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giovedì 19 giugno 2025

BENEDETTO XVI : S. CATERINA DA GENOVA - UDIENZA GENERALE DEL 12 GENNAIO 2011

 



Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di un’altra Santa che porta il nome di Caterina, dopo Caterina da Siena e Caterina da Bologna; parlo di Caterina da Genova, nota soprattutto per la sua visione sul purgatorio. Il testo che ne descrive la vita e il pensiero venne pubblicato nella città ligure nel 1551; esso è diviso in tre parti: la Vita propriamente detta, la Dimostratione et dechiaratione del purgatorio - più nota come Trattato - e il Dialogo tra l’anima e il corpo [1]. L’estensore finale fu il confessore di Caterina, il sacerdote Cattaneo Marabotto.

Caterina nacque a Genova, nel 1447; ultima di cinque figli, rimase orfana del padre, Giacomo Fieschi, quando era in tenera età. La madre, Francesca di Negro, impartì una valida educazione cristiana, tanto che la maggiore delle due figlie divenne religiosa. A sedici anni, Caterina venne data in moglie a Giuliano Adorno, un uomo che, dopo varie esperienze commerciali e militari in Medio Oriente, era rientrato a Genova per sposarsi. La vita matrimoniale non fu facile, anche per il carattere del marito, dedito al gioco d’azzardo. Caterina stessa fu indotta inizialmente a condurre un tipo di vita mondana, nella quale, però, non riuscì a trovare serenità. Dopo dieci anni, nel suo cuore c’era un senso profondo di vuoto e di amarezza.

La conversione iniziò il 20 marzo 1473, grazie ad una singolare esperienza. Recatasi alla chiesa di san Benedetto e nel monastero di Nostra Signora delle Grazie, per confessarsi, e inginocchiatasi davanti al sacerdote, “ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d’un immenso amor de Dio”, con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della bontà di Dio, che quasi ne svenne. Fu toccata nel cuore da questa conoscenza di se stessa, della vita vuota che conduceva e della bontà di Dio. Da questa esperienza nacque la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: “Non più mondo, non più peccati” (cfr Vita mirabile, 3rv). Caterina allora fuggì, lasciando in sospeso la Confessione. Ritornata a casa, entrò nella camera più nascosta e pianse a lungo. In quel momento fu istruita interiormente sulla preghiera ed ebbe coscienza dell’immenso amore di Dio verso di lei peccatrice, un’esperienza spirituale che non riusciva ad esprimere a parole (cfr Vita mirabile, 4r). E’ in questa occasione che le apparve Gesù sofferente, carico della croce, come spesso è rappresentato nell’iconografia della Santa. Pochi giorni dopo, tornò dal sacerdote per compiere finalmente una buona Confessione. Iniziò qui quella “vita di purificazione” che, per lungo tempo, le fece provare un costante dolore per i peccati commessi e la spinse ad imporsi penitenze e sacrifici per mostrare a Dio il suo amore.

In questo cammino, Caterina si andava avvicinando sempre di più al Signore, fino ad entrare in quella che viene chiamata “vita unitiva”, un rapporto, cioè, di unione profonda con Dio. Nella Vita è scritto che la sua anima era guidata e ammaestrata interiormente dal solo dolce amore di Dio, che le dava tutto ciò di cui aveva bisogno. Caterina si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per circa venticinque anni - come ella scrive - “senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio instrutta et governata” (Vita, 117r-118r), nutrita soprattutto dalla preghiera costante e dalla Santa Comunione ricevuta ogni giorno, cosa non comune al suo tempo. Solo molti anni più tardi il Signore le diede un sacerdote che avesse cura della sua anima.

