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giovedì 17 dicembre 2015

BEATA MASCALDA ROMANO-COLONNA in CALAFATO madre e terziaria francescana, poi clarissa / 17 ottobre


17 ottobre
Beata Mascarda Romano-Colonna
madre e terziaria francescana, poi clarissa

+ 20 gennaio 1485



La Beata Mascalda o Eustochio, al secolo Maria (o Madia), Romano-Colonna in Calafato, è nata a Messina nel 1407. Nonostante il suo desiderio di farsi religiosa fu concessa in matrimonio al nobile Bernardo Cofino, detto Calafato. Dalla loro unione nacque Eustocchio Smeralda, la celebre santa messinese. Dopo la morte del marito, venne ammessa nel Terz'Ordine Francescano e in seguito seguì la figlia nel convento delle clarisse, prodigandosi per il bene materiale e spirituale. Morì nel 1482 e le sue reliquie sono oggi venerate nella stessa cappella dove riposa la salma incorrotta di sua figlia.


Martirologio Francescano
: In Catania, nella Sicilia, la Beata Eustochio Colonna Calafato, Vedova Terziaria, la quale fu madre felice della Santa Eustochio, Vergine Clarissa e, indossato l'abito della Penitenza, servì il Signore con tanto fervore di spirito, che intenta continuamente agli esercizi di pietà e di mortificazione e alle opere di carità, superò di gran lunga la superiorità della stirpe con la santità della vita. 



Maria o Madia, questo è il nome nel secolo della Beata Mascalda, dopo aver sentito una predica del Beato Matteo di Agrigento è entrata nel Terz'Ordine di S. Francesco e francescanamente ha vissuto una perfetta vita cristiana, prima come madre di famiglia, poi come clarissa nel convento fondato dalla figlia. Nelle immagini devozionali la Beata Mascalda Romano Colonna è denominata "clarissa e madre".


Beata Eustochia Colonna Calafato
La Beata Mascalda Romano-Colonna è stata non solo madre, ma anche sostegno ed esempio di vita spirituale per sua figlia, la Santa Eustochia Calafato (1434-1485), al secolo Smeralda (o Ismeralda) Calafato, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1988, e ricordata dal martirologio romano quale "vergine, badessa dell’Ordine di Santa Chiara, che si dedicò con grande ardore a ripristinare l’antica disciplina della vita religiosa e a promuovere la sequela di Cristo sul modello di san Francesco".
La vita di Mascalda e della figlia Smeralda è strettamente intrecciata e lo stesso nome scelto per la professione religiosa, quello di Eustochio, che alcune fonti attribuiscono anche alla b. Mascalda lo attesta eloquentemente, pur creando ai posteri possibili confusioni. Esso è declinato in forma avvolte femminile, altre volte maschile, Eustochio/Eustochia, ed è ispirato alla figura di Santa Eustochio Giulia, discepola di San Giorolamo.

Di nobilie famiglia, la Beata Mascalda nacque a Messina nel 1407 come la figlia del barone Niccolò Romano Colonna e fin da giovanissima desiderava consacrarsi al Signore. Fu costretta a sposarsi con Bernardino Cofino, un facoltoso commerciante di stoffe, soprannominato Calafato, appellativo che divenne cognome di tutta la famiglia. Pare che questi la maltrattasse verbalmente e fisicamente, non accettando la sua austera condotta di vita, segnata dalla preghiera e dalle opere di misericordia.
Dopo la morte del marito, la Beata Mascalda venne a far parte del Terz'Ordine Francescano. Era molto devota della Vergine Maria e dei Santi Chiara e Francesco, che fece conoscere e amare alle sue due figlie, Smeralda e Mita che diventarono clarisse.
 
Santa Eustochia Calafato, battezzata con il nome di Smeralda, nacque a Annunziata (Messina), "lo jovedì sancto, lo giorno de la Anunciata ad ora de mezzogiorno", corrispondente con buona probabilità al 25 marzo 1434. Secondo altre fonti, il giorno della nascita corrisponderebbe con il Venerdì Santo.
Dell'umile casa dove avvenne il parto, posta in un borgo fuori mano, circolano varie legende come quella che fu preconizzato a Mascalda, (la quale per lungo tempo non aveva avuto figli) che una figlia le sarebbe nata in una stalla, dove si recò a tempo debito, secondo alcuni, per sfuggire ad una epidemia di peste che imperversava in città. Certo è che la dimora fu salvata, nel primo '900, da certa distruzione per opera di Sant'Annibale Maria Di Francia (1), fondatore dei Rogazionisti, che la trasformò in cappella, con l'aiuto economico dei discendenti dei Calafato-Colonna. Al Santo messinese molto si deve per la propagazione del culto, anche fuori dai confini della devozione locale, e per la promozione della causa di canonizzazione di Santa Eustochia Calafato.


