gesú che vedeva tutte le cose, e in particolare il matrimonio, come esse erano “al principio”, nell’intenzione di   Dio che guardò la sua creazione “e vide che tutto era molto bello” (Gen 1,31). Con quale libertà Gesù poteva parlare di tutto: dei bambini, della donna, della gestazione, del parto. Occhi come quelli di Maria.
Dobbiamo innamorarci della bellezza, ma della bellezza vera, quella che le creature hanno ricevuto da Dio e che si rivela allo sguardo dei puri di cuore. La purezza non consiste più, allora, nel dire “no” alle creature, ma nel dire a esse “sì”; sì in quanto creature di Dio che erano, e restano, “molto buone”. Per poter dire questo “sì”, bisogna, tuttavia, passare attraverso la croce, perché dopo il peccato, il nostro sguardo sulle creature si è intorbidito; si è scatenata in noi la concupiscenza; la sessualità non è più pacifica, è diventata una forza ambigua e minacciosa che ci trascina contro la legge di Dio, a dispetto della nostra stessa volontà.
Così dicendo, ho già introdotto il discorso sui mezzi per acquistare e conservare la purezza. Il primo di questi mezzi, infatti, è proprio la mortificazione. La vera libertà interiore che permette di accostare ogni creatura nella luce, di ascoltare e accogliere ogni miseria, senza, tuttavia, rimanerne noi stessi inquinati, non è frutto di semplice abitudine al male. Non si ottiene, cioè, assaporando tutto e cercando di immunizzarsi, inoculandosi, in piccole dosi, il bacillo del male stesso che si vuole combattere; ma si ottiene spegnendo in noi il focolaio di infezione. Si ottiene, insomma, con la mortificazione: “Se, con l’aiuto dello Spirito, voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8, 13).
Parlando di purezza, è necessario, credo, ricordare soprattutto un tipo di mortificazione: quella degli occhi. L’occhio, si dice, è la finestra dell’anima. Quando ci sono in giro turbinii di vento che trasportano polvere e foglie, nessuno tiene le finestre della propria casa spalancate, perché la polvere ricoprirebbe tutto. Colui che ha creato l’occhio ha creato anche la palpebra per proteggerlo… Viviamo in una cultura che ha fatto dell’immagine il veicolo privilegiato del proprio spirito e mentalità. È un diluvio nel quale rischiamo di annegare tutti. Se vogliamo, in questa Quaresima, fare un digiuno veramente utile, che sia un digiuno dalle immagini, più che dai cibi.
Ricorriamo dunque alla mortificazione e ricorriamo anche alla preghiera. La purezza, infatti, è “frutto dello Spirito”, cioè dono di Dio, molto più che frutto del nostro sforzo, sebbene anche questo sia indispensabile. Sant’Agostino ci descrive la sua esperienza personale a questo riguardo. Scrive nelle Confessioni:

“Nella mia inesperienza credevo che la continenza dipendesse dalle proprie forze e io ero cosciente di non averne. Ero tanto stolto da ignorare quello che sta scritto e cioè che nessuno può essere continente se tu non glielo concedi (cf Sap 8, 21). E tu me lo avresti, senza dubbio, concesso, se con il gemito del mio cuore avessi bussato alle tue orecchie, e con salda fede avessi gettato in te la mia preoccupazione… Tu mi comandi la castità: ebbene, concedimi quello che mi chiedi e poi chiedimi quello che vuoi!.”

E sappiamo già che ottenne, in questo modo, la purezza. C’è un nesso strettissimo tra purezza e Spirito Santo: lo Spirito Santo, infatti, ci dona la purezza e la purezza ci dona lo Spirito Santo! La purezza attira in noi lo Spirito Santo, come lo attirò in Maria. Al tempo di Gesù, il mondo pullulava di spiriti “impuri” i quali agivano indisturbati tra gli uomini. Quando, dopo il suo battesimo nel Giordano, ripieno di Spirito Santo, Gesù entrò nella sinagoga di Cafarnao, un uomo posseduto da uno spirito impuro si mise a gridare: “Che c’entri con noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei! il Santo di Dio” (Mc 1, 24).
Chissà da quanto tempo quell’uomo era andato indisturbato nella sinagoga, senza che alcuno si accorgesse di nulla! Ma quando Gesù, che irradiava la luce e la fragranza dello Spirito, mise piede in quel luogo, lo spirito immondo fu smascherato, entrò in agitazione, non sostenne la sua presenza e uscì da quell’uomo. Questo è il grande, silenzioso, esorcismo, di cui c’è bisogno urgente anche oggi; questo è l’esorcismo che Gesù ci chiama a operare intorno a noi: scacciare gli spiriti impuri e lo spirito di impurità da noi e intorno a noi, ridando ai fratelli, specie ai giovani, la gioia di lottare per la purezza.


dal sito ufficiale della Diocesi di Trieste