Caterina rimase sempre restia a confidare e manifestare la sua esperienza di comunione mistica con Dio, soprattutto per la profonda umiltà che provava di fronte alle grazie del Signore. Solo la prospettiva di dar gloria a Lui e di poter giovare al cammino spirituale di altri la spinse a narrare ciò che avveniva in lei, a partire dal momento della sua conversione, che è la sua esperienza originaria e fondamentale. Il luogo della sua ascesa alle vette mistiche fu l’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, del quale ella fu direttrice e animatrice. Quindi Caterina vive un’esistenza totalmente attiva, nonostante questa profondità della sua vita interiore. A Pammatone si venne formando attorno a lei un gruppo di seguaci, discepoli e collaboratori, affascinati dalla sua vita di fede e dalla sua carità. Lo stesso marito, Giuliano Adorno, ne fu conquistato tanto da lasciare la sua vita dissipata, diventare terziario francescano e trasferirsi nell’ospedale per dare il suo aiuto alla moglie. L’impegno di Caterina nella cura dei malati si svolse fino al termine del suo cammino terreno, il 15 settembre 1510. Dalla conversione alla morte non vi furono eventi straordinari, ma due elementi caratterizzarono l’intera sua esistenza: da una parte l’esperienza mistica, cioè, la profonda unione con Dio, sentita come un’unione sponsale, e, dall’altra, l’assistenza ai malati, l’organizzazione dell’ospedale, il servizio al prossimo, specialmente i più bisognosi e abbandonati. Questi due poli – Dio e il prossimo – riempirono totalmente la sua vita, trascorsa praticamente all’interno delle mura dell’ospedale.

Cari amici, non dobbiamo mai dimenticare che quanto più amiamo Dio e siamo costanti nella preghiera, tanto più riusciremo ad amare veramente chi ci sta intorno, chi ci sta vicino, perché saremo capaci di vedere in ogni persona il volto del Signore, che ama senza limiti e distinzioni. La mistica non crea distanza dall’altro, non crea una vita astratta, ma piuttosto avvicina all’altro, perché si inizia a vedere e ad agire con gli occhi, con il cuore di Dio.

Il pensiero di Caterina sul purgatorio, per il quale è particolarmente conosciuta, è condensato nelle ultime due parti del libro citato all’inizio: il Trattato sul purgatorio e il Dialogo tra l’anima e il corpo. E’ importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra Santa è un elemento centrale e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca. Il primo tratto originale riguarda il “luogo” della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (cfr Vita mirabile, 171v). Abbiamo sentito del momento della conversione, dove Caterina sente improvvisamente la bontà di Dio, la distanza infinita della propria vita da questa bontà e un fuoco bruciante all’interno di se stessa. E questo è il fuoco che purifica, è il fuoco interiore del purgatorio. Anche qui c’è un tratto originale rispetto al pensiero del tempo. Non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio - come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi - e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra Santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità. L’anima - dice Caterina - si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (cfr Vita mirabile, 177r). E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio. L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato.

In Caterina si scorge la presenza di fonti teologiche e mistiche a cui era normale attingere nella sua epoca. In particolare si trova un’immagine tipica di Dionigi l’Areopagita, quella, cioè, del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come “superato e vinto e tutto fuor di sé”. Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza (cfr Vita mirabile, 246rv). Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio (cfr Vita mirabile, 179r).

Cari amici, i Santi, nella loro esperienza di unione con Dio, raggiungono un “sapere” così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di intelligentia fidei, di intelligentia dei misteri della fede, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di che cosa è il purgatorio.

Con la sua vita, santa Caterina ci insegna che quanto più amiamo Dio ed entriamo in intimità con Lui nella preghiera, tanto più Egli si fa conoscere e accende il nostro cuore con il suo amore. Scrivendo sul purgatorio, la Santa ci ricorda una verità fondamentale della fede che diventa per noi invito a pregare per i defunti affinché possano giungere alla visione beata di Dio nella comunione dei santi (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1032). Il servizio umile, fedele e generoso, che la Santa prestò per tutta la sua vita nell’ospedale di Pammatone, poi, è un luminoso esempio di carità per tutti e un incoraggiamento specialmente per le donne che danno un contributo fondamentale alla società e alla Chiesa con la loro preziosa opera, arricchita dalla loro sensibilità e dall’attenzione verso i più poveri e i più bisognosi. Grazie.