B. Matteo da Agrigento
Frate minore dell'Osservanza
fu vescovo di Agrigento
poi, di Palermo

"La piccola Smeralda - scrive P. Andreas Resch - trascorse i primi anni della fanciullezza nella casa paterna, affidata alle cure della madre, affiliata al Terz'Ordine di S. Francesco ed ammiratrice del Francescanesimo nella sua peculiare riforma dell'Osservanza che si andava proprio allora affermando nell'Ordine. Quel movimento ebbe in Italia il suo principale animatore in S. Bernardino da Siena († 1444) accanto al quale fiorì tutta una schiera di persone insigni per santità, dottrina e attività sociali. Questo spirito di riforma si proponeva la stretta osservanza della regola di S. Francesco e pervase anche il secondo Ordine Francescano, quello delle Clarisse, in seno al quale vecchi monasteri erano ricondotti a più stretta osservanza e regolare vita religiosa, o se ne fondavano di nuovi secondo la cosiddetta « Prima regola » di S. Chiara e sotto l'egida e la cura dei Frati minori dell'Osservanza.
In Sicilia il movimento osservante apparve nel 1421, ma ufficialmente lo si può datare dal 1425, quando il beato Matteo d'Agrigento ottenne da Martino V la facoltà di fondare tre nuovi conventi per i frati desiderosi di vivere secondo lo spirito della riforma. Il primo di questi conventi fu aperto proprio a Messina (2), dove il beato Matteo, famoso predicatore, aveva suscitato un grande entusiasmo tra il popolo e viva partecipazione alla riforma spirituale da lui propugnata". (3).


Il porto di Messina nel '400
Il 13 dicembre 1444, Smeralda, allora undicenne, fu promessa sposa ad un vedovo trentacinquenne, tale Niccolò Perrone, che però venne a mancare due anni dopo, proprio alla vigilia delle nozze, portando la giovinetta a meditare sul senso dell'esistenza e della brevità della vita.
Dopo una visione del crocefisso, avvenuta in una chiesa, Smeralda si decise per la vita consacrata fra le Clarisse di S. Maria di Basicò. Questo suo santo desiderio fu fortemente contrastato dal padre che prospettava per lei un vantaggioso matrimonio, mentre ella respingeva la mano di numerosi pretendenti. I fratelli giunsero a minacciare d'incendio il monastero stesso delle monache, che ben si guardarono di accogliere la fanciulla.
Doveva essere maritata vantaggiosamente per lei stessa, certo, ma anche per consolidare il nome della faniglia. I pretendenti non mancavano, visto che si dice fosse stardinariamente bella.
La morte di un secondo fidanzato, ancor prima che i promessi sposi si potessero conoscere, predispose, infine, il padre ad acconsentire a Smeralda l'ingresso in monastero. Egli disgraziatamente morì durante un viaggio d'affari in Sardegna, fecendo rinviare ancora il momento che Smeralda, quale gioiello non solo di nome e ma anche di fatto potesse risplendere unicamente per il Divin sposo. Finalmente vi riuscì, nel 1446, quando vinte le resistenze dei famigliari, per la giovane Smeralda, ora sedicenne, si aprirono le porte del monastero di S. Maria di Basicò. Vestì l'abito di Santa Chiara, prendendo il nome di Eustochia.
Pur assumendo per se stessa una disciplina di vita penitente (scegliendo come cella un sottoscala, dormendo sulla nuda terra, vivendo nella mortificazione ...), la vita comune nel monastero si rivelò per la giovane clarissa ben lontana dalle aspettative. E' ampia la letteratura che attesta la mondanità che si viveva in molti conventi e monasteri del tempo, abitati dalle figlie di nobili casati che non avevano rinunciato entrando nella clausura agli agi e alle comodità del loro censo, con numerosi privilegi e licenze concessi dai re. Fu solo con il Concilio di Trento che si ebbe una definitiva e profonda virata moralizzatrice, non priva di resistenze, a questa situazione. 

Suor Eustochia, con l'esempio tentò, insieme ad alcune compagne, di promuovere il ritorno del monastero a una maggiore austerità di vita. Di fronte all'inutilità di tali sforzi di riforma dall'interno, con l'aiuto economico della madre la Beata Mascalda e della sorella Mita, si risolse ad aprire un nuovo convento, dove si ripristinasse la primitiva Regola di S. Chiara (4), della quale aveva trovato una preziosa copia nella versione originaria. Il codice è tuttora conservato nel monastero di Montevergine: un "librecto piccolo e vetusto molto che avea la coperta de pergamena incompleta, strazzata, senza alcuna clausura ..." e "parea proprio la regola che sancto Francesco detti a santa Chiara, in la quale se contiene lo testamento" (5).



