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venerdì 27 novembre 2020

S. BIANCA DI CASTIGLIA regina, madre di San Luigi IX e terziaria francescana



2 dicembre

Santa
 BIANCA DI CASTIGLIA
del Terz'Ordine di San Francesco
Francescana secolare - OFS




S. Bianca di Castiglia con il figlio S. Luigi IX





Palencia, 4 marzo 1188 – Parigi, 27 novembre 1252


Bianca di Castiglia era figlia del re di Castiglia Alfonso VIII e di Eleonora Plantageneta e fu regina di Francia in virtù del suo matrimonio con Luigi VIII. Fu reggente, dal 1226 al 1234 e dal 1248 al 1252, in nome del figlio Luigi IX.


Martirologio Francescano: In Parigi, la beata Bianca, regina di Francia, madre fortunata di Luigi IX e illustre alunna del Terz'Ordine della Penitenza, la quale sino alla fine si impiegò sempre in opere buone e dopo la morte risplendette per miracoli (1252)

Bianca è universalmente venerata come santa, benché non sia mai stata canonizzata.


Figlia di Alfonso IX, re di Castiglia, e di Eleonora d'Inghilterra, Bianca nacque a Palencia agli inizi del 1188. A soli undici anni, fu promessa sposa a Luigi, delfino di Francia, dallo zio Giovanni Senzaterra che intendeva riconciliarsi con il re Filippo Augusto. Il matrimonio dei due giovanissimi principi fu celebrato il 23 maggio 1200 a Portmort, in Normandia, e Bianca, educata cristianamente, allevò con gli stessi sentimenti religiosi i suoi numerosi figli, tra cui Luigi, che sarebbe succeduto al padre sul trono di Francia e che avrebbe ricevuto l'aureola dei santi. Dai Plantageneti suoi avi materni, Bianca ereditò l'eccezionale forza di animo e il senso politico che ben presto dimostrò collaborando alle imprese del marito, da lei incoraggiato nella sua lotta per l'eliminazione degli inglesi dal Poitou.
Divenuta regina di Francia nel 1223, rimase vedova appena tre anni dopo e, assunta la reggenza in nome del figlio minorenne Luigi IX, si trovò subito ad affrontare una coalizione dei grandi feudatari che, sotto la guida di Pierre Mauclerc, duca di Bretagna, miravano a rendersi indipendenti dal potere regio o, quanto meno, cercavano di ottenere una maggiore influenza politica, mal tollerando la reggenza di una straniera. Con accorte manovre, Bianca seppe aver ragione di questa e di altre successive coalizioni, riuscendo anche a debellare Raimondo VII, conte di Tolosa, e ad estendere in Linguadoca l'autorità regia, che fu effettivamente esercitata dopo il matrimonio del figlio Alfonso di Poitiers con Giovanna di Tolosa. Un valido aiuto nelle sue lotte Bianca lo ebbe dal cardinale Romano Frangipane, legato pontificio, presente in Francia già ai tempi di Luigi VIII, che aveva saputo conservare un certo ascendente anche sulla regina.
Giunto il figlio alla maggiore età nel 1234, Bianca continuò ancora per una decina d'anni ad occuparsi degli affari di stato al fianco di Luigi IX, fronteggiando nuove sollevazioni, specie quella di Ugo di Lusignano, conte delle Marche.
In seguito alla partenza del re per la crociata del 1243, Bianca dovette assumere nuovamente la reggenza e tornare ad occuparsi dell'amministrazione del regno, abbandonata già da qualche anno; durante questa seconda reggenza, non meno travagliata della precedente, preparò l'annessione della Linguadoca alla corona francese e represse energicamente la rivolta dei contadini scoppiata nel 1251.
Sofferente di cuore, Bianca morì a Parigi il 26 o 27 novembre 1252, mentre Luigi IX era ancora in Oriente. Il suo corpo riposa nell'abbazia di Maubuisson, da lei fondata nel 1242 e dove ella stessa aveva preso l'abito cistercense qualche anno prima della morte; il suo cuore, invece, si conserva nell'abbazia di Lys, nei pressi di Melun, dove fu portato il 13 marzo 1253.
Bianca è universalmente venerata come santa, benché non sia mai stata canonizzata, e la sua festa si celebra il 2 dicembre.
Nicolò del Re
in Bibliotheca Sanctorum, Città Nuova editrice

lunedì 16 novembre 2020

BENEDETTO XVI : S. ELISABETTA D'UNGHERIA - UDIENZA GENERALE DEL 20 OTTOBRE 2010






Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.

Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.

Gli anni della crescita in Turingia

La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.

Elisabetta e Ludovico

Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio.
All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri.

Coerenza di vita

Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Opere di misericordia

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. 
Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: “Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!”. In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

Elisabetta e i francescani

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.

Ludovico parte per le Crociate
Vedovanza di Elisabetta

Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: “Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te”. La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno.

La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. 

Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Corrado.
Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).

Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.

Epilogo

Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore.

Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio. Grazie.

Benedetto XVI
Roma, 20 ottobre 2010

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dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi




 

lunedì 12 ottobre 2020

per conoscere la B. DELFINA DA GLANDEVES del terz'ordine di s. francesco / ofs



26 novembre

Beata

DELFINA DI GLANDEVES
moglie di S. Elzeario di Sabran
del Terz'Ordine di San Francesco
Francescana secolare




Puimichel, Francia, c. 1285 - Apt, Francia, 1360



Il nome e la figura di questa Santa furono ben noti ai fedeli francesi del tardo Medioevo. Anche da noi sono noti e usati i nomi di Delfino e di Delfina, ma si sa come questi siano tipici della Francia e costituissero un tempo, non il nome, ma il titolo dei primogeniti o delle primogenite dei Re francesi, cioè dei principi ereditari che, in attesa di salire al trono, venivano investiti del feudo francese del Delfinato.
Santa Delfina ci appare come una incantevole figura di donna, che passa nel mondo portando ovunque la luce della sua grazia, il profumo della sua virtù, il tepore del suo affetto. Non una santità clamorosa, che abbia scavato un solco nella storia del suo tempo o abbia lasciato un nodo di fuoco nel tessuto della Chiesa. Una santità delicatamente femminile, che si allargò attorno a lei come linfa silenziosa e generosa, a nutrire nel bene quanti furono a lei vicini durante la sua lunga vita.

Figlia unica dei Conti di Marsiglia, era nata a Puy-Michel, nel 1283, e fin da bambina la sua presenza fu di luce e di consolazione alla sua famiglia. A dodici anni era già fidanzata con un giovane non inferiore a lei per gentilezza di tratti, nobiltà di sangue e bellezza d’animo. Infatti Elzeario, il promesso sposo, era figlio del Signore di Sabran e Conte di Ariano, nel reame di Napoli; alla nascita, sua madre l’aveva, in spirito, offerto a Dio, e più tardi un austero zio l’aveva educato in monastero.

Le nozze avvennero quattro anni dopo. Fu un matrimonio "bianco", perché i due giovani sposi scelsero la castità come più alto e più arduo mezzo di spirituale perfezione. Nel castello di Ansouis, i due nobili coniugi vissero non da castellani, ma da penitenti; non da feudatari, ma da asceti degni dei tempi eroici della prima Chiesa.

Passati nel castello di Puy-Michel, entrarono a far parte del Terz’Ordine di San Francesco.

La loro vita interiore s’arricchi allora di una nuova dimensione, quella della carità, attraverso la quale essi, ricchi di condizione, si fecero simili ai poveri per soccorrere i poveri. Delfina e il marito si dedicarono cosi, dopo le penitenze, le preghiere, le mortificazioni, a tutte e sette le opere di misericordia, rifulgendo in tutte, nessuna esclusa.

