Visualizzazione post con etichetta '400. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta '400. Mostra tutti i post

giovedì 19 giugno 2025

BENEDETTO XVI : S. CATERINA DA GENOVA - UDIENZA GENERALE DEL 12 GENNAIO 2011

 



Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di un’altra Santa che porta il nome di Caterina, dopo Caterina da Siena e Caterina da Bologna; parlo di Caterina da Genova, nota soprattutto per la sua visione sul purgatorio. Il testo che ne descrive la vita e il pensiero venne pubblicato nella città ligure nel 1551; esso è diviso in tre parti: la Vita propriamente detta, la Dimostratione et dechiaratione del purgatorio - più nota come Trattato - e il Dialogo tra l’anima e il corpo [1]. L’estensore finale fu il confessore di Caterina, il sacerdote Cattaneo Marabotto.

Caterina nacque a Genova, nel 1447; ultima di cinque figli, rimase orfana del padre, Giacomo Fieschi, quando era in tenera età. La madre, Francesca di Negro, impartì una valida educazione cristiana, tanto che la maggiore delle due figlie divenne religiosa. A sedici anni, Caterina venne data in moglie a Giuliano Adorno, un uomo che, dopo varie esperienze commerciali e militari in Medio Oriente, era rientrato a Genova per sposarsi. La vita matrimoniale non fu facile, anche per il carattere del marito, dedito al gioco d’azzardo. Caterina stessa fu indotta inizialmente a condurre un tipo di vita mondana, nella quale, però, non riuscì a trovare serenità. Dopo dieci anni, nel suo cuore c’era un senso profondo di vuoto e di amarezza.

La conversione iniziò il 20 marzo 1473, grazie ad una singolare esperienza. Recatasi alla chiesa di san Benedetto e nel monastero di Nostra Signora delle Grazie, per confessarsi, e inginocchiatasi davanti al sacerdote, “ricevette - come ella stessa scrive - una ferita al cuore, d’un immenso amor de Dio”, con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della bontà di Dio, che quasi ne svenne. Fu toccata nel cuore da questa conoscenza di se stessa, della vita vuota che conduceva e della bontà di Dio. Da questa esperienza nacque la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: “Non più mondo, non più peccati” (cfr Vita mirabile, 3rv). Caterina allora fuggì, lasciando in sospeso la Confessione. Ritornata a casa, entrò nella camera più nascosta e pianse a lungo. In quel momento fu istruita interiormente sulla preghiera ed ebbe coscienza dell’immenso amore di Dio verso di lei peccatrice, un’esperienza spirituale che non riusciva ad esprimere a parole (cfr Vita mirabile, 4r). E’ in questa occasione che le apparve Gesù sofferente, carico della croce, come spesso è rappresentato nell’iconografia della Santa. Pochi giorni dopo, tornò dal sacerdote per compiere finalmente una buona Confessione. Iniziò qui quella “vita di purificazione” che, per lungo tempo, le fece provare un costante dolore per i peccati commessi e la spinse ad imporsi penitenze e sacrifici per mostrare a Dio il suo amore.

In questo cammino, Caterina si andava avvicinando sempre di più al Signore, fino ad entrare in quella che viene chiamata “vita unitiva”, un rapporto, cioè, di unione profonda con Dio. Nella Vita è scritto che la sua anima era guidata e ammaestrata interiormente dal solo dolce amore di Dio, che le dava tutto ciò di cui aveva bisogno. Caterina si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per circa venticinque anni - come ella scrive - “senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio instrutta et governata” (Vita, 117r-118r), nutrita soprattutto dalla preghiera costante e dalla Santa Comunione ricevuta ogni giorno, cosa non comune al suo tempo. Solo molti anni più tardi il Signore le diede un sacerdote che avesse cura della sua anima.

Caterina rimase sempre restia a confidare e manifestare la sua esperienza di comunione mistica con Dio, soprattutto per la profonda umiltà che provava di fronte alle grazie del Signore. Solo la prospettiva di dar gloria a Lui e di poter giovare al cammino spirituale di altri la spinse a narrare ciò che avveniva in lei, a partire dal momento della sua conversione, che è la sua esperienza originaria e fondamentale. Il luogo della sua ascesa alle vette mistiche fu l’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, del quale ella fu direttrice e animatrice. Quindi Caterina vive un’esistenza totalmente attiva, nonostante questa profondità della sua vita interiore. A Pammatone si venne formando attorno a lei un gruppo di seguaci, discepoli e collaboratori, affascinati dalla sua vita di fede e dalla sua carità. Lo stesso marito, Giuliano Adorno, ne fu conquistato tanto da lasciare la sua vita dissipata, diventare terziario francescano e trasferirsi nell’ospedale per dare il suo aiuto alla moglie. L’impegno di Caterina nella cura dei malati si svolse fino al termine del suo cammino terreno, il 15 settembre 1510. Dalla conversione alla morte non vi furono eventi straordinari, ma due elementi caratterizzarono l’intera sua esistenza: da una parte l’esperienza mistica, cioè, la profonda unione con Dio, sentita come un’unione sponsale, e, dall’altra, l’assistenza ai malati, l’organizzazione dell’ospedale, il servizio al prossimo, specialmente i più bisognosi e abbandonati. Questi due poli – Dio e il prossimo – riempirono totalmente la sua vita, trascorsa praticamente all’interno delle mura dell’ospedale.

Cari amici, non dobbiamo mai dimenticare che quanto più amiamo Dio e siamo costanti nella preghiera, tanto più riusciremo ad amare veramente chi ci sta intorno, chi ci sta vicino, perché saremo capaci di vedere in ogni persona il volto del Signore, che ama senza limiti e distinzioni. La mistica non crea distanza dall’altro, non crea una vita astratta, ma piuttosto avvicina all’altro, perché si inizia a vedere e ad agire con gli occhi, con il cuore di Dio.

Il pensiero di Caterina sul purgatorio, per il quale è particolarmente conosciuta, è condensato nelle ultime due parti del libro citato all’inizio: il Trattato sul purgatorio e il Dialogo tra l’anima e il corpo. E’ importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra Santa è un elemento centrale e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca. Il primo tratto originale riguarda il “luogo” della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (cfr Vita mirabile, 171v). Abbiamo sentito del momento della conversione, dove Caterina sente improvvisamente la bontà di Dio, la distanza infinita della propria vita da questa bontà e un fuoco bruciante all’interno di se stessa. E questo è il fuoco che purifica, è il fuoco interiore del purgatorio. Anche qui c’è un tratto originale rispetto al pensiero del tempo. Non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio - come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi - e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra Santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità. L’anima - dice Caterina - si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (cfr Vita mirabile, 177r). E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio. L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato.