Il convento di Montevergine, in Messina,
è tuttora sede di una comunità di clarisse
ed ha un sito aggiornato.

Papa Callisto III rispose positivamente alla richiesta giuntagli riguardo la nuova fondazione con due Bolle pontifcie, nel 1457 e 1458. L'apertura del monastero di S. Maria Accomandata, un ex-ospedale riadattato, non fu indolore e fu decisamente contrastato non solo dalla badessa del monastero di S. Maria di Basicò, suor Flos Milloso, ma dall'intero clero e dagli stessi Frati Minori Osservanti.
Le suore rimasero senza assistenza spirituale per ben otto mesi, fintanto suor Eustochia chiese a ottenne dal Papa il desiderato appoggio. Fu emanato, dunque, un Breve pontificio che "impose ai Frati Osservanti, sotto pena di scomunica, di assumere la cura spirituale delle suore riformate. Il nuovo convento vide rifiorire i primi tempi del movimento francescano, sotto la ferma guida della fondatrice, che insegnava con la parola e con l'esempio l'ideale del Poverello e l'amore del Crocifisso, insieme con l'adorazione eucaristica, nella quale passava notti intere" (6).

Nell'ingfesso nel  nuovo monastero, Santa Eustochia fu seguita alla sua stessa madre Beata Mascalda, la sorella Mita e la nipote Paola, oltre che suor Iacopa Pollicino e suor Lisa Rizzo.

"Da allora il monastero delle Clarisse di Montevergin - scrive Andrea Resch -  poté svilupparsi senza ulteriori ostacoli. Le monache aumentarono e per sopravvenute difficoltà materiali e morali, le suore dovettero lasciare il vecchio ospedale. Per munifi­cenza di Bartolomeo Ansatone, nel 1464, le Clarisse Riformate poterono tra­sferirsi a Montevergine, nella casa di una congregazione del Terz'Ordine Fran­cescano. Ebbe così inizio il Monastero di Montevergine nel quale ben presto uno stuolo di anime generose chiese di entrare per condividere la vita povera ed evangelica"(7).
Come si legge nel Martirologio francescano, la venerabile Eustochia "eletta prima badessa, lo resse santissimamente per molti anni, finchè, ricca di meriti e illustre per le virtù e per la fama di miracoli, se ne volò in cielo". Era il 20 gennaio 1485.  La "clarissa madre" Beata Mascalda l'aveva preceduta di tre anno, lasciando questa terra il 17 Ottobre 1482. (Marco V. Stocchi)



Le reliquie della Beata Mascalda Romano-Colonna sposa Calafato
sono conservate nella stessa cappella del monastero di Montevergine
dove è esposto alla venerazione dei fedeli il corpo incorrotto
di Santa Eustochio Smeralda Calafato
di cui fu madre e sorella clarissa
canonizzata da Giovanni Paolo II (nella foto) in Messina l'11 giugno 1988.

Note:


1) Si veda di Marcella Pistacchio, Grandi tesori, vere glorie (formato PDF), Curia generalizia dei Rogazionisti, Roma.

2) Si tratta del Convento di Santa Maria del Gesù, il più antico convento Carmelitano: "Ancor prima di questo convento c’erano delle acque termali romane, poi nacque appunto il monastero dedicato alla Madonna del Carmelo nel 1200. Dopo la pace tra Federico II e il sultano infatti, i carmelitani, che erano crociati pellegrini, si spostarono in Europa e lo fondarono. Il monastero poi fu venduto a delle suore anche loro del terzo ordine carmelitano e quest’ultime in seguito chiesero il riconoscimento del’ordine cirstercense e restarono lì fino al 1360. Il senato a Messina affidò a loro pure la cura della chiesa di Montalto che per un periodo fu la grangia del convento di Santa Maria del Gesù, in seguito avvenne il contrario. Le suore poi vendettero il monastero per due libbre di cera e un carro di agrumi a Fra Matteo Gallo di Agrigento, seguace di San Bernardino Da Siena che predicava il ritorno alla regola francescana pura. Gestì il monastero fino al 1421 e fra i suoi seguaci c’era anche la madre di Sant’Eustochia" (da Il Corriere del Mezzogiorno).



3) L'AZIONE SOCIALE DEI FRATI OSSERVANTI AL LORO ARRIVO NELLA MESSINA DEL '400.