Quando Elzeario fu invitato nel suo Ducato di Ariano, quale ambasciatore nel Regno angioino di Napoli, la benefica attività dei due sposi continuò in un ambiente ancor pita difficile. I Napoletani infatti erano ostili ai governanti angioini. Tumulti e ribellioni, provocati dallo scontento, erano all'ordine del giorno.
Nel Regno angioino, i due Santi furono ambasciatori di concordia, di carità e di preghiera. Continuarono le loro opere buone, moltiplicando i propri sforzi e i sacrifici, fino a conquistarsi l’ammirazione del popolo.

Elzeario morì poco dopo, a Parigi, e venne sepolto in Provenza. Delfina invece gli sopravvisse a lungo, ed onorò la memoria del marito nel migliore dei modi possibili, continuandone cioé le opere buone e imitando le virtù, che ella stessa aveva ispirato nel consorte, con la sua schiva ma suasiva vicinanza.

Ebbe la più grande gioia che possa toccare ad una moglie, desiderosa della felicità, non solo terrena, del proprio marito. Non era infatti ancor morta quando vide il marito posto dalla Chiesa nel numero dei Santi.
Allora anch'ella, quasi novantenne, poté reclinare la testa nell'eterno riposo. Venne sepolta accanto al marito, al quale poco dopo, sarebbe stata unita anche dal riconosciuto titolo di santità.
Piero Bargellini

PER UN APPROFONDIMENTO VEDI
S. ELZEARIO DI SABRAN




Martirologio Romano: Ad Apt nella Provenza in Francia, beata Delfina, che, moglie di sant’Elze­aro di Sabran, insieme al quale fece voto di castità, dopo la morte del marito visse in povertà e dedita alla preghiera.

Martirologio Francescano: In Apt, in Francia, la Beata Delfina di Glandèves, vedova del Terz'Ordine, celeberrima per la nobiltà di casato, per la gloria della verginità che conservò illibata nel matrimonio col castissimo suo marito S. Elzeario e per la fama delle virtù e dei miracoli. Il Pontefice Innocenzo XII permise che la sua festa venisse celebrata con Ufficio e Messa (1360).






DELFINA E ELZEARIO, CASTI CONIUGI

Sebbene abbastanza rari, ci sono esempi di santi e di sante che si sono conservati perfettamente casti nella vita coniugale, astenendosi da ogni rapporto sessuale pur vivendo accanto al coniuge. Nei processi di canonizzazione si insiste allora sul "lungo tormento sopportato per amore di Dio" da questi santi.
Gli esempi non mancano, ma forse non ce ne sono di più simpatici di quello offerto da una coppia, 
quella di S. Elzeario e della B. Delfina, che trascorre in una regione profumata — Apt, Puimichel o Cabrieres — una vita che pare "uscita direttamente dalla Leggenda aurea", come osserva André Vauchez.