In Caterina si scorge la presenza di fonti teologiche e mistiche a cui era normale attingere nella sua epoca. In particolare si trova un’immagine tipica di Dionigi l’Areopagita, quella, cioè, del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come “superato e vinto e tutto fuor di sé”. Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza (cfr Vita mirabile, 246rv). Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio (cfr Vita mirabile, 179r).

Cari amici, i Santi, nella loro esperienza di unione con Dio, raggiungono un “sapere” così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di intelligentia fidei, di intelligentia dei misteri della fede, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di che cosa è il purgatorio.

Con la sua vita, santa Caterina ci insegna che quanto più amiamo Dio ed entriamo in intimità con Lui nella preghiera, tanto più Egli si fa conoscere e accende il nostro cuore con il suo amore. Scrivendo sul purgatorio, la Santa ci ricorda una verità fondamentale della fede che diventa per noi invito a pregare per i defunti affinché possano giungere alla visione beata di Dio nella comunione dei santi (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1032). Il servizio umile, fedele e generoso, che la Santa prestò per tutta la sua vita nell’ospedale di Pammatone, poi, è un luminoso esempio di carità per tutti e un incoraggiamento specialmente per le donne che danno un contributo fondamentale alla società e alla Chiesa con la loro preziosa opera, arricchita dalla loro sensibilità e dall’attenzione verso i più poveri e i più bisognosi. Grazie.

Benedetto XVI
Città del Vaticano, 12 gennaio 2011



[1] cfr Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio, Genova 1551.

_____________________________________________________________

dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi


venerdì 21 agosto 2020

BEATO DOMENICO DA CESARIANO DI MONTEREALE Terziario francescano


22 Agosto
Beato
DOMENICO DA CESARIANO

di Monreale dell'Aquila

(Domenico Alessi)
Terziario Francescano


Cesariano, ca. 1450 – Cesariano, 22 agosto 1510


Il Beato Domenico da Cesariano nacque verso il 1450 a Cesariano, frazione del comune di Montereale dell'Aquila, nella diocesi di Rieti (ora diocesi dell'Aquila), da nobili genitori perugini della famiglia Alessi che si erano trasferito nel villaggio.
Si sposò ed ebbe una figlia, ma successivamente e col consenso della moglie prese l'abito del Terz'ordine di San Francesco nella chiesa di San Bernardino all'Aquila.
Il Beato Domenico attendeva continuamente all'esercizio dell'orazione, della mortificazione e della penitenza, distribuiva abbondanti elemosine ai poveri, visitava e serviva gli infermi e i carcerati, alcuni dei quali liberò dal carcere pagandone i debiti.
Secondo la tradizione risolse dubbi e questioni difficilissime benché privo di istruzione, vide più volte il suo angelo custode, risanò uno storpio dalla nascita e diede la parola a una fanciulla nata muta.
Morì il 22 agosto (ottava dell'Assunzione) 1510 nello stesso paesino di Cesariano, e il suo corpo fu tumulato nella chiesa di Santa Maria in Pantanis [1], (nel comune di Montereale), chiamata anche Madonna del piano, dove tuttora è conservato all'interno di una grande teca di vetro.
Il Beato Domenico, nei vari cataloghi dei beati terziari francescani è registrato come: Beatus Dominicus De Tilis, sive De Alexiis, Perusinus. Il 22 agosto di ogni anno la popolazione di Cesariano festeggia questo beato nella piccola chiesetta a lui dedicata. (wikipedia)


Martirologio Francescano: Presso Montereale, nell'Abruzzo, il Beato Domenico degli Alessi da Perugia, Confessore pure Terziario, uomo di esimia santità, il cui corpo ancora intero si conserva con venerazione e viene onorato con una festa annuale (1510).






Cenni storico-agiografici
Tratti dal vol. II de "L'Abruzzo Aquilano Santo", di autore non identificato, rilegato a cura di di Vittorio D'Alesio e conservato presso l'archivio delle Monache Cistercensi di Montereale dell'Aquila. Adattamento e aggiornamento di P. Antonio Caprarola, trinitario.


Il Beato Domenico, perugino, nacque verso il 1450 (data non meglio precisata) a Cesariano di Montereale dell'Aquila, nella diocesi di Rieti (attualmente dell'Aquila), da nobili genitori perugini della famiglia Alessi, che si erano trasferiti nel suddetto villaggio. Sposatosi, dalla moglie ebbe una figliuola. Ma poi, desideroso di consacrarsi a Dio, col consenso della moglie, prese l'abito del Terz'Ordine Francescano  nella chiesa di S. Bernardino all''Aquila, e, per lo spazio dl venticinque anni, fino alla sua morte, visse in santa continenza con la moglie, come fossero fratello e sorella, dedicati ambedue al servizio di Dlo e dei poveri, con l'intento di assicurarsi la salvezza eterna dell'anima, ritenuta l'unica cosa necessaria.

Egli attendeva continuamente all'esercizio dell'orazione, della mortificazione e della penitenza. macerando il suo corpo con un ruvido cilizio e discliplinandosi a sangue  con catene di ferro. Distribuiva abbondanti elemosine ai poveri, a 20 dei quali, ogni sabato, in onore della Vergine santissima, da lui teneramente amata e venerata, dava da rnangiare, servendoli con molta umiltà e carità. Egli stesso cuoceva loro i legumi 1n una grande pignatta di bronzo, capace di venti scodelle. Molte volte, sopraggiungendo un maggior numero di poveri, i legumi si moltiplicavano miracolosamente e bastavano a tutti, con grande stupore di chi ne veniva a conoscenza. Questa pignatta si conservava ancora ai tempi dello Jacobilli - che ce ne ha trasmesso la notizia - presso il Dottor Domenico Alessi, pronipote del Beato Domenico, il quale la teneva con grande devozione, insieme ad altre cose del Beato.

Il Beato Domenico visitava amorevolmente gli infermi e i carcerati, molti dei quali liberò dal carcere, pagando i loro debiti. Ai poveri più vergognosi, egli portava l'elemosina di notte; aiutò molte zitelle orfane a sistemarsi, dedicandosi anche a molte altre opere di misericordia. Vide più volte il suo Angelo Custode.

