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sabato 12 luglio 2025

S. BRIGIDA DI SVEZIA - Terziaria francescana poi fondatrice - con una catechesi di Benedetto XVI


23 luglio
S. BRIGIDA DI SVEZIA
Francescana secolare poi fondatrice
dell'Ordine del Santissimo Salvatore








Finstad, Svezia, giugno 1303 - Roma, 23 luglio 1373


Brigida è la più celebre santa della Svezia, dove è nata, a Finstad, nel 1302. A soli quattordici anni sposa il nobile Ulf Gudmarsson, dal quale ha otto figli. È dama della regina Bianca di Namour e con l’esempio di una vita dedita alla preghiera e alla carità, condivisa dal marito, porta a corte un soffio di spiritualità. Rimasta vedova, entra nel monastero cistercense di Alvastra e inizia una vita intensa di preghiera e di contemplazione, che spesso culmina nell’estasi. Dal monastero invia, come Caterina da Siena, lettere appassionate al Papa, esule ad Avignone, per convincerlo a ritornare a Roma. Nel 1350 è a Roma a chiedere l’approvazione di un ordine religioso da lei fondato, nel quale uomini e donne conducono la stessa vita monastica, pur abitando in luoghi separati. Non ottiene l'approvazione, che verrà concessa dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1373, a conclusione di una vita spirituale intensa e feconda. (Bibbia Francescana)


Martirologio Romano: Santa Brigida, religiosa, che, data in nozze al legislatore Ulfo in Svezia, educò nella pietà cristiana i suoi otto figli, esortando lo stesso coniuge con la parola e con l’esempio a una profonda vita di fede. Alla morte del marito, compì numerosi pellegrinaggi ai luoghi santi e, dopo aver lasciato degli scritti sul rinnovamento mistico della Chiesa dal capo fino alle sue membra e aver fondato l’Ordine del Santissimo Salvatore, a Roma passò al cielo.

Martirologio Francescano: A Roma, Santa Brigida, Vedova del Terz'Ordine, fondatrice dell'Istituto del Santissimo Salvatore, la quale si rese celebre per i suoi pellegrinaggi, per le sue virtù, per lo spirito profetico, per le divine rivelazioni e per gli strepitosi miracoli. Dal Papa Bonifacio IX fu annoverata tra i santi (1373).

 
Causa - Canonizzata nel 1391 da Bonifacio IX, Santa Brigida è patrona della Svezia. E’ stata dichiarata nel 1999 Compatrona d’Europa da San Giovanni Paolo II, che ha sottolineato come “la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore”. La sua figura è dunque molto cara agli ultimi Papi. Benedetto XVI le ha dedicato una catechesi all’udienza generale e Papa Francesco ha voluto canonizzare colei che nel XX secolo aveva rinnovato l’Ordine del Santissimo Salvatore, Maria Elisabetta Hesselblad, cui darà una forte impronta ecumenica, sempre nel solco di quella ricerca della pace e dell’unità, così care a Brigida. (Vatican.va)




S. BRIGIDA DI SVEZIA
catechesi di Benedetto XVI





Cari fratelli e sorelle,

nella fervida vigilia del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II proclamò santa Brigida di Svezia compatrona di tutta l’Europa. Questa mattina vorrei presentarne la figura, il messaggio, e le ragioni per cui questa santa donna ha molto da insegnare – ancor oggi – alla Chiesa e al mondo.

Conosciamo bene gli avvenimenti della vita di santa Brigida, perché i suoi padri spirituali ne redassero la biografia per promuoverne il processo di canonizzazione subito dopo la morte, avvenuta nel 1373. Brigida era nata settant’anni prima, nel 1303, a Finster, in Svezia, una nazione del Nord-Europa che da tre secoli aveva accolto la fede cristiana con il medesimo entusiasmo con cui la Santa l’aveva ricevuta dai suoi genitori, persone molto pie, appartenenti a nobili famiglie vicine alla Casa regnante.
Possiamo distinguere due periodi nella vita di questa Santa.

Primo periodo di vita

Il primo è caratterizzato dalla sua condizione di donna felicemente sposata. Il marito si chiamava Ulf ed era governatore di un importante distretto del regno di Svezia. Il matrimonio durò ventott’anni, fino alla morte di Ulf. Nacquero otto figli, di cui la secondogenita, Karin (Caterina), è venerata come santa. Ciò è un segno eloquente dell’impegno educativo di Brigida nei confronti dei propri figli. Del resto, la sua saggezza pedagogica fu apprezzata a tal punto che il re di Svezia, Magnus, la chiamò a corte per un certo periodo, con lo scopo di introdurre la sua giovane sposa, Bianca di Namur, nella cultura svedese.

Brigida, spiritualmente guidata da un dotto religioso che la iniziò allo studio delle Scritture, esercitò un influsso molto positivo sulla propria famiglia che, grazie alla sua presenza, divenne una vera “chiesa domestica”. Insieme con il marito, adottò la Regola dei Terziari francescani. Praticava con generosità opere di carità verso gli indigenti; fondò anche un ospedale. Accanto alla sua sposa, Ulf imparò a migliorare il suo carattere e a progredire nella vita cristiana. Al ritorno da un lungo pellegrinaggio a Santiago di Compostela, effettuato nel 1341 insieme ad altri membri della famiglia, gli sposi maturarono il progetto di vivere in continenza; ma poco tempo dopo, nella pace di un monastero in cui si era ritirato, Ulf concluse la sua vita terrena.

Questo primo periodo della vita di Brigida ci aiuta ad apprezzare quella che oggi potremmo definire un’autentica “spiritualità coniugale”: insieme, gli sposi cristiani possono percorrere un cammino di santità, sostenuti dalla grazia del Sacramento del Matrimonio. Non poche volte, proprio come è avvenuto nella vita di santa Brigida e di Ulf, è la donna che con la sua sensibilità religiosa, con la delicatezza e la dolcezza riesce a far percorrere al marito un cammino di fede. Penso con riconoscenza a tante donne che, giorno dopo giorno, ancor oggi illuminano le proprie famiglie con la loro testimonianza di vita cristiana. Possa lo Spirito del Signore suscitare anche oggi la santità degli sposi cristiani, per mostrare al mondo la bellezza del matrimonio vissuto secondo i valori del Vangelo: l’amore, la tenerezza, l’aiuto reciproco, la fecondità nella generazione e nell’educazione dei figli, l’apertura e la solidarietà verso il mondo, la partecipazione alla vita della Chiesa.