"Con la presenza in Sicilia dell’Ordine Francescano Osservante, per l’impulso e l’opera del Beato Matteo di Agrigento, si vennero a creare le condizioni di conflitto, fra il popolo sempre più vessato e la nobiltà feudataria, che a vario titolo governava sulla città (...). Da una parte schierati troviamo: le vecchie oligarchie, che occupavano le cariche di comando della Giustizia, del Consolato del mare, delle Magistrature minori e l’alto clero
Il nocciolo della questione era l’economia, in forza della quale si muovevano interessi notevoli allora come oggi.
L’azione del Beato Matteo di Agrigento, che tuonava contro chi affamava il popolo, allontanandosi da Dio, rompeva di fatto un equilibrio secolare; la fame provocata dalle carestie, le epidemie pestilenziali, la ricchezza, strozzata da un aggravio di tasse sempre più esose, e una morale dileggiata dallo spreco, in tempi di recessione alimentavano lo zelo religioso dei seguaci del Beato.
Per questo stato di cose, la contrapposizione politica fra i due schieramenti fu inevitabile, degenerando in una guerra civile sanguinosissima.
L’opera del Beato Matteo, fissava dei paletti ben precisi nella società messinese dell’epoca, facendo leva sullo spirito cristiano degli indecisi, attraverso la predicazione del nome SS di Gesù.
Durante gli anni che precedettero la rivolta del 1464, grazie alle opere dei Francescani Osservanti, e alla propaganda fide, dei seguaci della venerazione del nome SS di Gesù, si era instaurata in Sicilia, e in modo particolare a Messina, una corrente spirituale fra i cosiddetti Populares, talmente radicata, da rasentare un eccesso cultuale.
Chi si ritrova a praticare la regola ispirata dal Beato Matteo, non solo segue i precetti della chiesa in maniera scrupolosa, ma, adotta, tutta una serie di comportamenti che allontanano l’individuo dalle tentazioni materiali.
Così, si potevano trovare mercanti che vendevano merci a basso costo, professionisti che accettavano compensi modesti, artisti che lavoravano con tariffari ridotti, armatori che aggravavano il costo del trasporto sulle robe della nobiltà, per accantonare decime da elargire agli ospizi e ai bisognosi; insomma, si verificò per l’epoca, una moderata azione sociale che prevedeva attraverso il carisma della carità, di sollevare le pene dei più afflitti.
Questa visione della vita non fu accettata dai potenti a cuor leggero. (...) "

Estratto da L'Ordine dei francescani Osservanti nella vita di Antonello da Messina; utile la lettura integrale dell'articolo, per conoscere i frangenti storici e religiosi di Messina nel '400.
Si coglie l'occasione di ricordare che Antonello da Messina apparteneva anch'egli e in maniera convinta al Terz'Ordine di San Francesco. Per saperne di più vedi un articolo


4) Come i Frati minori dell'Osservanza propugnavano un ritorno alla primitiva Regola di S. Francesco,  un eguale movimento riformatore attaversava il ramo femminile delle clarisse per un ritorno dalla Regola urbaniana approvata da papa Urbano IV nel 1264) alla primitiva Regola di Santa Chiara (approvata da papa Innocenzo IV, nel 1235). Santa Eustochia Smeralda Calafato è da ricordare tra le eccelse figure di basesse - umaniste, come S. Battista Camilla Varano, che nel XV secolo favorirono un Rinascimento spirituale e culturale nella Chiesa e nella società del loro tempo.

5) Cfr. L'interessante studio di Diego Ciccarelli, Volgarizzamenti siciliani inediti della regola di S. Chiara, Officina di studi Medioevali, 1983.

6) Cfr. S. Eustochia Calafato, di Giuseppe Morabito, voce della BSS, pubblicata dal sito Santi e Beati.

7) Andreas Resch, Santa Eustochia Calafato in I Beati di Giovanni Paolo II, Vol. III, Libreria Editrice Vaticana.

Nel testamento Antonello chiedeva di essere sepolto con l’abito francescano perché era terziario francescano, e pretendeva pure che dietro il suo funerale non ci fosse il clero, né quello della Cattedrale, né quello dei frati conventuali. Antonello aveva notato che la Chiesa era diventata troppo mondana e voleva, seguendo San Francesco, un ritorno alla preghiera, alla povertà e al lavoro manuale. - See more at: http://www.fondoambiente.it/News/Beni-Culturali/Index.aspx?q=dimenticata-la-tomba-di-antonello-da-messina#sthash.0a6rJeMO.dpuf

venerdì 12 giugno 2015

19 febbraio - SAN CORRADO CONFALONIERI Terziario francescano di Piacenza eremita e protettore di Noto


19 febbraio
SAN CORRADO CONFALONIERI
da Piacenza o di Noto
penitente, pellegrino, eremita
Terziario Francescano Regolare (T.O.R.)