Fu anche dotato da Dio dello spirito di profezia, come dimostrò in varie occasioni, preannunziando eventi lieti e luttuosi. Benché privo di istruzione, risolse dubbi e questioni difficilissime, illuminato dallo spirito di Dio: ragionava come se avesse studiato ogni scienza. Per queste singolari prerogative, di cui venne decorato da Dio, divenne molto celebre, anche perché, a conferma della sua santità il Signore operò per suo mezzo miracoli in vita e in morte. Risanò uno storpio dalla nascita, un altro dal flusso di sangue, altri infermi col segno della. croce, e diede la parola ad una fanciulla muta.

Giunto il tempo in cui il Signore volle premiarlo di tante opere buone, morì nella stessa Cesariano di Montereale verso l'anno 1510, il 22 agosto, ottava della festa di Maria Santissima Assunta in cielo, giorno in cui in ogni anno viene celebrata la sua memoria.

culto

Il suo corpo fu tumulato con molta devozione nella Chiesa di Santa Maria in Pantanis, chiamata anche la Madonna del Piano, circondata da Montereale e dalle sue ville, tra cui Cesariano che ha dato i natali al nostro Beato e che ogni anno testimonia a questo suo figlio la propria devozione, ricorrendo con fiducia al suo patrocinio.
I suoi funerali furono celebrati con grande concorso di popolo; vi primeggiavano i poveri da lui soccorsi nei loro bisogni, i quali pur piangendo il loro benefattore, erano certi di aver acquistato un grande avvocato in Cielo. La tradizione riferisce che molti infermi furono miracolosamente guariti, durante le sacre esequie.
Alcuni anni dopo la sua morte, moltiplicandosi grazie e miracoli per sua intercessione, venne eretto in suo onore un sacro deposito alla destra dell'altare maggiore della chiesa di Santa Maria in Pantanis, dove fu trasferito e si conserva ancora intatto il suo corpo. Nella stessa chiesa collegiata e parrocchiale, si conserva ancora un cilizio di crini di cavallo che il Beato portava sul suo corpo, in ispirito di penitenza.

Il Jacobilli, che ci ha lasciato scritte queste notizie, ha scritto: "E' venerato con grande concorso di popolo, che dal Beato riceve tutt'ora grazie segnalate. La sua festività viene celebrata ogni anno in Santa Maria in Pantanis nella domenica dopo l'Assunzione della Beata Vergine Maria, con grande concorso di popolo, che viene a venerare in detta Chiesa il suo Sacro Corpo. Vi si fa anche, in quel giorno, una ricca fiera e molte solennità. I Sommi Pontefici hanno concesso più volte l'Indulgenza Pleanaria a coloro che in tale giorno visiteranno detta Chiesa e il Sacro Corpo del Beato Domenico".

Il Beato, in vari Cataloghi di Beati Terziari Francescani è registrato "Beato Dominicus De Tilis, sive de Alexiis, perusinus" (1). Da qui anche avvolte è indicato come "Beato Domenico da Perugia", per via - come si è visto - dell'origine della famiglia.

______________________________

1) Jacobilli, al 22 Agosto - Marco da Lisbona, parte III, lib. 8, cap. 41.


martedì 2 giugno 2020

BEATO ANGELINO DOVESI, TERZIARIO FRANCESCANO DI MONTEPULCIANO


16 giugno

Beato
ANGELINO DOVESI

Terziario francescano



Montepulciano + 1445



Martirologio Francescano: Presso Montepulciano, in Toscana, il beato Angelino Dovesi, Confessore Terziario, chiaro per miracoli (1445)


 -

sabato 16 maggio 2020

GIOVANNA D'ARCO - vergine, detta la pulsella d’Orléans - 30 MAGGIO con una catechesi di Benedetto XVI


30 maggio
S. GIOVANNA d'ARCO
Terziaria francescana








Domrémy, 1412 circa - Rouen, 30 maggio 1431
(Francia) 


Giovanna d'Arco è nata in Domrémy nel 1412. Pascolando  il gregge sulle rive della Mosa, sentiva delle Voci, che  I'esortavano a liberare Orléans occupata dal nemico inglese e far incoronare il delfino in Reims. Creduta un'illusa, riesce però a presentarsi all'ignavo delfino, dal quale le è a stento permesso di cavalcare a testa delle truppe, cinta di armatura e di spada. Così infonde tanto coraggio ai soldati, che riesce a liberare Orléans e conquistare le fortezze sulla via di Reims, dove Carlo VII viene consacrato (17 luglio 1429). Allora succede più vergognosa l'inazione del re, ed i raggiri dei cortigiani che riescono a mettere da parte Giovanna che voleva marciare su Parigi. Essa però, sentendo infine minacciata Compiègne, corre con un drappello di volontari a soccorrerla, ma in una fazione davanti alla città cade prigioniera dei Borgognoni, comandati da Giovanni di Lussemburgo, il quale la vendette per 10.000 scudi d'oro agli Inglesi, rappresentati dal vescovo di Beauvais. Giovanna è giudicata e condannata come rea di stregoneria, con un lungo ed iniquo processo. Fu quindi arsa viva il 30 maggio 1431 a Rouen, e si finse anche una confessione, scritta dalla santa, dei suoi malefizi, davanti al rogo. Nel 1456 Callisto III cassò il processo; Pio X proclamò Giovanna beata nel 1909 e Benedetto XV la canonizzò nel 1920.


Martirologio Romano: A Rouen in Normandia, in Francia, santa Giovanna d’Arco, vergine, detta la pulzella d’Orléans, che, dopo aver combattuto coraggiosamente in difesa della patria, fu infine consegnata nelle mani dei nemici, condannata con iniquo processo e bruciata sul rogo.

Non è inserita nel Martirologio Francescano




 



Sintesi - Figlia di contadini, analfabeta, lasciò giovanissima la casa paterna per seguire il volere di Dio, rivelatole da voci misteriose, secondo il quale avrebbe dovuto liberare la Francia dagli Inglesi. Presentatasi alla corte di Carlo VII, ottenne dal re di poter cavalcare alla testa di un'armata e, incoraggiando le truppe con la sua ispirata presenza, riuscì a liberare Orleans e a riportare la vittoria di Patay. Lasciata sola per la diffidenza della corte e del re, Giovanna non potè condurre a termine, secondo il suo progetto, la lotta contro gli Anglo-Borgognoni; fu dapprima ferita alle porte di Parigi e nel 1430, mentre marciava verso Compiegne, fatta prigioniera dai Borgognoni, che la cedettero agli Inglesi. Tradotta a Rouen davanti a un tribunale di ecclesiastici, dopo estenuanti interrogatori fu condannata per eresia ed arsa viva. Fu riabilitata nel 1456. Nel 1920 Benedetto XV la proclamava santa.