Secondo periodo di vita

Quando Brigida rimase vedova, iniziò il secondo periodo della sua vita. Rinunciò ad altre nozze per approfondire l’unione con il Signore attraverso la preghiera, la penitenza e le opere di carità. Anche le vedove cristiane, dunque, possono trovare in questa Santa un modello da seguire. In effetti, Brigida, alla morte del marito, dopo aver distribuito i propri beni ai poveri, pur senza mai accedere alla consacrazione religiosa, si stabilì presso il monastero cistercense di Alvastra. Qui ebbero inizio le rivelazioni divine, che l’accompagnarono per tutto il resto della sua vita. Esse furono dettate da Brigida ai suoi segretari-confessori, che le tradussero dallo svedese in latino e le raccolsero in un’edizione di otto libri, intitolati Revelationes (Rivelazioni). A questi libri si aggiunge un supplemento, che ha per titolo appunto Revelationes extravagantes (Rivelazioni supplementari).

Le Rivelazioni di santa Brigida presentano un contenuto e uno stile molto vari. A volte la rivelazione si presenta sotto forma di dialoghi fra le Persone divine, la Vergine, i santi e anche i demoni; dialoghi nei quali anche Brigida interviene. Altre volte, invece, si tratta del racconto di una visione particolare; e in altre ancora viene narrato ciò che la Vergine Maria le rivela circa la vita e i misteri del Figlio. Il valore delle Rivelazioni di santa Brigida, talvolta oggetto di qualche dubbio, venne precisato dal Venerabile Giovanni Paolo II nella Lettera Spes Aedificandi: “Riconoscendo la santità di Brigida la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore” (n. 5).

Di fatto, leggendo queste Rivelazioni siamo interpellati su molti temi importanti. Ad esempio, ritorna frequentemente la descrizione, con dettagli assai realistici, della Passione di Cristo, verso la quale Brigida ebbe sempre una devozione privilegiata, contemplando in essa l’amore infinito di Dio per gli uomini. Sulla bocca del Signore che le parla, ella pone con audacia queste commoventi parole: “O miei amici, Io amo così teneramente le mie pecore che, se fosse possibile, vorrei morire tante altre volte, per ciascuna di esse, di quella stessa morte che ho sofferto per la redenzione di tutte” (Revelationes, Libro I, c. 59). Anche la dolorosa maternità di Maria, che la rese Mediatrice e Madre di misericordia, è un argomento che ricorre spesso nelle Rivelazioni.

Ricevendo questi carismi, Brigida era consapevole di essere destinataria di un dono di grande predilezione da parte del Signore: “Figlia mia – leggiamo nel primo libro delle Rivelazioni –, Io ho scelto te per me, amami con tutto il tuo cuore ... più di tutto ciò che esiste al mondo” (c. 1). Del resto, Brigida sapeva bene, e ne era fermamente convinta, che ogni carisma è destinato ad edificare la Chiesa. Proprio per questo motivo, non poche delle sue rivelazioni erano rivolte, in forma di ammonimenti anche severi, ai credenti del suo tempo, comprese le Autorità religiose e politiche, perché vivessero coerentemente la loro vita cristiana; ma faceva questo sempre con un atteggiamento di rispetto e di fedeltà piena al Magistero della Chiesa, in particolare al Successore dell’Apostolo Pietro.

Pellegrinaggio e periodo a Roma

Nel 1349 Brigida lasciò per sempre la Svezia e si recò in pellegrinaggio a Roma. Non solo intendeva prendere parte al Giubileo del 1350, ma desiderava anche ottenere dal Papa l’approvazione della Regola di un Ordine religioso che intendeva fondare, intitolato al Santo Salvatore, e composto da monaci e monache sotto l’autorità dell’abbadessa. Questo è un elemento che non deve stupirci: nel Medioevo esistevano fondazioni monastiche con un ramo maschile e un ramo femminile, ma con la pratica della stessa regola monastica, che prevedeva la direzione dell’Abbadessa. Di fatto, nella grande tradizione cristiana, alla donna è riconosciuta una dignità propria, e – sempre sull’esempio di Maria, Regina degli Apostoli – un proprio posto nella Chiesa, che, senza coincidere con il sacerdozio ordinato, è altrettanto importante per la crescita spirituale della Comunità. Inoltre, la collaborazione di consacrati e consacrate, sempre nel rispetto della loro specifica vocazione, riveste una grande importanza nel mondo d’oggi.

A Roma, in compagnia della figlia Karin, Brigida si dedicò a una vita di intenso apostolato e di orazione. E da Roma si mosse in pellegrinaggio in vari santuari italiani, in particolare ad Assisi, patria di san Francesco, verso il quale Brigida nutrì sempre grande devozione. Finalmente, nel 1371, coronò il suo più grande desiderio: il viaggio in Terra Santa, dove si recò in compagnia dei suoi figli spirituali, un gruppo che Brigida chiamava “gli amici di Dio”.

Durante quegli anni, i Pontefici si trovavano ad Avignone, lontano da Roma: Brigida si rivolse accoratamente a loro, affinché facessero ritorno alla sede di Pietro, nella Città Eterna.

Morì nel 1373, prima che il Papa Gregorio XI tornasse definitivamente a Roma. Fu sepolta provvisoriamente nella chiesa romana di San Lorenzo in Panisperna, ma nel 1374 i suoi figli Birger e Karin la riportarono in patria, nel monastero di Vadstena, sede dell’Ordine religioso fondato da santa Brigida, che conobbe subito una notevole espansione. Nel 1391 il Papa Bonifacio IX la canonizzò solennemente.

Conclusioni

La santità di Brigida, caratterizzata dalla molteplicità dei doni e delle esperienze che ho voluto ricordare in questo breve profilo biografico-spirituale, la rende una figura eminente nella storia dell’Europa. Proveniente dalla Scandinavia, santa Brigida testimonia come il cristianesimo abbia profondamente permeato la vita di tutti i popoli di questo Continente. Dichiarandola compatrona d’Europa, il Papa Giovanni Paolo II ha auspicato che santa Brigida – vissuta nel XIV secolo, quando la cristianità occidentale non era ancora ferita dalla divisione – possa intercedere efficacemente presso Dio, per ottenere la grazia tanto attesa della piena unità di tutti i cristiani. Per questa medesima intenzione, che ci sta tanto a cuore, e perché l’Europa sappia sempre alimentarsi dalle proprie radici cristiane, vogliamo pregare, cari fratelli e sorelle, invocando la potente intercessione di santa Brigida di Svezia, fedele discepola di Dio e compatrona d’Europa. Grazie per l’attenzione.