Benedetto XVI
Città del Vaticano, 12 gennaio 2011



[1] cfr Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio, Genova 1551.

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dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi


giovedì 16 settembre 2021

S. CATERINA FIESCHI ADORNO da GENOVA Sposa - Infermiera - Terziaria francescana e Mistica dell'Amore Purificante

 

15 settembre


Santa 
CATERINA FIESCHI ADORNO
da GENOVA
Sposa - Infermiera
Terziaria francescana 
Mistica dell'Amore Purificante




Genova, 1447 – 15 settembre 1510




Caterina Fieschi nacque a Genova nella primavera del 1447 da una nobile famiglia che diede alla chiesa due Papi: lnnocenzo lV e Adriano V. Si sposò giovanissima (13 gennaio1463) per motivi politici con Giuliano Adorno ed i primi anni furono molto infelici per il difficile carattere di lui. Caterina il 23 marzo 1473 ebbe la straordinaria visione di Cristo grondante sangue; la sua vita cambiò e decise di dedicarsi all’esercizio della carità.
Nel 1478 si ritirò col marito, da lei convertito, e divenuto terziario francescano, a vivere nell’ospedale cittadino di Pammatone aiutando gli ammalati e divenendone, nel 1489, amministratrice e Rettora.
Fu dotata da Dio di eccezionali grazie, tanto da essere annoverata tra le grandi mistiche del Cristianesimo. Dalla sua personale esperienza di purificazione (é detta la Santa del “puro amore“) è nato il suo aureo Trattato del Purgatorio. ll suo influsso fu determinante nella vita ecclesiale del tempo con il movimento del “Divino Amore" da lei ispirato e sulla spiritualità moderna attraverso la grande scuola francese dei secoli XVI - XVII.
Morì divorata dal fuoco dell' "Amore Purificatore", all’alba del 15 settembre del 1510.
Fu santificata nel 1737 dal Papa Clemente Xll e Pio Xll nel 1943 la proclamò Patrona degli Ospedali Italiani.
Il suo corpo si conserva integro nella Chiesa che, al titolo originario della SS. Annunziata, aggiunge quello di S. Caterina.



Martirologio Romano: A Genova, santa Caterina Fieschi, vedova, insigne per il disprezzo del mondo, i frequenti digiuni, l’amore per Dio e la carità verso i bisognosi e gli infermi.




Ricorrenze festive della Santa
22 marzo: Conversione
15 settembre: Festa Liturgica

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Caterina da Genova,
 discendente di una delle nobili famiglie di Genova, i Fieschi, seppe coniugare nella sua vita l’amore di Dio e l’amore degli altri andando ad abitare addirittura all’interno di un ospedale insieme con il marito. Oggi del monumentale Ospedale di Pammatone, che risaliva al 1420, restano soltanto lo scalone e il cortile, inglobati nel nuovo Palazzo di Giustizia che è sorto nel 1964 dopo la sua demolizione, e la cappella funebre di Santa Caterina da Genova che, costruita sulla stanza dov’era vissuta, e inglobata nella vicina chiesa della Santissima Annunziata di Portoria, dove affreschi del Ratti, del Raimondi e del Tagliafichi rappresentano suoi miracoli e visioni.

Caterina apparteneva dunque alla nobile famiglia dei Fieschi, conti di Lavagna e signori di decine di castelli lungo il crinale dell’Appennino e la Riviera di Levante sino alla Lunigiana; una famiglia che aveva dato alla Chiesa due papi, Innocenzo IV e Adriano V. Suo padre Giacomo aveva combattuto in mare come comandante di galee ed era stato nel biennio 1438-1439 viceré di Napoli per conto degli Angiò. Ma Caterina non riuscì a conoscerlo perché nacque pochi mesi dopo la sua morte, fra l’aprile e il maggio del 1447, quasi certamente in un palazzo della famiglia paterna, in vico Indoratori, all’angolo di via Conservatori del Mare.