S. GIOVANNA D'ARCO
catechesi di Papa Benedetto XVI

Video dell'udienza


Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di Giovanna d'Arco, una giovane santa della fine del Medioevo, morta a 19 anni, nel 1431.

Contesto storico
Questa santa francese, citata più volte nel Catechismo della Chiesa Cattolica, è particolarmente vicina a santa Caterina da Siena, patrona d'Italia e d'Europa, di cui ho parlato in una recente catechesi. Sono infatti due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo. Sono forse le figure più caratteristiche di quelle “donne forti” che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte. La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d'Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena muore, nel 1380, ci sono un Papa e un Antipapa; quando Giovanna nasce, nel 1412, ci sono un Papa e due Antipapa. Insieme a questa lacerazione all'interno della Chiesa, vi erano continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d'Europa, la più drammatica delle quali fu l'interminabile “Guerra dei cent’anni” tra Francia e Inghilterra.

Fonti storiche
Giovanna d'Arco non sapeva né leggere né scrivere, ma può essere conosciuta nel più profondo della sua anima grazie a due fonti di eccezionale valore storico: i due Processi che la riguardano. Il primo, il Processo di Condanna (PCon), contiene la trascrizione dei lunghi e numerosi interrogatori di Giovanna durante gli ultimi mesi della sua vita (febbraio-maggio 1431), e riporta le parole stesse della Santa. Il secondo, il Processo di Nullità della Condanna, o di “riabilitazione” (PNul), contiene le deposizioni di circa 120 testimoni oculari di tutti i periodi della sua vita (cfr Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris l960-1989).

Vita e lineamenti della spiritualità
Giovanna nasce a Domremy, un piccolo villaggio situato alla frontiera tra Francia e Lorena. I suoi genitori sono dei contadini agiati, conosciuti da tutti come ottimi cristiani. Da loro riceve una buona educazione religiosa, con un notevole influsso della spiritualità del Nome di Gesù, insegnata da san Bernardino da Siena e diffusa in Europa dai francescani. Al Nome di Gesù viene sempre unito il Nome di Maria e così, sullo sfondo della religiosità popolare, la spiritualità di Giovanna è profondamente cristocentrica e mariana. Fin dall'infanzia, ella dimostra una grande carità e compassione verso i più poveri, gli ammalati e tutti i sofferenti, nel contesto drammatico della guerra.

Dalle sue stesse parole, sappiamo che la vita religiosa di Giovanna matura come esperienza mistica a partire dall'età di 13 anni (PCon, I, p. 47-48). Attraverso la “voce” dell'arcangelo san Michele, Giovanna si sente chiamata dal Signore ad intensificare la sua vita cristiana e anche ad impegnarsi in prima persona per la liberazione del suo popolo. La sua immediata risposta, il suo “sì”, è il voto di verginità, con un nuovo impegno nella vita sacramentale e nella preghiera: partecipazione quotidiana alla Messa, Confessione e Comunione frequenti, lunghi momenti di preghiera silenziosa davanti al Crocifisso o all'immagine della Madonna. La compassione e l’impegno della giovane contadina francese di fronte alla sofferenza del suo popolo sono resi più intensi dal suo rapporto mistico con Dio. Uno degli aspetti più originali della santità di questa giovane è proprio questo legame tra esperienza mistica e missione politica. Dopo gli anni di vita nascosta e di maturazione interiore segue il biennio breve, ma intenso, della sua vita pubblica: un anno di azione e un anno di passione.

Vita pubblica: l'anno d'azione
All'inizio dell'anno 1429, Giovanna inizia la sua opera di liberazione. Le numerose testimonianze ci mostrano questa giovane donna di soli 17 anni come una persona molto forte e decisa, capace di convincere uomini insicuri e scoraggiati. Superando tutti gli ostacoli, incontra il Delfino di Francia, il futuro Re Carlo VII, che a Poitiers la sottopone a un esame da parte di alcuni teologi dell'Università. Il loro giudizio è positivo: in lei non vedono niente di male, solo una buona cristiana.
Il 22 marzo 1429, Giovanna detta un'importante lettera al Re d'Inghilterra e ai suoi uomini che assediano la città di Orléans (Ibid., p. 221-222). La sua è una proposta di vera pace nella giustizia tra i due popoli cristiani, alla luce dei nomi di Gesù e di Maria, ma è respinta, e Giovanna deve impegnarsi nella lotta per la liberazione della città, che avviene l'8 maggio. L'altro momento culminante della sua azione politica è l’incoronazione del Re Carlo VII a Reims, il 17 luglio 1429. Per un anno intero, Giovanna vive con i soldati, compiendo in mezzo a loro una vera missione di evangelizzazione. Numerose sono le loro testimonianze riguardo alla sua bontà, al suo coraggio e alla sua straordinaria purezza. E' chiamata da tutti ed ella stessa si definisce “la pulzella”, cioè la vergine.

Vita pubblica: l'anno di passione
La passione di Giovanna inizia il 23 maggio 1430, quando cade prigioniera nelle mani dei suoi nemici. Il 23 dicembre viene condotta nella città di Rouen. Lì si svolge il lungo e drammatico Processo di Condanna, che inizia nel febbraio 1431 e finisce il 30 maggio con il rogo. 
E' un grande e solenne processo, presieduto da due giudici ecclesiastici, il vescovo Pierre Cauchon e l'inquisitore Jean le Maistre, ma in realtà interamente guidato da un folto gruppo di teologi della celebre Università di Parigi, che partecipano al processo come assessori. Sono ecclesiastici francesi, che avendo fatto la scelta politica opposta a quella di Giovanna, hanno a priori un giudizio negativo sulla sua persona e sulla sua missione. 
Questo processo è una pagina sconvolgente della storia della santità e anche una pagina illuminante sul mistero della Chiesa, che, secondo le parole del Concilio Vaticano II, è “allo stesso tempo santa e sempre bisognosa di purificazione” (LG, 8). 
E’ l'incontro drammatico tra questa Santa e i suoi giudici, che sono ecclesiastici. Da costoro Giovanna viene accusata e giudicata, fino ad essere condannata come eretica e mandata alla morte terribile del rogo. A differenza dei santi teologi che avevano illuminato l'Università di Parigi, come san Bonaventura, san Tommaso d'Aquino e il beato Duns Scoto, dei quali ho parlato in alcune catechesi, questi giudici sono teologi ai quali mancano la carità e l'umiltà di vedere in questa giovane l’azione di Dio. Vengono alla mente le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e sapienti che non hanno l'umiltà (cfr Lc 10,21). Così, i giudici di Giovanna sono radicalmente incapaci di comprenderla, di vedere la bellezza della sua anima: non sapevano di condannare una Santa.