Benedetto XVI

Città del Vaticano, 27 ottobre 2010


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dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi


 

giovedì 16 settembre 2021

S. CATERINA FIESCHI ADORNO da GENOVA Sposa - Infermiera - Terziaria francescana e Mistica dell'Amore Purificante

 

15 settembre


Santa 
CATERINA FIESCHI ADORNO
da GENOVA
Sposa - Infermiera
Terziaria francescana 
Mistica dell'Amore Purificante




Genova, 1447 – 15 settembre 1510




Caterina Fieschi nacque a Genova nella primavera del 1447 da una nobile famiglia che diede alla chiesa due Papi: lnnocenzo lV e Adriano V. Si sposò giovanissima (13 gennaio1463) per motivi politici con Giuliano Adorno ed i primi anni furono molto infelici per il difficile carattere di lui. Caterina il 23 marzo 1473 ebbe la straordinaria visione di Cristo grondante sangue; la sua vita cambiò e decise di dedicarsi all’esercizio della carità.
Nel 1478 si ritirò col marito, da lei convertito, e divenuto terziario francescano, a vivere nell’ospedale cittadino di Pammatone aiutando gli ammalati e divenendone, nel 1489, amministratrice e Rettora.
Fu dotata da Dio di eccezionali grazie, tanto da essere annoverata tra le grandi mistiche del Cristianesimo. Dalla sua personale esperienza di purificazione (é detta la Santa del “puro amore“) è nato il suo aureo Trattato del Purgatorio. ll suo influsso fu determinante nella vita ecclesiale del tempo con il movimento del “Divino Amore" da lei ispirato e sulla spiritualità moderna attraverso la grande scuola francese dei secoli XVI - XVII.
Morì divorata dal fuoco dell' "Amore Purificatore", all’alba del 15 settembre del 1510.
Fu santificata nel 1737 dal Papa Clemente Xll e Pio Xll nel 1943 la proclamò Patrona degli Ospedali Italiani.
Il suo corpo si conserva integro nella Chiesa che, al titolo originario della SS. Annunziata, aggiunge quello di S. Caterina.



Martirologio Romano: A Genova, santa Caterina Fieschi, vedova, insigne per il disprezzo del mondo, i frequenti digiuni, l’amore per Dio e la carità verso i bisognosi e gli infermi.




Ricorrenze festive della Santa
22 marzo: Conversione
15 settembre: Festa Liturgica

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Caterina da Genova,
 discendente di una delle nobili famiglie di Genova, i Fieschi, seppe coniugare nella sua vita l’amore di Dio e l’amore degli altri andando ad abitare addirittura all’interno di un ospedale insieme con il marito. Oggi del monumentale Ospedale di Pammatone, che risaliva al 1420, restano soltanto lo scalone e il cortile, inglobati nel nuovo Palazzo di Giustizia che è sorto nel 1964 dopo la sua demolizione, e la cappella funebre di Santa Caterina da Genova che, costruita sulla stanza dov’era vissuta, e inglobata nella vicina chiesa della Santissima Annunziata di Portoria, dove affreschi del Ratti, del Raimondi e del Tagliafichi rappresentano suoi miracoli e visioni.

Caterina apparteneva dunque alla nobile famiglia dei Fieschi, conti di Lavagna e signori di decine di castelli lungo il crinale dell’Appennino e la Riviera di Levante sino alla Lunigiana; una famiglia che aveva dato alla Chiesa due papi, Innocenzo IV e Adriano V. Suo padre Giacomo aveva combattuto in mare come comandante di galee ed era stato nel biennio 1438-1439 viceré di Napoli per conto degli Angiò. Ma Caterina non riuscì a conoscerlo perché nacque pochi mesi dopo la sua morte, fra l’aprile e il maggio del 1447, quasi certamente in un palazzo della famiglia paterna, in vico Indoratori, all’angolo di via Conservatori del Mare.

Fu allevata dalla madre, Francesca di Negro, anche lei nobile, in un palazzo, oggi demolito, in vico del Fico, all’ango1o della piazza dei Cinque Lampadi, dove Caterinetta — cosi era chiamata in famiglia — trascorse l’infanzia e 1’adolescenza in un clima familiare sereno. Di questo periodo sappiamo soltanto che studiava in casa, come si usava nelle famiglie aristocratiche: qualche sacerdote le insegnò un po’ di latino suggerendole letture edificanti, da Domenico Cavalca a Jacopo da Varagine. Soltanto più tardi, da adulta, Caterina avrebbe letto Dante, il Petrarca e Jacopone da Todi.

A circa tredici anni “fu inspirata a entrare in religione” narra il suo primo biografo, Cattaneo Marabotto, nella Vita del 1551 “e si proferì ad uno monastero in Genova, che si domanda Madonna delle Gratie de Osservantiua, in lo quale era una sua sorella”. Ma era troppo giovane per essere accettata. D’altronde la sua poteva essere più che una vocazione il frutto di una profonda educazione religiosa e del desiderio di imitare la sorella. La madre superiora molto saggiamente rispose: “Mi dolgo non la poder contentar; se persevererà il Signore non la abandonerà”.

Caterina era già una bellissima adolescente e più che il convento le si addiceva il matrimonio: cosi pensavano i suoi familiari che a sedici anni la sposarono con Giuliano Adorno, che apparteneva a una delle grandi famiglie genovesi; un matrimonio politico, per sancire l’alleanza fra le due famiglie che nel passato avevano militato in campi opposti.

Non fu un’unione felice: Giuliano, che aveva quarant’anni, metà dei quali trascorsi nelle colonie genovesi dell’Egeo, era donnaiolo, crapulone, giocatore e disordinato. Aveva anche parecchi figli illegittimi tra cui Primofiore che Caterina avrebbe allevato con amore. D’altronde quel matrimonio l’aveva accettato per convenienza politica: sicché continuò la solita vita trascurando la moglie. La quale soffrì molto anche perché non era riuscita ad aver figli. E in questo primo periodo del matrimonio, tra il ’63 e il ‘73, che Caterina legge attentamente i grandi classici, qualche opera platonica e gli scrittori italiani del Duecento e del Trecento.

Ad un certo momento, spinta dalle amiche che la vedevano intristire in casa, decise di uscire più spesso, di partecipare alla vita mondana. Più tardi scrisse nel suo Diario spirituale: “Quand’io hebbi consentito alli disordini di questo corpo, sotto specie di necesità e che appresso alla necesità venne la superfluità, un poco tempo restai invilupata nel peccato, e quando fui in questo perdei la gratia, e restai secha e grave».

Si tende a considerare questa confessione esagerata e forse dovuta al suo biografo che ne trascriveva le parole. Sicché forse le sue “colpe gravi” non sono se non un topos agiografico per rendere più drammatica e luminosa la successiva “conversione fulminea” alla maniera di san Paolo.
La quale giunse il 22 marzo 1473: due giorni prima Caterina si era recata nella chiesa di San Benedetto e aveva chiesto al Signore di farla ammalare per molti mesi, costringendola nel letto, in modo che lei potesse rifiutare ogni invito e ogni rapporto sgradevole. Poi era tornata a casa dove viveva isolata digiunando, non parlando con nessuno, senza leggere né ricamare.


Il 22 marzo decise di andare a visitare nel convento di Nostra Signora delle Grazie la sorella Limbania che la vide sconvolta e tremante. Preoccupata, avvisò un prete, Albengo Manlio, che tanti anni prima era stato il solo a credere nella vocazione di Caterina e si trovava in quel momento nel convento. L’incontro cominciò a rasserenarla, tant’e vero che si lasciò convincere a confessarsi. Ma nel momento stesso in cui stava per aprire il suo animo al sacerdote perse improvvisamente la parola. “Ricevette” scrisse poi il suo biografo “una ferita al cuore d’un immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio”.
Il sacerdote intuì quel che doveva essere successo e quando Caterina gli disse “Padre, si ve piacesse, lasceria volentieri questa confessione ad altra volta» non sollevò obiezioni. La donna si rifugiò in casa dove nessuno osava disturbarla.