Fu allevata dalla madre, Francesca di Negro, anche lei nobile, in un palazzo, oggi demolito, in vico del Fico, all’ango1o della piazza dei Cinque Lampadi, dove Caterinetta — cosi era chiamata in famiglia — trascorse l’infanzia e 1’adolescenza in un clima familiare sereno. Di questo periodo sappiamo soltanto che studiava in casa, come si usava nelle famiglie aristocratiche: qualche sacerdote le insegnò un po’ di latino suggerendole letture edificanti, da Domenico Cavalca a Jacopo da Varagine. Soltanto più tardi, da adulta, Caterina avrebbe letto Dante, il Petrarca e Jacopone da Todi.

A circa tredici anni “fu inspirata a entrare in religione” narra il suo primo biografo, Cattaneo Marabotto, nella Vita del 1551 “e si proferì ad uno monastero in Genova, che si domanda Madonna delle Gratie de Osservantiua, in lo quale era una sua sorella”. Ma era troppo giovane per essere accettata. D’altronde la sua poteva essere più che una vocazione il frutto di una profonda educazione religiosa e del desiderio di imitare la sorella. La madre superiora molto saggiamente rispose: “Mi dolgo non la poder contentar; se persevererà il Signore non la abandonerà”.

Caterina era già una bellissima adolescente e più che il convento le si addiceva il matrimonio: cosi pensavano i suoi familiari che a sedici anni la sposarono con Giuliano Adorno, che apparteneva a una delle grandi famiglie genovesi; un matrimonio politico, per sancire l’alleanza fra le due famiglie che nel passato avevano militato in campi opposti.

Non fu un’unione felice: Giuliano, che aveva quarant’anni, metà dei quali trascorsi nelle colonie genovesi dell’Egeo, era donnaiolo, crapulone, giocatore e disordinato. Aveva anche parecchi figli illegittimi tra cui Primofiore che Caterina avrebbe allevato con amore. D’altronde quel matrimonio l’aveva accettato per convenienza politica: sicché continuò la solita vita trascurando la moglie. La quale soffrì molto anche perché non era riuscita ad aver figli. E in questo primo periodo del matrimonio, tra il ’63 e il ‘73, che Caterina legge attentamente i grandi classici, qualche opera platonica e gli scrittori italiani del Duecento e del Trecento.

Ad un certo momento, spinta dalle amiche che la vedevano intristire in casa, decise di uscire più spesso, di partecipare alla vita mondana. Più tardi scrisse nel suo Diario spirituale: “Quand’io hebbi consentito alli disordini di questo corpo, sotto specie di necesità e che appresso alla necesità venne la superfluità, un poco tempo restai invilupata nel peccato, e quando fui in questo perdei la gratia, e restai secha e grave».

Si tende a considerare questa confessione esagerata e forse dovuta al suo biografo che ne trascriveva le parole. Sicché forse le sue “colpe gravi” non sono se non un topos agiografico per rendere più drammatica e luminosa la successiva “conversione fulminea” alla maniera di san Paolo.
La quale giunse il 22 marzo 1473: due giorni prima Caterina si era recata nella chiesa di San Benedetto e aveva chiesto al Signore di farla ammalare per molti mesi, costringendola nel letto, in modo che lei potesse rifiutare ogni invito e ogni rapporto sgradevole. Poi era tornata a casa dove viveva isolata digiunando, non parlando con nessuno, senza leggere né ricamare.


Il 22 marzo decise di andare a visitare nel convento di Nostra Signora delle Grazie la sorella Limbania che la vide sconvolta e tremante. Preoccupata, avvisò un prete, Albengo Manlio, che tanti anni prima era stato il solo a credere nella vocazione di Caterina e si trovava in quel momento nel convento. L’incontro cominciò a rasserenarla, tant’e vero che si lasciò convincere a confessarsi. Ma nel momento stesso in cui stava per aprire il suo animo al sacerdote perse improvvisamente la parola. “Ricevette” scrisse poi il suo biografo “una ferita al cuore d’un immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio”.
Il sacerdote intuì quel che doveva essere successo e quando Caterina gli disse “Padre, si ve piacesse, lasceria volentieri questa confessione ad altra volta» non sollevò obiezioni. La donna si rifugiò in casa dove nessuno osava disturbarla.