Appello al giudizio del Papa
Nullità della condanna. Canonizzazione.
L'appello di Giovanna al giudizio del Papa, il 24 maggio, è respinto dal tribunale. La mattina del 30 maggio, riceve per l'ultima volta la santa Comunione in carcere, e viene subito condotta al supplizio nella piazza del vecchio mercato. Chiede a uno dei sacerdoti di tenere davanti al rogo una croce di processione. Così muore guardando Gesù Crocifisso e pronunciando più volte e ad alta voce il Nome di Gesù (PNul, I, p. 457; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 435). Circa 25 anni più tardi, il Processo di Nullità, aperto sotto l'autorità del Papa Callisto III, si conclude con una solenne sentenza che dichiara nulla la condanna (7 luglio 1456; PNul, II, p 604-610). Questo lungo processo, che raccolse le deposizioni dei testimoni e i giudizi di molti teologi, tutti favorevoli a Giovanna, mette in luce la sua innocenza e la perfetta fedeltà alla Chiesa. Giovanna d’Arco sarà poi canonizzata da Benedetto XV, nel 1920.

Testimonianza spirituale
Cari fratelli e sorelle, il Nome di Gesù, invocato dalla nostra Santa fin negli ultimi istanti della sua vita terrena, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore, il centro di tutta la sua vita. Il “Mistero della carità di Giovanna d'Arco”, che aveva tanto affascinato il poeta Charles Péguy, è questo totale amore di Gesù, e del prossimo in Gesù e per Gesù. 
Questa Santa aveva compreso che l’Amore abbraccia tutta la realtà di Dio e dell'uomo, del cielo e della terra, della Chiesa e del mondo. Gesù è sempre al primo posto nella sua vita, secondo la sua bella espressione: “Nostro Signore servito per primo” (PCon, I, p. 288; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 223). Amarlo significa obbedire sempre alla sua volontà. Ella afferma con totale fiducia e abbandono: "Mi affido a Dio mio Creatore, lo amo con tutto il mio cuore" (ibid., p. 337). 
Con il voto di verginità, Giovanna consacra in modo esclusivo tutta la sua persona all'unico Amore di Gesù: è “la sua promessa fatta a Nostro Signore di custodire bene la sua verginità di corpo e di anima” (ibid., p. 149-150). La verginità dell'anima è lo stato di grazia, valore supremo, per lei più prezioso della vita: è un dono di Dio che va ricevuto e custodito con umiltà e fiducia. Uno dei testi più conosciuti del primo Processo riguarda proprio questo: “Interrogata se sappia d'essere nella grazia di Dio, risponde: Se non vi sono, Dio mi voglia mettere; se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa” (ibid., p. 62; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2005).

La nostra Santa vive la preghiera nella forma di un dialogo continuo con il Signore, che illumina anche il suo dialogo con i giudici e le dà pace e sicurezza. Ella chiede con fiducia: “Dolcissimo Dio, in onore della vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate, di rivelarmi come devo rispondere a questi uomini di Chiesa” (ibid., p. 252). Gesù è contemplato da Giovanna come il “Re del Cielo e della Terra”. Così, sul suo stendardo, Giovanna fece dipingere l'immagine di “Nostro Signore che tiene il mondo” (ibid., p. 172): icona della sua missione politica. 
La liberazione del suo popolo è un’opera di giustizia umana, che Giovanna compie nella carità, per amore di Gesù. Il suo è un bell’esempio di santità per i laici impegnati nella vita politica, soprattutto nelle situazioni più difficili. La fede è la luce che guida ogni scelta, come testimonierà, un secolo più tardi, un altro grande santo, l’inglese Thomas More. 
In Gesù, Giovanna contempla anche tutta la realtà della Chiesa, la “Chiesa trionfante” del Cielo, come la “Chiesa militante” della terra. Secondo le sue parole, ”è un tutt'uno Nostro Signore e la Chiesa” (ibid., p. 166). Quest’affermazione, citata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 795), ha un carattere veramente eroico nel contesto del Processo di Condanna, di fronte ai suoi giudici, uomini di Chiesa, che la perseguitarono e la condannarono. Nell'Amore di Gesù, Giovanna trova la forza di amare la Chiesa fino alla fine, anche nel momento della condanna.

Patrona della Francia
Mi piace ricordare come santa Giovanna d’Arco abbia avuto un profondo influsso su una giovane Santa dell'epoca moderna: Teresa di Gesù Bambino. In una vita completamente diversa, trascorsa nella clausura, la carmelitana di Lisieux si sentiva molto vicina a Giovanna, vivendo nel cuore della Chiesa e partecipando alle sofferenze di Cristo per la salvezza del mondo. La Chiesa le ha riunite come Patrone della Francia, dopo la Vergine Maria. Santa Teresa aveva espresso il suo desiderio di morire come Giovanna, pronunciando il Nome di Gesù (Manoscritto B, 3r), ed era animata dallo stesso grande amore verso Gesù e il prossimo, vissuto nella verginità consacrata.

Cari fratelli e sorelle, con la sua luminosa testimonianza, santa Giovanna d’Arco ci invita ad una misura alta della vita cristiana: fare della preghiera il filo conduttore delle nostre giornate; avere piena fiducia nel compiere la volontà di Dio, qualunque essa sia; vivere la carità senza favoritismi, senza limiti e attingendo, come lei, nell'Amore di Gesù un profondo amore per la Chiesa. Grazie.
Benedetto XVI
Città del Vaticano, 26 gennaio 2011

dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi

____________________________________________________________

Per la vita - Siamo pronti a vivere e a morire per l'unica voce interiore della nostra coscienza, quando essa è formata giustamente da Cristo e dalla sua Chiesa, o preferiamo vivere nel mondo con la complicità silenziosa del male?

____________________________________________________________

Meditazione - Dalle parole pronunciate da Giovanna d'Arco: "Ahimè, che io sia trattata così orribilmente e crudelmente che il mio corpo intero, che non ha mai conosciuto l'impurità, debba oggi esser consumato e ridotto in cenere. Vorrei piuttosto esser decapitata sette volte che esser bruciata così. Mi appello a Dio, il grande giudice, per i grandi torti e le ingiustizie fatte a me".

____________________________________________________________




miniatura dalle "Vigiles" di Carlo VIII



APPROFONDIMENTO

GIOVANNA D'ARCO, 
ERA TERZIARIA FRANCESCANA ?