Il 23 marzo le apparve Gesù: “Se gli mostrò in Spirito, con la Croce in spalla, piovendo tutto sangue, in modo che le pareva che tutta la casa fusse piena di rivi di quello pretioso sangue, e lo vedeva tutto sparso per amore
”. Lo stesso Cristo le spiegò il significato della scena: “Vedi tu questo sangue? E’ sparso tutto per tuo amore e per soddisfare per li tuoi peccati”.

Il 24 Caterina finalmente si confessò. 
Comincia così il suo itinerario mistico che dopo la folgorazione e la visione passerà attraverso la fase di “vita purgativa”, che durerà quattro anni in espiazione delle colpe commesse in passato con severissime penitenze come l’uso del cilicio, l’austerità nei cibi e la continua preghiera. E’ in questo periodo che Caterina cominciò a comunicarsi quotidianamente, pratica che in quel tempo non era diffusa.

A questa prima fase succedette la seconda, dal 1477 al 1499: lo stato di “vita illuminativa” e “unitiva” con visioni celesti ed estasi durante le quali sembrava come morta. Ma spesso il battito del cuore diventava così intenso da costringerla a premersi il petto con le mani; oppure il suo corpo emanava un tale calore da spaventare chi le era vicino. La lettura dei Dialoghi, pur nell’insufficienza della parola, ci permette di ricostruire dall’esterno quel suo cammino che culminò nelle nozze mistiche con il Cristo.

Frutto di queste visioni è anche il Trattato del Purgatorio che i suoi discepoli scrissero su ispirazione della santa. Un testo illuminante dove per metafore e immagini è descritta la via purgativa dell’anima: “La rugine del peccato e l’impedimento; il fuoco va consumando la rugine, e cosi l’anima si va sempre più discoprendo alla corrispondenza di Dio”.

Ma Caterina rifugge da una visione troppo “terrena” delle indulgenze, come testimoniano questi due brani: “E se le (all’anima) è fatta alcuna elemosina da quelli del mondo, la quale elemosina le sminuisce il tempo, essa non si può voltare con affetto a vederla, ma lascia fare a Dio, che si paga a modo suo; imperoché se essa si potesse voltare, sarebbe una proprietà che le levarebbe la vista del volere divino, e che sarebbe un inferno”. E poi soggiunge: “Non ti fidare dicendo: io mi confeserò e poi piglierò l’indulgenza plenaria, e sarò in quel ponto purgato di tutti li miei peccati! Pensa che questa confessione e contritione, la quale bisogna per havere detta indulgenza plenaria, è cosi difficile ad haverla che se lo sapessi tremaresti di timore, e saresti più certo di non haverla che di poterla havere”.

Nello stesso tempo Caterina si occupava dei poveri cercando di aiutarli ed assisterli, e cosi faceva con i malati negli ospedali. In quest’opera associò molti amici laici e religiosi, dal sacerdote Cattaneo Marabotto, che diventò poi il suo confessore e biografo, a Ettore Vernazza che, ispirato dalla santa, fu il fondatore della Compagnia del Divino Amore, che si diffuse poi in altre città italiane, del Lazzaretto, alla foce del Bisagno, per curare appestati e lebbrosi, dell’Ospedaletto per i luetici, di un istituto nel quale si ricoveravano le fanciulle di alta condizione sociale cadute in miseria e di una fondazione per il riscatto dei liguri e dei naviganti rapiti dai Turchi.

Persino il marito fu conquistato dal “fuoco” e si fece terziario francescano partecipando alle attività caritative della moglie: finché intorno al 1478-1479 i due coniugi si trasferirono all’interno dell’Ospedale di Pammatone, decidendo di vivere castamente.

L’Ospedale di Pammatone, una delle prime forme europee di ospedale civico, era nato una cinquantina d’anni prima con una sezione femminile cui si aggiunse poi quella maschile; inffine, a partire dal 1474, era diventato ii grande ospedale di Genova, riunendo tutte le altre iniziative curative in un unico ente. In quell’ospedale Caterina fa di tutto: dall’infermiera, pulendo e disinfettando ferite e piaghe e somministrando medicine, a donna delle pulizie, spazzando e lavando, fino a dirigere l’ospedale come rettore dal 1490 al 1496 circa.

Non fu certo una vita facile quella dei due coniugi che in quell’ospedale spesero il resto della vita morendovi: il marito nel 1497, lei ii 15 settembre 1510, giorno che diventò la sua festa liturgica. Passarono attraverso cinque pestilenze prodigandosi coraggiosamente a rischio della vita, tant’e vero che la stessa Caterina si ammalo di peste nel 1493 per aver abbracciato un suo assistito: riuscì tuttavia a superare la malattia guarendo lentamente.


Dopo la morte del marito Caterina, molto stanca e malata, diminuisce i suoi impegni nell’ospedale: trascorre molte ore chiusa nella sua cella in preghiera. E finalmente, lei, che non ha mai avuto un direttore fisso, lo sceglie nella persona di padre Cattaneo Marabotto che diventerà poi anche rettore dell’ospedale.

Intorno al 1501 Caterina cominciò a peggiorare nonostante che da due anni avesse sospeso i digiuni. Soffriva di dolori in tutto il corpo che a volte erano insopportabili, come lame che la trafiggessero, e di emorragie abbondanti. Qualche agiografo ha congetturato che fosse colpita anche da un tumore allo stomaco o all’intestino. Quando mori era gialla come lo zafferano, colore che fa pensare anche a una disfunzione epatica.

Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata dove già c’era il marito. I1 30 aprile 1737 Clemente XII la canonizzò solennemente. In quell’occasione si svolse nella cattedrale un Te Deum alla presenza di tutte le autorità religiose e civili che volevano celebrare degnamente la canonizzazione di santa Caterina, già proclamata qualche anno prima patrona della Repubblica dal doge e dal senato.