 
Calendasco, 1290 – Noto, 19 febbraio 1351

- La sua via alla santità comincia con un incendio doloso. Il giovane Corrado nobile piacentino e uomo d'arme, durante una battuta di caccia s'infuria perché non si prende nulla: le prede sembrano svanite. Per stanarle, fa incendiare cespugli e piante, e il fuoco investe poi tutto quanto, distrugge le coltivazioni, carbonizza le case.
Accorrono le guardie del govenatore Galeazzo Visconti e arrestano un poveraccio che non c'entra. Processato, torturato, condannato a morte. Corrado, che era scappato con i compagni di battuta, a questo punto torna uomo. Nessuno lo cerca, e allora cerca lui i giudici, salva I'innocente e non gli basta ancora: paga i danni alla gente rovinata dal fuoco e si ritrova in miseria. Finisce qui la storia del ricco e comincia quella del santo, con questo gesto che è soltanto un primo passo.
Nel 1115 Corrado ado entra nella comunità del Terz'Ordine Regolare di san Francesco a Calendasco, vicino alla città di Piacenza, dove sua moglie Eufrosina è accolta dalle Clarisse.
Dopo alcuni anni, però, se ne va da Calendasco: la sua vocazione è camminare, e restare solo. Si avvia verso il Sud dell'Italia, passa per Roma, s'imbarcapiù tardi per la Terrasanta e ne torna dopo qualche anno, fermandosi dapprima a Malta e poi, definitivamente, in Sicilia.
Per vie che non conosciamo raggiunge Noto, l'antica città siculo-ellenica addossata ai monti, chesarà distrutta dal terremoto del 1693 (e poi ricostruita poco lontano nel Settecento).

Qui dapprima lo accoglie un ospizio, poi una stanza presso la chiesa del Crocifisso, dove fa amicizia con l'eremita francescano fra Guglielmo Buccheri, che però più tardi si trasferisce a Scicli. Ecco dunque per Corrado la piena solitudine che ha sempre desiderato. Ma non dura: vengono da lui i devoti a chiedere consiglio. E vengono i mascalzoni che lo deridono, lo tentano, lo picchiano a sangue. Ma ogni volta Corrado "si vendica" pregando per loro; e spesso, si racconta, fa prodigiosamente comparire dei pani caldi e fumanti, che offre ai suoi nemici.
Ancora un trasferimento: stavolta sceglie una delle grotte dei Monti Pizzoni, fuori città. E non I'abbandonerà più, se non per andare dall'amico Guglielmo a Scicli, oppure a Noto dal confessore.
A quest'ultimo, il l7 febbraio 1151, dice: "Tra due giorni, alle Grotte, avrò bisogno di te". Sa che quel giomo deve morte. Come, infatti, avviene. Lo trovano morto, dice 1a tradizione, ma sempre in ginocchio, nell'eremo intomo al quale nel XX secolo sorgerà un istituto per orfani, dell'Opera Don Orione.
Il terremoto del 1693 ha risparmiato i suoi resti, sepolti nella chiesa di San Nicolò. Essi si trovano ora nel duomo della città ricostruita, che ha in lui il patrono principale. Nel 1544 il suo culto fu esteso a tuttala Sicilia.



I.  Biografia
    Martirologio
    Liturgia
    Preghiera a S. Corrado

II. Approfondimenti
     Iter della Causa
     Patronato
     Culto a Noto
     Culto a Piacenza



Martirologio Romano:
A Noto in Sicilia, beato Corrado Confalonieri da Piacenza, eremita del Terz’Ordine di San Francesco, che, messi da parte gli svaghi mondani, praticò per circa quarant’anni un severissimo tenore di vita nell’orazione continua e nella penitenza.

Martirologio Francescano: In Noto, città della Sicilia, S. Corrado Confalonieri da Piacenza, Confessore del Terz'Ordine del nostro Serafico Padre Francesco, il quale, chiaro per nobiltà di sangue e per lo splendore elle vitù, fu decorato da Dio con il dono della profezia e con miracoli senza numero tanto in vita che dopo la morte. Il suo culto fi confermato da Papa Urbano VIII per tutto l'Ordine francescano. (1315)



San Corrado Confalonieri si festeggia il 19 febbraio nell'anniversario della morte (“dies natalis”) e l'ultima domenica di agosto a ricordo della sua beatificazione.

Proprio di S. Corrado Confalonieri



(1) Estratto da I Santi nella Storia, ed. San Paolo, 2006.


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    • Approfondimenti

      Penitente, pellegrino ed eremita del Terzo Ordine di San Francesco,  San Corrado Confalonieri nacque nel 1290. Nobile piacentino di parte guelfa, si narra, fu sposo felice di una gentildonna di Lodi.