 
Per rispondere a questa domanda,  che da più parti ci è stata rivolta, CFS ripropone un intervento di Vincenzo Criscuolo, preparato per un seminario di studi, svoltosi ad Assisi il 1 ottobre 1995, in occasione del centenario della Venerabilità di Giovanna (ad opera del papa francescano Leone XIII) e il cinquecentenario della sua proclamazione come seconda patrona di Francia. 

Il seminario, promosso dalla Provincia Serafica dei Frati minori dell'Umbria e dall'OFS minori, si tenne presso Protoconvento della Porziuncola ...  continua a leggere



Firma autografa di Giovanna d'Arco


venerdì 10 aprile 2020

PER CONOSCERE IL BEATO AMEDEO IX DI SAVOIA terziario francescano


 30 marzo

Beato
AMEDEO IX DI SAVOIA
del III Ordine di San Francesco
Francescano secolare
 

Thonon, Savoia, 1° febbraio 1435 - Vercelli, 30 marzo 1472


Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace: è questa l'eredità spirituale lasciata dal beato Amedeo IX di Savoia. Un testimone della fede nobile, un sovrano che non disdegnò nemmeno da duca la compagnia degli ultimi, degli affamati, che alle volte sedevano alla sua mensa. Era terziario francescano.
Era nato nel 1435 in Alta Savoia, il padre era Ludovico I di Savoia, dal quale nel 1464 ereditò il ducato. Nel 1452 sposò in un matrimoni combinato Jolanda di Valois, figlia del re di Francia: i due trovarono profonda affinità soprattutto nella scelta di vivere secondo il Vangelo, ma senza per questo rinunciare alle responsabilità di governo, ed ebbero otto figli.
Amedeo condusse una vita austera e, segnato dall'epilessia, morì nel 1472 a Vercelli.



Martirologio Romano: A Vercelli, beato Amedeo IX, duca di Savoia, che, durante il proprio governo, favorì in ogni modo la pace e sostenne incessantemente con i mezzi materiali e con l’impegno personale le cause dei poveri, delle vedove e degli orfani.


Sotto i gradini del1’altar maggiore della bel1issima cattedrale romanica di Vercelli, dedicata a Sant’Eusebio, si trova la sepoltura del Beato Amedeo IX, terzo Duca di Savoia, morto nel 1472. A scegliere, per l’eterno riposo, quell’insolito luogo, francamente modesto per un potente della terra, era stato il Duca stesso, prima di morire consunto da una lunga malattia, appena trentasettenne.
Come sovrano Amedeo poté forse apparire un debole. Alla causa della guerra, preferì sempre quella della pace. E più che di questioni politiche. si occupò e si preoccupò del bene dei propri sudditi, specialmente dei più bisognosi, curando ammalati, sfamando affamati, i costruendo ospizi, oltre a chiese e a conventi. 
Per ragioni di convenienza dinastica gli era stata data in sposa Iolanda, figlia del Re di Francia Carlo VII. Quel matrimonio di convenienza avrebbe potuto costituire un grosso e pericoloso salto nel buio, ma la principessa francese fu invece la degna compagna del Duca savoiardo, del quale condivise la sensibilità morale e la profondità spirituale, assecondandolo nei suoi disegni e desideri, che erano più quelli di un religioso che non di un sovrano. Fu semmai Iolanda che si dimostrò carattere più forte del suo, prendendo saggiamente in mano le redini, se non del governo, almeno di certe responsabilità pubbliche del Duca, il quale preferì lasciar fare alla consorte. Sapeva del resto che la mano di Iolanda era delicata e sensibile, anche se più forte della sua. O forse avvertiva che il suo passaggio nel mondo sarebbe stato breve, e già si preparava, diciamo cosi, a scomparire dalle scene della vita.
Fece molte volte, a piedi, il pellegrinaggio da Torino a Chambéry, per venerarvi la Santa Sindone. Con particolare attenzione si dedicò alla educazione dei figli, che volle spiritualmente formati e saggiamente inquadrati in una consapevole visione religiosa della vita.
Quando la salute del Duca cedette, Amedeo si trasferì, dalla Savoia a Vercelli, dove il clima era più dolce e temperato. La sua fine fu lenta, ma inarrestabile. Consapevole della morte imminente, Amedeo trovava parole adatte a consolare e a consigliare chiunque mal sembrava adattarsi al destino, o meglio ai voleri della Provvidenza.
Prima di spirare, un lunedì di Pasqua, nel 1472, raccomandò ai figli la pace, l’amore per i poveri, la protezione per i deboli, la difesa della religione. Alla moglie disse semplicemente: "Vi lascio questi orfani". E non furono soltanto gli orfani a piangere il Duca appena trentasettenne, passato sulla terra come il romantico principe di una mesta fiaba.
Piero Bargellini





PREGHIERA AL BEATO AMEDEO

Con profonda venerazione ed umile fiducia
ci rivolgiamo a te, Beato Amedeo di Savoia,
che hai consacrato l'esistenza alla gloria di Dio,
vivendo secondo giustizia
ed esercitando una carità generosa verso i poveri.
Dalla fede profonda nell'Eucarestia
e dalla contemplazione di Gesù Crocifisso
hai attinto la forza per camminare sulle vie di Dio
e guidare con saggezza il popolo a te affidato:
con il tuo esempio e la tua intercessione
aiutaci a vivere secondo il Vangelo
per rendere testimonianza a Cristo Signore.
Amen. 


venerdì 4 agosto 2017

22 agosto - BEATO GIOVANNI DA URBINO eremita Terziario francescano


22 Agosto
Beato

GIOVANNI DA URBINO
Terziario Francescano
Eremita


(✝1438)



Martirologio Francescano: In Urbino, nelle Marche, il beato Giovanni da Urbino, Confessore Terziario, il quale fece degni frutti di penitenza e fu illustrato da miracoli (1438).