Alfredo Cattabiani (1)



DAGLI INSEGNAMENTI DI S. CATERINA
(D = Dialogo spirituale - P = Purgatorio)


L'anima “non si poteva saziare” dei beni terreni.
“Quanto più li cercava “ tanto meno si quietava.
(D 17)

“Vedi tu questo sangue? Tutto si é sparso per
amor tuo e per riparazione dei tuoi peccati”.
(D 51)

“Da qui innanzi tutto quello che mi accadrà lo
voglio pigliare dalla benigna mano di Dio”.
(D 27)

“Voglio che, quando sarai chiamata, per far
opere di pietà a infermi e poveri d‘ogni sorte, tu ci
vada sempre, ancorché tu fossi a parlare con Dio".
(D 69)

“Le anime del Purgatorio sono tutte trasformate
nella volontà di Dio e si contentano in tutto ciò
che lui ha stabilito”.
(P 22)

“Non credo si possa trovare contentezza da
comparare a quella di un‘anima purgante”, anche
se soffre una “pena tanto estrema” che non si trova
lingua capace di esprimerla.
(P 4-5)



PREGHIERA




O gloriosa S. Caterina,
degna figlia di S. Francesco d’Assisi,
che emulasti nella pietà per la passione di Gesù
e nell’ardore della carità,
tanto da fare della tua vita
un continuo atto d’amore per Dio e per il prossimo,
volgi a noi il tuo sguardo.

Fa che nei nostri cuori si accenda
almeno una scintilla del tuo ardente amore,
che strappandoci dai vincoli del peccato,
ci unisca sempre più al Signore.

Sii ancora oggi consolatrice soave degli infermi,
ottenendo loro, con la salute del corpo,
la pace e la gioia dell’anima.
Stendi pure la tua preghiera sulla anime del Purgatorio,
affinché, quanto prima, possano godere
il pieno possesso di Dio.

Scampaci dalle disgrazie, allontana da noi ogni pericolo
ed ottienici la grazia di meritare,
praticando la virtù, la gloria del Paradiso.
Amen.







_________________________

(1) Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia, Rizzoli, Milano, 1993.

mercoledì 26 maggio 2021

SANTA MARIA ANNA DI GESU' DE PEREDES Y FLORES, la terziaria francescana patrona dell'Ecuador

  

26 Maggio

Santa
 MARIA ANNA DI GESU'
DE PEREDES Y FLORES
(Mariana)
Vergine
Terziaria francescana







Quito, Ecuador, 31 ottobre 1618 – 26 maggio 1645


Quito, capitale dell’Ecuador, apparteneva al Perù quando Maria Anna Paredes y Flores nacque da nobile famiglia spagnola. I suoi genitori morirono quando lei era ancora molto giovane, lasciandola alle cure di una sorella sposata. Le fu concesso di ricevere la prima comunione a soli sette anni, e a dodici espresse il desiderio di andare a convertire il Giappone al cristianesimo. I vari tentativi per permetterle di entrare in convento fallirono e così decise di vivere come eremita nella casa del cognato, sotto la direzione dei gesuiti. Gli anni successivi vengono descritti dai suoi biografi come un periodo di straordinarie penitenze e austerità, tanto da apparire ai nostri occhi poco credibile: ciò potrebbe dipendere dalla tendenza a esagerare, tipica degli agiografi, e dal loro desiderio di voler scrivere una Vita “mig1iore" di quelle di altri santi, ricordando anche che S. Rosa da Lima (23 ago.) era morta a soli trentun anni nel 1617, poco prima della nascita di Maria Anna, al termine di un’esistenza caratterizzata da grandi penitenze e solitudine. A Maria Anna, come detto, condusse un regime di vita basato solo sulla soddisfazione delle più elementari necessità fisiche, ricevette molti benefici spirituali ed ebbe il dono delle guarigioni e della profezia. Nel 1645 Quito fu devastata da un terremoto e da un’epidemia: Maria Anna offri pubblicamente la sua vita nella cattedrale come vittima di espiazione per i peccati del popolo; il terremoto non si ripeté, l’epidemia fu debellata, mentre Maria Anna veniva colpita da una serie di malattie che l’avrebbero condotta alla morte, ancora giovane, il 26 maggio 1645. Divenuta a un certo punto della sua vita terziaria francescana, era nota come il “giglio di Quito”. Fu beatificata nel 1854 e canonizzata nel 1950. (1)

A ventuno anni, il 6 novembre 1639, fu accolta nel Terz’Ordine Francescano (oggi Ordine Francescano Secolare). E' patrona dell'Ecuador.



Martirologio Romano: A Quito in Ecuador, santa Marianna di Gesù de Paredes, vergine, che nel Terz’Ordine di San Francesco consacrò la propria vita a Cristo e dedicò le proprie forze ai bisogni degli indigeni poveri e dei neri.

Martirologio Francescano: In Quito, nell'Equatore d'America, la Santa Maria Anna di Gesù de Paredes, Vergine del Terz'Ordine della Penitenza, di vita innocentissima e insieme penitentissima, la quale da Pio IX fu iscritta nell'albo dei Beati e da Pio XII in quello dei Santi.



BIOGRAFIA



Maria Anna di Gesù de Paredes y Flores é la prima santa della repubblica dell'Ecuador ed e stata proclamata eroina nazionale.

Nacque a Quito il 31 ottobre 1618, ottava ed ultima dei figli del capitano spagnolo Gerolamo Flores de Paredes, nato a Toledo, e di Maria Anna Granobies Jaramillo, nata a Quito. Rimasta orfana di padre a quattro anni e di madre a sei, fu educata da sua sorella maggiore Girolama, sposata al capitano Cosma de Casa Miranda.

Incline fin dall'infanzia agli esercizi di pietà e di mortificazione, fece la prima comunione a sette anni, e fece pure il voto di verginità, prendendo il nome di Maria Anna di Gesù. Fece gli esercizi spirituali e, come Santa Teresa, volle fuggire di casa, con una sua cugina, per evangelizzare gli indios Mainas. Questa iniziativa non ebbe successo cosi come quella di ritirarsi in una cappella ai piedi del vulcano Pichicha, per implorare dalla Madonna la protezione contro i pericoli del vulcano. La sua famiglia non riuscì ad ottenerle ii permesso di entrare tra le Francescane; allora ella decise di entrare nel terz’Ordine di San Francesco e si ritirò in una camera della propria casa, si vestì di un saio marrone ed inizio una vita di completo raccoglimento, di lunghe preghiere e di terribili penitenze. Queste austerità non mutarono il suo carattere giulivo suonava la chitarra, consolava i disgraziati, riconciliava negri ed indios cui insegnava non solo a leggere e scrivere, ma anche a suonare e cantare ed operava miracoli. 

La sua salute però risenti delle penitenze a cui s'aggiunsero penosi prelievi di sangue da parte dei medici. "Maria Anna di Gesù de Paredes - disse Papa Pio XII per la canonizzazione - sebbene fosse modello d'innocentissima vita, tuttavia per espiare i peccati degli altri affliggeva il suo corpo verginale con volontarie mortificazioni e austeri digiuni, con aspri cilizi e duri flagelli. Con una pesante croce sulle spalle ripercorreva a tappe l'itinerario della passione di Cristo e, pienamente ricordando i dolori del Redentore e riamandolo intensamente, si effondeva in calde lacrime. Dormiva assai brevemente adagiata sul pavimento, trascorrendo buona della notte in ginocchio, in pia contemplazione e preghiera". 