Il 23 marzo le apparve Gesù: “Se gli mostrò in Spirito, con la Croce in spalla, piovendo tutto sangue, in modo che le pareva che tutta la casa fusse piena di rivi di quello pretioso sangue, e lo vedeva tutto sparso per amore
”. Lo stesso Cristo le spiegò il significato della scena: “Vedi tu questo sangue? E’ sparso tutto per tuo amore e per soddisfare per li tuoi peccati”.

Il 24 Caterina finalmente si confessò. 
Comincia così il suo itinerario mistico che dopo la folgorazione e la visione passerà attraverso la fase di “vita purgativa”, che durerà quattro anni in espiazione delle colpe commesse in passato con severissime penitenze come l’uso del cilicio, l’austerità nei cibi e la continua preghiera. E’ in questo periodo che Caterina cominciò a comunicarsi quotidianamente, pratica che in quel tempo non era diffusa.

A questa prima fase succedette la seconda, dal 1477 al 1499: lo stato di “vita illuminativa” e “unitiva” con visioni celesti ed estasi durante le quali sembrava come morta. Ma spesso il battito del cuore diventava così intenso da costringerla a premersi il petto con le mani; oppure il suo corpo emanava un tale calore da spaventare chi le era vicino. La lettura dei Dialoghi, pur nell’insufficienza della parola, ci permette di ricostruire dall’esterno quel suo cammino che culminò nelle nozze mistiche con il Cristo.

Frutto di queste visioni è anche il Trattato del Purgatorio che i suoi discepoli scrissero su ispirazione della santa. Un testo illuminante dove per metafore e immagini è descritta la via purgativa dell’anima: “La rugine del peccato e l’impedimento; il fuoco va consumando la rugine, e cosi l’anima si va sempre più discoprendo alla corrispondenza di Dio”.

Ma Caterina rifugge da una visione troppo “terrena” delle indulgenze, come testimoniano questi due brani: “E se le (all’anima) è fatta alcuna elemosina da quelli del mondo, la quale elemosina le sminuisce il tempo, essa non si può voltare con affetto a vederla, ma lascia fare a Dio, che si paga a modo suo; imperoché se essa si potesse voltare, sarebbe una proprietà che le levarebbe la vista del volere divino, e che sarebbe un inferno”. E poi soggiunge: “Non ti fidare dicendo: io mi confeserò e poi piglierò l’indulgenza plenaria, e sarò in quel ponto purgato di tutti li miei peccati! Pensa che questa confessione e contritione, la quale bisogna per havere detta indulgenza plenaria, è cosi difficile ad haverla che se lo sapessi tremaresti di timore, e saresti più certo di non haverla che di poterla havere”.

Nello stesso tempo Caterina si occupava dei poveri cercando di aiutarli ed assisterli, e cosi faceva con i malati negli ospedali. In quest’opera associò molti amici laici e religiosi, dal sacerdote Cattaneo Marabotto, che diventò poi il suo confessore e biografo, a Ettore Vernazza che, ispirato dalla santa, fu il fondatore della Compagnia del Divino Amore, che si diffuse poi in altre città italiane, del Lazzaretto, alla foce del Bisagno, per curare appestati e lebbrosi, dell’Ospedaletto per i luetici, di un istituto nel quale si ricoveravano le fanciulle di alta condizione sociale cadute in miseria e di una fondazione per il riscatto dei liguri e dei naviganti rapiti dai Turchi.

Persino il marito fu conquistato dal “fuoco” e si fece terziario francescano partecipando alle attività caritative della moglie: finché intorno al 1478-1479 i due coniugi si trasferirono all’interno dell’Ospedale di Pammatone, decidendo di vivere castamente.

L’Ospedale di Pammatone, una delle prime forme europee di ospedale civico, era nato una cinquantina d’anni prima con una sezione femminile cui si aggiunse poi quella maschile; inffine, a partire dal 1474, era diventato ii grande ospedale di Genova, riunendo tutte le altre iniziative curative in un unico ente. In quell’ospedale Caterina fa di tutto: dall’infermiera, pulendo e disinfettando ferite e piaghe e somministrando medicine, a donna delle pulizie, spazzando e lavando, fino a dirigere l’ospedale come rettore dal 1490 al 1496 circa.