Francescano, fratello gemello del b.Antimo o Antonio da Urbino.



vedi: beato Antimo da Urbino




martedì 9 giugno 2015

Vita del B. GILBERTO DA MONTELEONE di Spoleto, eremita e Terziario francescano, beato per vox populi


GILBERTO o LIBERTO
da Monteleone di Spoleto
eremita, terziario francescano


+ 1400 ca, beato per vox populi

Le grotte discretamente abitabili del Monte la Solenne che avevano accolto i santi Lazzaro e Giovanni, sicuramente lungo i secoli, furono abitate da altri eremiti che costruirono una parete in muratura, non tanto, forse, per sostenere la montagna come ha scritto un contemporaneo, quanto per creare un riparo dalle intemperie all'eremita di turno.
Non rientra infatti nella concezione dell'ascesi cristiana che egli si riduca ad un essere selvaggio, né che la sua abitazione sia una tana da animali, come talora immagina l'uno e I'altra, la fantasia popolare.
In quelle grotte, o in altre che si aprono lì vicino all'abbazia di s. Pietro in Valle, abitò anche Gilberto che per essere vissuto in quel territorio era detto di Ferentillo.
Solamente dopo la visita pastorale del Lascaris (1) e il suo interessamento per i santi di Monteleone, gli abitanti di quel castello ne rivendicarono I'appartenenza e gli dedicarono una chiesa (2).


Monteleone di Spoleto visto dal Trivio (foto Archeoambiente)

La ricostruzione della storia di Gilberto, detto anche Liberto dalla famiglia di origine Liberti che per secoli aveva mantenuto onestà e religiosità cristiana, o, più che storia, la tradizione monteleonese riguardante il suo beato eremita, inizia con un miracolo.
Era eremita Terziario francescano, proveniva da Ferentillo e si era messo in cammino verso Rescia. Entrato nel territorio di Monteleone, si fermò sotto una quercia alla quale la pietà popolare aveva fissato un quadro della Madonna che fosse benedizione e richiamo al viandante. Gilberto era stanco, accaldato, assetato, rivolse alla celeste patrona un pensiero devoto e, sotto il suo sguardo, si sdraiò e si addormentò.
Non confidò se ebbe un sogno, ma sicuramente il cielo si incurvò su coluiche solamente al Cielo aveva consegnato la sua vita. Gilberto si destò e vide alla base della quercia, sotto i piedi della Madonna, dalle radici della pianta, fluire un fresco rivolo d'acqua.
La fonte venne chiamata di s. Gilberto (2) e continuò a sgorgare a beneficio di quei fedeli che la bevevano con fede. La quercia venne incorporate nella proprietà della Confraternita del ss. Sacramento (3) e i frati con il legno dei ramoscelli fecero per secoli crocette che, portate con fede, difendevano dalla rabbia dei cani.

Chiesa di S.Maria del Piano, eremo del beato Gilberto da Monteleone
vedi: descrizione della pieve con riferimenti al b. Gilberto

Il beato da allora si fermò a Monteleone nei locali della Pieve di S. Maria del Piano, ad un miglio circa dal castello di Monteleone. Le antiche tradizioni narrano che la campana avrebbe suonato da sé quando cadde ammalato.
Qui sorge il dubbio del fantasioso perché se Gilberto abitava nella sacrestia della chiesa avrà avuto una campana alla sua portata. La prima cosa infatti che i meno lontani raccomandano ad un eremita che si insedia nei dintorni, è di suonare la campana - se c'è e se può essere sentita -, per ogni necessità.
In quella Pieve di s. Maria del Piano (4), Gilberto lasciò questo mondo intorno all'anno 14OO. E in quella chiesa venne sepolto.
Diffusasi la fama della sua santità, si andò da Ferentillo a prendedo, ma la commissione equipaggiata per prelevarlo tentò inutilmente di entrare in quella chiesa. Lì dove morì, venne e viene venerato, lì venne riprodotta la sua immagine. (Teresa Bertoncello)

Un eremita che narra le vicende di un eremita. L'autrice di questo ritratto è, infatti, Teresa Bertoncello, cui eremo è sulle pendici di Monteluco di Spoleto. E' pubblicato nel libro "I Cultori dell'assoluto, tra storia e leggenda. Vite di santi, beati e figure religiose eminenti dell'arcidiocesi di Spoleto Norcia" (edito da Spoleto crediti e servizi; con pref. del vescovo Riccardo Fontana). Incontrata nell'eremo di Camporio, Teresa Bertoncello mi aveva parlato di questa sua opera che le ha richiesto tre anni di lavoro. E' stata edita in occasione dell'Anno Santo del 2000. (ms)

Bibliografia

L. Jacobilli; Vita dei Santi e Beati dell'Umbria, tom. III, Foligno, 1661, p. 395:

“Il Beato Fr. Gilberto eremita dell'Abbazia di Ferentillo, terziario francescano, visse e morì santamente circa l'anno 1400 nella Pieve di S. Maria del Piano, circa un miglio fuori di Monteleone, terra dell'Umbria, ove si ritiene riposi il suo corpo entro un'arca.Camminando verso Rescia, villaggio di detta Terra, stanco del viaggio e dal caldo, non trovando acqua per refrigerarsi, si pose a sedere presso una quercia dove trovò un'immagine della B. Vergine, e raccomandandosi a Lei, ficcò il suo bastone per terra e appresso ad esso riposò circa un'ora.
Dopo destatosi, trovò il suo bastone che di secco era divenuto verde e un albero grosso come una quercia et a pie' di esso trovò una fonte di acqua limpidissima, con la quale estinse la sete, che sino al presente è in essere, e si dice fonte di S. Liberto, e bevendosi dalli infermi quell'acqua, ne ricevono mirabile benefizio.
La quercia è custodita dai confratri della Compagnia del Sacramento entro Monteleone et è di molta devozione ai padri Cappuccini, facendo crocette del suo legno, e portate addosso dai devoti di lui, i cani rabbiosi non li nuocciono.
E' tradizione che la campana della detta chiesa sonando da se stessa mentre stava infermo, venendo alcuni di detta Abbazia di Ferentillo per farlo ritornare alla loro patria, giunti appresso alla chiesa, moltissime volte provarono di entrarvi, ma non mai poterono e così i partirono.
Il Signore volle dimorasse in detta chiesa, ove morì et è venerato e si vede la sua immagine da eremita come anche nella chiesa di detta compagnia. Il campo vicino al suo eremo, per averlo esso benedetto fa maggior frutto”.

Vedi anche: A. Fabbi, I santi nostri, Norcia, 1961.

_____________

NOTE:

1) Mons. Carlo Giacinto Lascaris, domenicano, dei nobili di Ventimiglia, patrizio di Nizza, già bibliotecario alla Casanatense e segretario del Generale dei Predicatori alla Minerva, consultore della Congregazione delle Indulgenze e delle Reliquie, fu eletto Vescovo di Spoleto il 17 Aprile 1711 da Clemente XI. Il 6 Luglio 1711 prese possesso della Diocesi. Dal 3 al 10 Ottobre 1712 fece visita a Monteleone. Abituato a grande attività archivistica, con la precisione consueta, ordinò ai suoi segretari di scrivere minutamente il diario della visita fatta nella Valnerina e quindi a Monteleone.