In occasione dei terremoti e delle epidemie verificatesi a Quito nel 1645, Maria Anna (Mariana, la chiamavano i contemporanei) offrì la vita per i suoi concittadini. Nel romitaggio fu assalita da febbre alta e da atroci dolori. Man mano che la malattia della Santa progrediva il contagio della citta andava diminuendo, il terremoto, invece era cessato nel momento della sua eroica offerta. Negli ultimi tre giorni ella perse persino la parola e solo all’ultimo giorno accettò di farsi stendere in un letto. Da tempo aveva espresso ai famigliari il desiderio di essere rivestita, dopo morta, dell’abito francescano, che teneva sempre nella sua celia, mentre da molti anni portava lo scapolare e il cingolo del terz’Ordine Serafico, presi dalle mani dei Frati Minori, per consiglio del suo confessore. 

Predisse il giorno e l'ora del suo passaggio dalla terra al cielo, che avvenne alle ore 22 del 26 maggio 1645. Aveva 26 anni, 6 mesi e 26 giorni di età. La sua morte fu pianta da tutta la città. Sulle labbra di tutti vi era questa parola: “E morta la Santa”. I funerali furono un trionfo, un'esplosione di riconoscenza e di profonda venerazione per la mirabile concittadina, per la generosa vittima, per la loro salvatrice. Beatificata nel 1853, è stata proclamata santa da papa Pio XII il 9 luglio del 1950: è la prima santa della repubblica dell'Ecuador, dove è conosciuta con l'appellativo di "giglio di Quito". (2)


PREGHIERA


O Dio, che in un mondo così corrotto hai fatto fiorire Santa Maria Anna come giglio tra le spine, modello di vita illibata e di costante mortificazione, fa’ che anche noi,
liberi dai fermenti del male, siamo infiammati da un vivo desiderio di santità.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.


_____________

(1) Alban Butler, Primo grande dizionario dei santi, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2001.
(2) Giuliani Ferrini, Un Santo al giorno. Con i santi francescani verso il terzo millennio, Edizioni francescane - Convento dell'Osservanza, Cesena (Forlì) 1995.

domenica 21 febbraio 2021

B. ARMIDA BARELLI, TERZIARIA FRANCESCANA, PIONIERA DEL LAICATO


19 novembre

Beata
 ARMIDA BARELLI
del Terz'Ordine di San Francesco
e dell'Istituto della Regalità di N.S.G.C.
fondatrice di GF dell'Azione Cattolica
cofondatrice dell'Università Cattolica del Sacro Cuore







Milano, 1° dicembre 1882 – Marzio, Varese, 15 agosto 1952




Terziaria francescana; cofondatrice dell'Istituto secolare Missionarie della Regalità di N.S.G.C. L'ampio ventaglio del suo impegno ecclesiale non può essere riassunto in poche righe, si ricorda che fu Professa nel Terz'Ordine francescano il 2/2/1910. Lavora come cassiera nell’Università Cattolica del Sacro Cuore (1920) di cui è cofondatrice con P. Agostino Gemelli. Getta le basi della Gioventù Femminile Cattolica. Il 1947-48 le fu affidato l’ufficio di Propaganda dell’Azione Cattolica Italiana. Fondatrice delle Giornate per l’Università Cattolica (1924) e dell’Opera della Regalità di Cristo (1928).

* Website: sito ufficiale 


INFO CAUSA
* Postulatore: Dr. Silvia Mónica Correale
* Attori: Presidenza Nazionale ACI, Via Aurelia 481, 00165 Roma
* Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità, Via Madonna del Riposo 75, 00165 Roma
* Dichiarata venerabile da papa Benedetto XVI che ha autorizzato il decreto di promulgazione * delle sue virtù eroiche il 1º giugno 2007. È stata beatificata il 30 aprile 2022, nella cattedrale di Santa Maria Nascente a Milano. I resti mortali di colei che fu nota come la “Sorella maggiore” della Gioventù Femminile di Azione Cattolica riposano dall’8 marzo 1953 nella cripta della cappella principale dell’Università Cattolica a Milano.





In molti la conoscono come la «sorella maggiore d’Italia» all’interno della Gioventù femminile di Azione cattolica. Altri legano il suo nome alla nascita dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, accanto a padre Agostino Gemelli. Altri ancora la ricordano come la fondatrice dell’Istituto secolare della missionarie della Regalità di Cristo. Di certo Armida Barelli, di cui ieri è stato pubblicato il decreto che ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione, aprendole la porta della beatificazione, è stata una figura del cattolicesimo italiano di primo piano nel corso del Novecento. Nata a Milano il 1 dicembre 1882 in una famiglia borghese, sin da giovane mostrò grande attenzione ai ragazzi abbandonati e poveri. Sarà proprio in questo ambito d’impegno che conoscerà padre Agostino Gemelli, un francescano, con il quale inizierà una collaborazione durata per tutta la vita.

Un’esistenza intensa segnata da tappe significative per la storia del cattolicesimo italiano in decenni nei quali essere cattolici non era affatto semplice. La sua attenzione per le giovani generazioni la porta nel 1918 a fondare la Gioventù femminile cattolica milanese, chiamata a questo incarico dall’allora arcivescovo di Milano, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari. Fu una sorta di «chiamata contro la propaganda marxista» che stava facendo capolino. E proprio in questo lavoro accanto alla gioventù femminile milanese (e poi per volontà di papa Benedetto XV a livello nazionale) che cominciò ad essere chiamata la «sorella maggiore».

Sempre collaborando con padre Gemelli, Armida Barelli partecipa alla progettazione e alla realizzazione dell’Università Cattolica, che proprio lei volle dedicata al Sacro Cuore, perché, diceva, «se non la intitoleremo al Sacro Cuore, con le nostre sole forze non ce la faremo, e falliremo». E per la Cattolica, il lavoro compiuto dalla Barelli non venne meno neppure dopo la partenza dei corsi. Anzi si deve a lei la creazione della Giornata per l’Università Cattolica, che ogni anno chiama l’intera Chiesa italiana a stringersi e sostenere l’ateneo di tutti i cattolici. Fu una delle tante intuizioni che fanno di lei una donna capace di agire, ma anche di essere contemplativa. Un carisma che Armida Barelli metterà nell’Istituto secolare della missionarie della Regalità di Cristo: donne consacrate, ma operanti nel mondo secondo il loro essere laiche. Insomma una spiritualità fortemente francescana (era membro del Terz'Ordine francescano, ndr) ma che ha visto nell’Italia il proprio campo di missione.

Accanto all’Istituto secolare, sempre con padre Agostino Gemelli, da vita anche all’Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo per la diffusione della liturgia. Lo fa agli inizi del secolo scorso quando la Messa era ancora in latino. Questa Opera cercherà di avvicinare i fedeli alla liturgica anche con la diffusione di testi in lingua italiana, di fatto anticipando quanto verrà deciso dal Concilio Vaticano II. E tra le anticipazioni anche il ruolo del laicato nell’apostolato nel mondo, che oggi appare scontato, ma che nella prima metà del Novecento non era così.