      Corrado ferma al mano del boia sull'innocente
      e ammette la colpa dell'incendio
      (stampa del '700)
      Era appassionato per la caccia. Un giorno, lungo le rive del Po, un capo di selvaggina che egli inseguiva a cavallo, circondato da cani e bracconieri, cercò scampo una macchia impenetrabile. Dominato dall'impazienza, l'appassionato cacciatore imparti un ordine imprudente: dare fuoco alla macchia per stanare I'animale. Era estate e nella pianura riarsa dal sole, gli uomini di Corrado non furono in grado di controllare le fiamme. Si sviluppò un incendio che, con I'aiuto del vento, distrusse le messi e le cascine vicine. Corrado e i suoi uomini rientrarono in città senza essere notati. Nessuno stato testimone del loro involontario malestro. I proprietari danneggiati protestarono presso il governatore della città, che ordinò un'inchiesta. Fu arrestato un vagabondo trovato nei boschi, vicino al luogo dell'incendio. Le prove a suo carico parvero sufficienti ed egli venne senz'altro condannato a morte.
      Sulla piazza della città, poco prima che avesse luogo l'esecuzione, Corrado non potè resistere all'impulso della coscienza, si accusò colpevole e scagionò I'innocente. Venne condannato a risarcire tutti i danni arrecati dalle fiamme. Corrado era ricco, ma l’incendio era stato rovinoso. Compensò il danno, vendendo tutti i suoi beni e quelli di sua moglie. Quando l'ultimo danneggiato fu risarcito, egli aveva finito, non solo tutti i suoi beni, ma anche quelli della moglie.

      Calendasco (Piacenza)
      in basso a sinistra, il romitorio
      I due sposi ridotti all'indigenza, non si angustiarono. Per essi quel drammatico avvvenimento aveva illuminato la vita di nuova luce, come un segno del cielo. Con mutuo consenso allora si separarono. Nel 1315, mentre sua moglie, Eufrosina, entrava nel monastero delle Clarisse a Piacenza, lui si fece terziario francescano, andando a vivere nell’Eremo-Hospizio dei pellegrini, in luogo che la tradizione indica nel ‘romitorio del Gorgolare’, nei pressi di Calendasco.
      Ricevuta la benedizione da fra Aristide, superiore del romitorio, nel 1323, si fece pellegrino e presa la via Romea o Franchigena, che di lì appresso oltrepassa il Po’ - al Guado di Sigerico, oggi ripristinato per i pellegrini (1) - si recò a Roma e poi si imbarcò per la Terrasanta, dove si trattenne qualche anno. Nel ritorno si fermò prima a Malta poi in Sicilia, precisamente a Noto, dove abitò prima nelle celle della chiesa del Crocifisso; poi, infastidito dalle frequenti visite di gente che veniva a chiedere consiglio e dalla violenza di alcuni malintenzionati che lo picchiarono a sangue ricevendone però un generoso perdono, si ritirò nella grotta dei Pizzoni, conducendo  vita eremitica per 36 anni, glorificato anche dal dono dei miracoli.


      Grotta dei Pizzoni
      a 5 chilometri da Noto in Sicilia.
      nella Valle dei Miracoli



      E quella grotta, che il popolo chiamerà poi col suo nome, non l’abbandonerà più, se non per andare di tanto in tanto dall’amico Guglielmo Buccheri, un eremita francescano che si era trasferito a Scicli.
      La fama della sua santità si diffuse ampiamente e soprattutto I'eco delle durissime privazioni del devoto penitente. Ogni venerdì scendeva a Noto visitare gli ammalati dell'ospedale e per pregare davanti ad un celebre Crocefisso che si venera in quella Cattedrale. ln quella stessa chiesa furono riposte le sue reliquie, dopo la morte, avvenuta il 19 febbraio 1351 quando egli aveva 61 anni. lnsieme a San Nicola di Bari viene venerato come Patrono della città.

      Per approfondimenti, su L'ARALDO DI SAN CORRADO è dispononibile una copiosa scelta di materiali di studio, foto, informazioni etc.