  Ne tratta Patrizia Penazzi nel sito ArcheoAmbiente : "fr. Gilberto o Liberto "nativo di Monteleone apparteneva probabilmente alla nobile famiglia dei Tiberti. Quando dalla Pieve campestre di S. Maria del Piano de Equo, si ritrassero i Benedettini, col passaggio al clero diocesano nel sec. XIV, rimase a custodirla questo santo eremita". L'autrice si sofferma sulle diverse considerazioni del Lascaris riguardo le dinamiche dei fatti straordinari attribuiti all'ereremita Gilberto.

2) Da Rescia in Monteleone di Spoleto Eventi: "A Rescia si conserva ancora oggi memoria della visita prodigiosa e dell’acqua sorgiva scaturita improvvisamente per intercessione del Beato Gilberto, Liberto o Liberato nell’ancora presente “Fonte Salimberto”, che non è altro che una corruzione e storpiatura del nome del Sant’uomo.
A ricordo dell’evento esistono diverse narrazioni spesso divergenti (anche in modo notevole) fra loro. Un testo poco noto, pubblicato postumo (Agostino da Stroncone, Umbria Serafica, in Miscellanea Francescana, IV, Foligno, 1889, p. 92), è quello presente nel manoscritto redatto negli anni fra il 1670-1680 da Padre Agostino Mattielli da Stroncone (TR), che narra delle vicende storiche, dei personaggi e degli eventi legati all’evoluzione del movimento francescano in Umbria dal 1208, riprendendo parzialmente anche Lodovico Iacobilli, che scrive pochi anni prima, nel 1661. Troviamo: “Anno CXCIII della Religion Serafica A.D. 1400 – Il Beato Gilberto, o Liberto della Abbazzia di Ferentillo Terziario muore Santamente in S. Maria del Piano, vicino a Monteleone. Nella Villa di Rescia piantando il suo Bastone, diventa subito Albero grosso com’una Cerqua, a piè di cui (essendo assetato il Beato) scaturisce una fonte d’Acqua limpidissima che durerà sempre salutevole all’Infermi, e si dirà la fonte di S. Liberato, L’Albero sarà custodito dalla compagnia del SS. con molta devozione. E sepolto in detta Chiesa la di cui campana suona da se nella sua morte, et e ivi Venerato come Santo”.
Ancora nel 1703 il Piersanti, descrivendo delle sorgenti di Monteleone scrive: “Un’acqua mirabile e salutifera nella Montagna di Rescia, che per antica traditione si racconta che miracolosamente vi scaturisse a prighiere di San Gilberto”.

3) In Monteleone vi è una Chiesa di San Gilberto,  che  però è sepolto nella Chiesa di Santa Maria del Piano. Il "beato", dunque, diventa Santo Gilberto per gli abitanti di Monteleone! Il suo culto è un chiaro esempio dei "santi locali", fenomeno di cui ha ammirevolmente trattato André Vauchez nella sua opera "La santità nel Medioevo" (pp 110-214, ed. Il Mulino, Bologna),

   Questo sito "dal 1365 è sede della Confraternita del SS. Sacramento, costituita nel 1365, ma in una precedente chiesa. L’attuale Chiesa di San Gilberto è del 700. Grandiosa e possente, la parete sud somiglia ad una fortezza. La decorazione interna è intonata al culto dell’Eucaristia. Degno di nota l’altare in stucco di S. Luigi Gonzaga."

4) "La chiesa di S. Maria del Piano o S. Maria de Equo - situata al centro della vasta Vallata formata dai depositi alluvionali del fiume Corno - e’ di fondazione altomedioevale (tra l’VIII e il IX secolo) epoca in cui sono testimoniati un oratorio e numerose celle monastiche, presto trasformatisi in un priorato benedettino dipendente dalla potente Abbazia di Ferentillo, uno dei piu’ importanti complessimonastici altomedioevali di tutta l’Italia centrale.
   Vi è dunque un legame storico tra i due insediamenti, l'abbazia, nei pressi della quale il B. Gilberto fece un primo periodo di eremitaggio, tanto da esser egli  inizialmente chiamato "da Ferentillo", e la chiesa di S. Maria del Piano. 
-  Cfr. notizie sui recenti restauri e l'iscrizione al "b. Liberto" su : Associazione Pro Ruscio.

Scheda a cura di Marco V. Stocchi

lunedì 16 marzo 2015

6 febbraio - BEATO ANTIMO DA URBINO, Confessore Terziario francescano, Eremita



6 febbraio
Beato

ANTIMO DA URBINO
Terziario Francescano
Eremita


(✝1438)



Martirologio Francescano: In Saltara, nel territorio di Pesaro, nelle Marche, il beato Antimo, confessore terziario eremita, chiaro per le opere di pentenza e per i meravigliosi prodigi operati (1438).

Francescano, fratello germano del b. Giovanni, menò vita eremitica e morì a Saltara, nel territorio di Pesaro, nel 1438. E' festeggiato il 6 febbraio. Alcuni gli attribuiscono il nome di Antonio. (Bibliotheca Sanctorum, Città Nuova ed)



vedi: beato Giovanni da Urbino

LUOGHI E TEMPI
- La presenza francescana in Saltara è presente con la Chiesa di San Francesco in Rovereto. Alle origini dell’antico cenobio, fra storia e leggenda, ci sarebbe stata una sosta del Poverello di Assisi, fermatosi qui in preghiera, accanto ad un’antica fonte, nel bel mezzo di una selva di roveri, durante uno dei suoi pellegri naggi in terra marchigiana: pellegrinaggi notoriamente databili dal 1211 al 1217. Quella di oggi è una chiesa più tarda, dove comunque sono rintracciabili tracce dell’antico cenobio, tipico esempio di chiesa tardogotica francescana ad un aula, costruzione contemporanea del beato Antimo. Tra le altre numerose pregievoli opere, una tela commissionata dai Cordigeri, terziari francescani. Da quanto si è  potuto constatare non vi è alcun ricordo del compaesano Beato Antimo. vedi PDF allegato

Bibliografia: Antimo da Urbino: Anelli di Annales Minorum X, 233; C. Ortolani, Santità francescano -picena (Pesaro, 1932), p 22; MF, p 38 (1946); G. Cerafogli, 'Antimo da Urbino', Bibliotheca Sanctorum II, p 61. 
In fondo la pagina web, modulo per mettersi in contatto con CFS e collaborare a far conoscere meglio il Beato Antimo da Urbino.