Pio XII nel 1946 la nomina vicepresidente generale dell’Azione cattolica, organizzazione a cui Armida Barelli ha legato il proprio nome. Nel 1949 si ammala di paralisi bulbare. Morirà il 15 agosto 1952. La causa di beatificazione a Milano si apre nel 1970 per poi proseguire presso la Congregazione a Roma. Dichiarata venerabile da Benedetto XVI il 1 giugno 2007, diventerà ora beata grazie al riconoscimento del miracolo attribuito alla sua intercessione, per la guarigione inspiegabile della signora Alice Maggini, investita da un camion mentre il 5 maggio 1989 andava in bicicletta e ripresasi completamente dal coma senza danni neurologici.
Enrico Lenzi
Avvenire 21-2-2021


lunedì 16 novembre 2020

BENEDETTO XVI : S. ELISABETTA D'UNGHERIA - UDIENZA GENERALE DEL 20 OTTOBRE 2010






Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.

Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.

Gli anni della crescita in Turingia

La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.

Elisabetta e Ludovico

Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio.
All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri.

Coerenza di vita

Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Opere di misericordia

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. 
Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: “Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!”. In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

Elisabetta e i francescani

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.

Ludovico parte per le Crociate
Vedovanza di Elisabetta

Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: “Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te”. La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno.

La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. 

Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Corrado.
Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).

Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.

Epilogo

Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore.

Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio. Grazie.

Benedetto XVI
Roma, 20 ottobre 2010

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dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi




 

martedì 3 novembre 2020

S. ALBERTO CHMIELOWSKI il "S. Francesco polacco del XX secolo", terziario francescano e fondatore



25 dicembre 

S. ALBERTO CHMIELOWSKI
al secolo Adamo
del III Ordine di San Francesco
Francescano secolare
fondatore dei Frati del III Ordine di S. Francesco Servi dei Poveri
chiamati i Fratelli Albertini e le Suore Albertine








Aigolonija, Polonia, 20 agosto 1845 - Cracovia, 25 dicembre 1916


A diciotto anni partecipa all’insurrezione dei polacchi contro il dominio russo, nel 1863. Questa non e più un’insurrezione cittadina come altre volte: é guerriglia nelle campagne, col sostegno dei contadini, ma alla fine l’esercito dello Zar Nicola I schiaccia la rivolta con le impiccagioni collettive e le deportazioni. E Adamo Chmielowski torna a casa mutilato per sempre: ha perduto una gamba.
Con l'aiuto dei parenti riesce a fuggire la repressione zarista nascondendosi in una bara al posto di un carcerato deceduto, però deve lasciare la polonia.
Si reca a Parigi, dove frequenta la scuola di Belle Arti, si reca a Gand per studiare ingegneria e infine a Monaco per frequentare l'Accademia di Belle Arti. Diventa pittore e torna in Polonia dopo l'amnistia del 1874. 
Ma poi “incontra” san Francesco d’Assisi, attraverso i suoi frati Minori e attraverso i poveri che impara a conoscere, e la sua vita prende il definitivo orientamento. Adamo Chmielowski passa la maggior parte del suo tempo tra malati e mendicanti. Si dedica specialmente a chi soffre di malattie ripugnanti, che respingono anche tanti benintenzionati.
E' questa e la strada che lo porta infine a entrare nell’Ordine francescano secolare, prendendo il nome di fratel Alberto. Abbandonando studi e l’arte, lavora per i più sfortunati e soprattutto vive con loro, nei rifugi degli accattoni e degli invalidi, invalido come loro.
Da studente di ingegneria progettava grandi opere. Da frate di san Francesco si dedica alla costruzione di case-asilo, di sanatori e convalescenziari, dove prestano servizio ai poveri i terziari francescani organizzati da lui: lo chiamano “Fratello Anziano”, come i sacerdoti che lavorano con lui.
E arriva a conoscerlo gran arte del clero polacco, perché egli sosta un dappertutto, muovendosi faticosamente con la protesi, che all’epoca si chiama “gamba di legno” e lo era davvero.
Nei suoi ultimi anni continua a lavorare, affrontando intanto una nuova “guerra”: lo ha aggredito un tumore, che egli cerca di tener nascosto il più a lungo possibile. Muore a Cracovia nel giorno di Natale del 1916. Nell’ospizio dei poveri. E tutti i poveri di Cracovia camminano dietro la sua bara. Giovanni Paolo II lo proclamerà santo nel 1989. I suoi resti sono custoditi nella chiesa dei carmelitani in Cracovia.



Martirologio Romano: A Cracovia in Polonia, sant’Alberto (Adamo) Chmielowski, religioso, che, illustre pittore, si consacrò ai poveri, proponendosi di essere disponibile in tutto verso di loro, e fondò le Congregazioni dei Frati e delle Suore del Terz’Ordine di San Francesco al servizio dei bisognosi.






S. Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono
che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”.
 


Fratel Alberto, al secolo Adamo Chmielowski, nacque a Igolomia, presso Cracovia (Polonia), il 20 agosto del 1845, primo di quattro figli, da Adalbert e Józefa Borzystawska, discendenti da una famiglia nobile. Adamo trascorse l'infanzia a Varsavia. Sin dai primi anni era molto caritatevole verso i poveri e divideva con loro quel che aveva.
Mandato a Pietroburgo, nella scuola dei cadetti, dopo un anno la madre lo fece ritornare in famiglia, preoccupata dell'influsso che aveva sul figlio l'educazione russa, e lo inviò a frequentare il ginnasio di Varsavia. Rimasto orfano dei genitori, fu affidato alle cure della zia paterna Petronela.
Nel 1863 scoppiò in Polonia l'insurrezione contro l'oppressione zarista. Adamo, allora studente dell'Istituto di Agricoltura a Pulawy, vi aderì con entusiasmo e, durante un combattimento, il 30 settembre 1863, presso Melchów, rimase gravemente ferito; fatto prigioniero, gli fu amputata, senza anestesia, la gamba sinistra, dimostrando un eccezionale coraggio.

A. Chmielowski "Ecce Homo"
Studi e attività artistica
Grazie all'interessamento dei parenti, fuggì dalla prigionia e fu costretto a lasciare la propria Patria. Fu a Parigi per studiare pittura; passò poi a Gand (Belgio) ove frequentò la facoltà d'ingegneria, quindi riprese gli studi di pittura all'Accademia di Belle Arti a Monaco di Baviera.
In ogni ambiente emergeva la sua personalità cristiana che, tradotta in coerenza di vita e di impegno professionale, influenzava quanti lo frequentavano.
Nel 1874, Chmielowski tornò in Patria, aveva quasi 30 anni. Alla ricerca di un nuovo ideale di vita, si pose la domanda: "Servendo l'arte si può servire anche Dio?". la sua produzione artistica, che comprendeva per lo più soggetti profani, fu continuata poi con soggetti sacri. Uno dei migliori suoi quadri religiosi, l'"Ecce Homo", fu il risultato di una profonda esperienza sull'amore misericordioso di Cristo verso l'uomo e condusse Chmielowski ad una metamorfosi spirituale.
Convinto che per servire Dio "bisogna dedicare a lui l'arte ed il talento", nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico. Dopo sei mesi dovette lasciare il noviziato a cagione della cattiva salute.