      • Iter della Causa
      - "L'iter relativo alla beatificazione di Corrado Confalonieri di Piacenza è assai ricco di sviluppi. Già subito dopo la morte si avviarono le procedure, per le quali il vescovo locale poteva procedere all'elevazione agli altari di una persona vissuta in virtù eroiche testimoniate oltre che dalla vita stessa anche da persone viventi che lo avevano conosciuto.
      Lo stesso vescovo di Siracusa (sotto la cui cura ricadeva all'epoca anche la città di Noto), aveva assistito personalmente al miracolo dei pani compiuto da Corrado: il vescovo accertò di persona che egli viveva in una grotta nelle montagne netine senza nulla di ciò che serve alla vita comune, eppure Corrado porse al vescovo del pane caldo e fragrante, meravigliando lo stesso che ne riportò fedele memoria.
      Subito dopo la morte dell'eremita si diede inizio alla causa. Sospesa poi per cause legate ad eventi politici e civili, riprese nel 1400, ancora nel 1500 e si concluse positivamente. Fu beatificato da papa Leone X nel 1515.
      Papa Urbano VIII concesse Ufficio e Messa propria agli Ordini Francescani il 12 settembre 1625, mentre a Piacenza il 2 giugno 1625 con decreto del cardinale Odoardo Farnese si pose giorno di Festa feriale obbligatoria il 19 febbraio con solenne Pontificale in Cattedrale. Intanto nel 1612 nella cattedrale piacentina si era eretta una suntuosa cappella affrescata; nel 1617 si eresse una cappella in Calendasco" (2).

      • preghiera


      O Dio, che hai chiamato San Corrado Confalonieri
      a servirti nella solitudine, nella preghiera e nella penitenza,
      per sua intercessione e per il suo esempio donaci
      di nutrirci spiritualmente della lua grazia
      e di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
      Per Cristo nostro Signore. Amen.




      • Patronato
      Patrono di Noto (prov. di Siracusa).
      Patrono della Comunità di Calendasco (Piacenza)


      Viene invocato per la guarigione dei bambini affetti da ernia ed è il protettore, insieme a sant'Ubaldo e in alcune zone a sant'Eustachio, dei cacciatori.

      I suoi attributi iconografici sono gli uccelli, il cervo e le fiamme di incendi.


      • Culto a Noto

      "Particolare interesse rivestono le vicende che portarono alla beatificazione di Corrado, vicende in cui si intrecciano dati storici e credenze popolari. Va detto infatti che benché fosse ben presto venerato ad Avola e a Noto, Corrado aveva "usurpato" il posto di patrono di Noto a s. Nicola di Bari, il quale a sua volta aveva sostituito s. Luca a Nicosia. 
      Episodi questi non casuali: difatti "che i santi avessero tutti uguale potere di intercessione e che il redentore fosse il più potente di tutti, non era nozione che potesse aver corso in un popolo vessato da una particolare feudalità, sulla quale feudalità, in pratica, veniva esemplata la gerarchia celeste: e come i gabellotti, gli sbirri, i famigli erano, per la loro stessa vicinanza e presenza, più potenti del feudatario ... così i santi, più vicini alla terra per il fatto stesso di essere stati mortali, dovevano essere indubbiamente più potenti di Dio" (Sciascia, p. 189). 

      I Notigiani furono scomunicati, e solo il 12 luglio 1515 papa Leone X ordinò la beatificazione di Corrado al vescovo di Siracusa Guglielmo Raimondo Centelles. Anche in questa occasione Corrado avrebbe compiuto un prodigio: al frate Bernardino Brixiano che aveva smarrito il diploma del papa, apparve in sogno indicandogli dove ritrovarlo. Fu così che il vicario generale Giacomo Humano, secondo quanto si legge in una cronaca del tempo, il 28 ag. 1515 "assolvio tutti li populi di Noto della scomunica per avere adorato S. Corrado senza licenza della Santa Sede Apostolica" (Di Martino, p. 506).


      Nello stesso giorno venne aperta la bara: "il corpo era integro, vestito in carne, la testa separata dal corpo, con un braccio che si dimostra alli populi" (ibid.). 
      La bara fu poi portata nella chiesa del S. Crocefisso dove si verificarono molte guarigioni di erniosi. La prima festa si celebrò il 19 febbr. 1516 e i miracoli aumentarono; ciò sarebbe stato determinante perché Paolo III, il 30 ott. 1544, autorizzasse il culto di C. in tutta la Sicilia. Infine dal 12 sett. 1625, data del diploma di Urbano VIII, in onore di Corrado poté celebrarsi l'ufficio e la messa". 

      Questo brano, a firma di Mario Pagano, è tratto dalla voce dedicata a S. Corrado dell' Dizionario biografico Treccani : che contiene quasi esclusivamente notizie relative al culto tributato al S. Corrado nella città di Noto.