Non fu certo una vita facile quella dei due coniugi che in quell’ospedale spesero il resto della vita morendovi: il marito nel 1497, lei ii 15 settembre 1510, giorno che diventò la sua festa liturgica. Passarono attraverso cinque pestilenze prodigandosi coraggiosamente a rischio della vita, tant’e vero che la stessa Caterina si ammalo di peste nel 1493 per aver abbracciato un suo assistito: riuscì tuttavia a superare la malattia guarendo lentamente.


Dopo la morte del marito Caterina, molto stanca e malata, diminuisce i suoi impegni nell’ospedale: trascorre molte ore chiusa nella sua cella in preghiera. E finalmente, lei, che non ha mai avuto un direttore fisso, lo sceglie nella persona di padre Cattaneo Marabotto che diventerà poi anche rettore dell’ospedale.

Intorno al 1501 Caterina cominciò a peggiorare nonostante che da due anni avesse sospeso i digiuni. Soffriva di dolori in tutto il corpo che a volte erano insopportabili, come lame che la trafiggessero, e di emorragie abbondanti. Qualche agiografo ha congetturato che fosse colpita anche da un tumore allo stomaco o all’intestino. Quando mori era gialla come lo zafferano, colore che fa pensare anche a una disfunzione epatica.

Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata dove già c’era il marito. I1 30 aprile 1737 Clemente XII la canonizzò solennemente. In quell’occasione si svolse nella cattedrale un Te Deum alla presenza di tutte le autorità religiose e civili che volevano celebrare degnamente la canonizzazione di santa Caterina, già proclamata qualche anno prima patrona della Repubblica dal doge e dal senato.

Alfredo Cattabiani (1)



DAGLI INSEGNAMENTI DI S. CATERINA
(D = Dialogo spirituale - P = Purgatorio)


L'anima “non si poteva saziare” dei beni terreni.
“Quanto più li cercava “ tanto meno si quietava.
(D 17)

“Vedi tu questo sangue? Tutto si é sparso per
amor tuo e per riparazione dei tuoi peccati”.
(D 51)

“Da qui innanzi tutto quello che mi accadrà lo
voglio pigliare dalla benigna mano di Dio”.
(D 27)

“Voglio che, quando sarai chiamata, per far
opere di pietà a infermi e poveri d‘ogni sorte, tu ci
vada sempre, ancorché tu fossi a parlare con Dio".
(D 69)

“Le anime del Purgatorio sono tutte trasformate
nella volontà di Dio e si contentano in tutto ciò
che lui ha stabilito”.
(P 22)

“Non credo si possa trovare contentezza da
comparare a quella di un‘anima purgante”, anche
se soffre una “pena tanto estrema” che non si trova
lingua capace di esprimerla.
(P 4-5)



PREGHIERA




O gloriosa S. Caterina,
degna figlia di S. Francesco d’Assisi,
che emulasti nella pietà per la passione di Gesù
e nell’ardore della carità,
tanto da fare della tua vita
un continuo atto d’amore per Dio e per il prossimo,
volgi a noi il tuo sguardo.

Fa che nei nostri cuori si accenda
almeno una scintilla del tuo ardente amore,
che strappandoci dai vincoli del peccato,
ci unisca sempre più al Signore.

Sii ancora oggi consolatrice soave degli infermi,
ottenendo loro, con la salute del corpo,
la pace e la gioia dell’anima.
Stendi pure la tua preghiera sulla anime del Purgatorio,
affinché, quanto prima, possano godere
il pieno possesso di Dio.

Scampaci dalle disgrazie, allontana da noi ogni pericolo
ed ottienici la grazia di meritare,
praticando la virtù, la gloria del Paradiso.
Amen.







_________________________

(1) Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia, Rizzoli, Milano, 1993.