Terziario francescano
Superata una profonda crisi spirituale, cominciò una nuova vita, dedicata tutta a Dio ed ai fratelli. Abitando dai parenti in Podolia (parte della Polonia assoggettata alla Russia), conobbe il Terz'Ordine di S. Francesco, cominciò a visitare le parrocchie della zona, restaurando quadri e diffondendo tra la gente rurale lo spirito terziario. Costretto a lasciare la Podolia, si recò a Cracovia, dove si stabilì presso i Padri Cappuccini. Lì continuò la sua attività di pittore e si dedicò contemporaneamente all'assistenza dei poveri, destinando a loro il ricavato dei suoi quadri.

Apostolato
Per caso venne a conoscenza della tragica situazione dei poveri, ammassati nei cosiddetti posti di riscaldamento o dormitori pubblici di Cracovia e decise di venire loro in aiuto.
Per amore verso Dio e verso il prossimo, Chmielowski rinunciò al successo dell'arte, al benessere materiale, agli ambienti aristocratici e decise di vivere tra quei poveri, per sollevarli dalle loro miserie morali e materiali. Nella loro dignità calpestata scoprì il Volto oltraggiato di Cristo e volle in essi rinnovarlo.

Fondatore
Il 25 agosto 1887 vestì un saio grigio, prese il nome di Fratel Alberto e un anno dopo, con il consenso del Cardinale Dunajewski, pronunciò i voti di terziario francescano, dando inizio alla Congregazione dei Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi dei Poveri (1888), i quali presero cura del dormitorio maschile. In seguito Fratel Alberto assunse l'assistenza delle donne del dormitorio pubblico femminile; le sue collaboratrici dettero origine anche al ramo femminile della Congregazione (1891), che affidò alla Serva di Dio Suor Bernardyna Jabkonska.
Insieme con le sue Congregazioni si dedicò, con piena disponibilità, al servizio dei più poveri, dei diseredati, degli abbandonati, degli emarginati e dei vagabondi. Per loro organizzò i ricoveri come case di assistenza materiale e morale, che offrivano lavoro volontario, di natura artigianale, assieme ai frati e alle suore nella stessa dimora, permettendo loro di guadagnare per il proprio sostentamento.
Nonostante l'invalidità e la protesi rudimentale alla gamba, viaggiava molto per fondare i nuovi asili in altre città della Polonia e per visitare le case religiose. Queste case erano aperte a tutti, senza distinzione di nazionalità o di religione. Oltre agli asili, fondò anche nidi e orfanatrofi per bambini e giovani, case per anziani e incurabili e cucine per il popolo. Mandò le suore a lavorare negli ospedali militari e nei lazzaretti durante la prima guerra mondiale.
Nel corso della sua vita sorsero in tutto 21 case religiose, nelle quali prestavano la loro opera 40 frati e 120 suore.

Spiritualità
Con l'esempio della sua vita insegnò che "bisogna essere buoni come il pane... che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame". Osservò lui stesso e raccomandò ai suoi religiosi la massima povertà evangelica sull'esempio di S. Francesco d'Assisi. la sua opera caritativa la affidò con fiducia totale alla Provvidenza divina. La forza per svolgere la sua attività l'attinse dalla preghiera, dall'Eucaristia e dall'amore per il Mistero della Croce.

Epilogo
Colpito da cancro allo stomaco, morì a Cracovia il giorno di Natale del 1916, nel ricovero per i poveri. Prima di morire, indicando l'immagine della Madonna di Czestochowa, disse ai fratelli e alle suore: "Questa Madonna è la vostra Fondatrice, ricordatevi questo". E ancora: "Prima di tutto osservate la povertà ".
In quanti lo avevano avvicinato e conosciuto, lasciò un meravigliosa testimonianza di fede e di carità.
A Cracovia e in tutta la Polonia ,è conosciuto come i Padre dei poveri e, per la sua povertà evangelica, è chiamati il "S. Francesco polacco del XX secolo".
Fratel Alberto lasciò nella storia della Chiesa una traccia incisiva. Egli non soltanto interpretò in modo giusto il Vangelo sulla misericordia del Cristo e lo accettò, ma soprattutto lo introdusse nella propria vita religiosa.
Oggi i Fratelli Albertini e le Suore Albertine realizzano i carisma del Fondatore prestando il loro servizio in Polonia le suore sono diffuse anche in Italia, USA e America Latina.

Canonizzazione
Il 22 giugno 1983 Papa Giovanni Paolo II beatificò Frate Alberto a Cracovia, durante il suo secondo viaggio apostolico: in Polonia. Proclamandolo Santo il 12 novembre 1989 a Roma la Chiesa lo addita come un modello, per i nostri tempi di testimonianza dell'amore verso Dio, che si manifesta nel l'amore cristiano verso il prossimo, nello spirito della bontà evangelica.



1. - S. Alberto e Giovanni Paolo II
La storia di questo santo commosse e ispirò un’altro giovane che coltivava la passione per l’arte e la recitazione, spingendolo ad abbandonare il teatro per dedicarsi completamente al Dio: parliamo del giovane Karol Wojtyła. 
“Mi domando a volte quale ruolo abbia svolto nella mia vocazione la figura del Santo Frate Alberto”, si chiede Giovanni Paolo II nel suo libro Dono e Mistero, scritto nel 1996 in occasione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio, dove narra la storia e la geografia della sua vocazione.

2 - L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla
"Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati." (Agenzia Aleteia)





Preghiera a Sant’ Alberto Chmielowski

Fratel Alberto, Padre e Amico dei poveri,
tu che mettesti i tuoi talenti di artista
a servizio del Vangelo,
aiuta anche noi a scoprire i doni di Dio
e a usarli per testimoniare il suo amore.

Tu che scopristi che l’opera d’arte più bella
agli occhi di Dio è il cuore dei poveri,
donaci occhi capaci di vedere la tua presenza
nei fratelli più bisognosi.

Tu che rinunciasti alle ricchezze
per farti fratello povero tra i poveri,
scoprendo che la vera ricchezza è amare
libera la nostra vita dagli attaccamenti sbagliati.

Tu che mentre distribuivi il pane agli affamati
ripetevi spesso che “bisogna essere buoni come il pane”,
rendici pane buono per i fratelli che incontriamo.

Tu che predicasti la misericordia di Dio
e ti abbandonasti fiducioso alla divina Provvidenza,
aumenta la nostra fede!

Sant’ Alberto Chmielowski,
prega per noi!

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