      Il "Santo conteso"


      Detta così, "Santo conteso", verrebbe ingenuamente da pensare che lo sia tra Noto e Piacenza, ma come si va dicendo in queste note è evidente che di questo non si tratta. Accadde, invece, che in Avola e in Noto, le campane cominciarono a suonare da sole (un classico topos dell'agiografia) quando in entrambe le cittadine si pensò che l'eremita Corrado fosse morto e, infatti, così lo trovarono, ancora in ginocchio. Ne nacque una disputa armata tra gli avolesi e i netini, per averne il corpo, ma non solo non se ne veniva a capo tra i contendenti, ma nessuno rimaneva ferito, ed è questo il miracolo. Compresero che il Santo non voleva e che entrambe le fazioni erano egualmente devote. La risoluzione fu che si sfidassero a spostare il catafalco con il Santo, e vennero scelti da ambo le parti quattro dei loro uomini più nerboruti: quando provarono gli Avolesi esso risultò pesante da non alzarsi, viceversa leggero risultò ai quelli di Noto che lo portarono in città, dove, nella cattedrale, ancor oggi il suo corpo giace in un bel sarcofago (recentemente restaurato) esposto alla venerazione dei fedeli. Di queste e tante altre cose ci narra Sebastiano Rizza in un PDF scaricabile o leggere on line, dal titolo "Il Santo conteso".

      • Culto a Piacenza

      Castello dei Confalonieri in Candelasco
      Il nostro Corrado, divenuto penitente entrò nel Terz'Ordine di San Francesco e fu ospitato dal 2015 al 2023 nell'Ospizio dei Pellegrini di Calendasco, che era una località che ben conosceva essendo uno dei feudi dei Confalonieri.

      Calendasco era luogo di sosta lungo quella famosa via Franchigena che da Canterbury in Inghilterra portava a Roma. Li vi era, alla confluenza del Trebbia con il Po, il Guado di Sigerico, l'unico guado fluviale presente lungo l’intera via Francigena. E lo stesso Corrado probabilmente attraversò quel guado quando partì penitente per il suo lungo pellegrinare, tra Roma e Terra Santa, fino a fermarsi in Sicilia e prendere dimora per il resto della vita in una grotta, nella suggestiva Valle dei Miracoli, tra Avola e Noto.


      Se in Sicilia già in vita e ancor più dopo la sua morte da subito risplendette la fama sanctitatis di San Corrado, nelle terre del piacentino gravò una lunga cancellazione della memoria : "Già in questo anno 1315 - ha di recente scritto Umberto Battini - pensiamo con ragione che sia stata operata una prima damnatio memoriae da parte della sua stessa famiglia che venne disonorata e messa maggiormente alla mercè del despota Galeazzo che era nemico avverso alla chiesa piacentina, ma la documentazione ci mostra che i Confalonieri poterono continuare il loro dominio sul territorio di Calendasco in quanto Capitani vescovili ed erano il ramo della casata discendenti di S. Corrado, tra i Maggiori della città mentre il ramo che aveva infeudate le aree quali Celleri e la frazione Torre Confalonieri era minore e detentore di pochissimi titoli".

      Umberto Battini in un articolo pubblicato sul quotidiano di Piacenza, Libertà, il 19 febbraio scorso e messo il rete dal sito Araldo di S. Corrado, curato dai frati del TOR di Noto, nell'approfondire il tema del culto diffusissimo di San Corrado a Noto e l'oblio a Piacenza, ha scritto poi di una seconda damnatio memorie: "La causa principe che portò alla cancellazione della memoria e della fama di santità in terra piacentina del Penitente fu causata nel 1547 da Giovan Luigi Confalonieri di Calendasco, che fu uno dei congiurati che partecipò all’omicidio di Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III (sic.)". Cosicché, "la nobile casata si vide negare gli onori che a Piacenza un avo salito alla santità avrebbe portato, i Farnese per vendetta fecero cadere un oblio che si protrasse fino ai primi anni del seicento, quando la loro vendetta potè dirsi consumata vedendo il congiurato esiliato a Milano e depredato di tutti i diritti di feudalità su Calendasco".

      Cosicché, se già dal 1515 con un breve di Papa Leone X (Giovanni de' Medici, 1513-1521) aveva permesso ufficialmente il culto di San Corrado e lo aveva nominato patrono di Noto, "i piacentini, molti anni dopo, dovettero imparare la devozione per il loro concittadino dai siciliani. Solo nel 1612 Gianluigi Confalonieri, prima laico e ammogliato, poi sacerdote e canonico, poté dedicare una cappella in duomo al santo della sua famiglia. Per dotarla di una reliquia, sessantenne ed infermo intraprese un viaggio per quei tempi assai arduo. In Noto ottenne parte del braccio e la mano sinistra del Santo, e morì contento di essere andato a riposare presso la tomba del suo avo". (cfr. fine-paragrafo Iter della Causa). (Marco Stocchi)


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      (1) - Guado di Sigerico così chiamato perché fu descritto nell'itinerario di Sigerico di Canterbury (arcivescovo di Canterbury) descritto anche in un video. Un servizio di attraversamento fluviale è ancor oggi attivo a cura del Comune di Cadelasco
      (2) - Sull'ter della Causa, voce tratta da Wikipedia



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