Delfina è nata infatti a Puimichel, probabilmente nel 1285. Era figlia del signore del luogo. La madre era di Barras, a circa dieci chilometri da Digne. Giovanissima, Delfina perde i genitori; ha una sorellastra, dal leggiadro nome di Alayette, che entra presto in convento. Quanto a Delfina, i parenti che le restano, degli zii, la mettono nel monastero agostiniano di Santa Caterina, a Soys, dove si trova sua zia, una certa suor Cecilia, che probabilmente esercita una forte influenza sulla bambina. I suoi zii la riprendono quando ha tredici anni, poiché la vogliono maritare. Carlo II d’Angiò, re di Sicilia, la destinava al figlio del conte di Ariano. Delfina rifiuta: dichiara alla sua famiglia che ha deciso di restate vergine e di votarsi a Dio. Furore degli zii, che insistono tanto più in quanto temono che il re fraintenda la causa dei rifiuto, e vi veda una maniera mascherata di respingere la domanda.
Per cercare di convincere la fanciulla, e ritenendo che un religioso la potrà influenzare meglio di loro, fanno intervenire un francescano, a cui Delfina comunica esplicitamente la sua intenzione di votarsi a Dio. Il religioso le spiega la difficile situazione in cui metterebbe la sua famiglia, e le consiglia di consentire comunque al fidanzamento, salvo poi rifiutare il matrimonio, in seguito. Delfina si lascia persuadere e scambia le promesse richieste con il giovane Elzeario (Auzias) di Sabran, probabilmente nel 1297. 
Tre anni dopo, il 5 febbraio 1300, il matrimonio è celebrato ad Avignone. Delfina ha quindici anni, due di più dei giovane sposo. Quando quest’ultimo le parla di rapporti sessuali, risponde invocando 1'esempio di Cecilia e di Valeriano suo sposo, nell'antichità, oppure la vicenda di Alessio che abbandonò il tetto familiare la sera delle sue nozze. E lo fa con tanta gentilezza, si legge nel processo di beatificazione di Delfina, che Elzeario "si mise a piangere, per un senso fortissimo di devozione".
Tuttavia, senza scoraggiarsi, ogni tanto insiste con la giovane moglie, al punto che un giorno essa si ammala, colpita da una forte febbre, e fa sapere al suo sposo che guarirà solo se egli le prometterà di vivere accanto a lei in uno stato di astinenza perpetua. Poco dopo Elzeario parte per assistere a una vestizione nel castello di Sault. Durante questa assenza riflette profondamente sulla richiesta di una sposa che ama, e decide di accettare la sorprendente situazione che ne deriva per entrambi. 
Poiché era morto suo padre, dovette recarsi in Italia per regolare la successione; la sua assenza si sarebbe protratta per quattro anni. Quando ritorna, Delfina gli confessa di avere fatto voto di verginità nella cappella del castello di Ansouis. Lungi dall'adombrarsi, Elzeario vuole pronunciare lo stesso voto; dopodiché i due sposi ricevono insieme la comunione dalle mani del loro confessore. Entrambi trascorrono la vita compiendo opere buone, tanto quanto possono.
Pur amministrando i suoi beni e possedimenti, Elzeario ha riunito a Puimichel una piccola comunità che accetta una regola di vita che potremmo dire monacale: funzioni religiose, discorsi spirituali, opere di carità. Apparentemente vive come un gran signore del suo tempo, ma ha visioni mistiche; e, sebbene Elzeario condivida il letto della sua sposa, quest’ultima dorme vestita, ed entrambi quando sono soli nella loro camera si alzano e pregano insieme. 
Elzeario fu inviato alla corte di Francia per un’ambasciata: si trattava di proporre una sposa per il duca di Calabria. Durante questa assenza, mentre si trovava ad Avignone e pregava, Delfina ebbe improvvisamente la visione di tutta la famiglia del conte vestita di nero. Capì che Elzeario era morto. E infatti qualche tempo dopo la notizia giungeva da Parigi alla Provenza. Delfina pianse a lungo quello sposo così amato, fino al giorno in cui, mentre pregava nuovamente, nella sua camera, a Cabriéres, egli le apparve e disse: "Il nostro vincolo si è spezzato; ne siamo liberi". Infatti entrambi erano ormai liberi da quel legame coniugale che era stato insieme la loro gioia e il loro tormento.
In seguito Delfina decise di vendere tutto quello che possedeva per darne il ricavato ai poveri, prendendo alla lettera le parole del Vangelo: prima i beni mobili, poi i castelli. Poiché la regina di Sicilia, Sancia, moglie del re Roberto, glielo chiese, si recò a Casasana in Sicilia, dove resto parecchi anni per prendersi cura della regina e farle compagnia. Li fece voto di povertà assoluta, conforme all'iniziativa presa in Provenza. Convocò i suoi familiari, i domestici, dichiarando che tutto ciò che si trovava nella sua residenza apparteneva loro e che ne avrebbero goduto vita natural durante, con l’obbligo di donate tutto ai poveri dopo la morte: "Se, per amore di Dio, vi piacesse tenermi con voi, insieme a mia sorella monaca, e procurarci le cose necessarie alla vita come fareste con due donne povere qualsiasi, spero che Dio vi compenserà... E voglio che d’ora in poi non mi consideriate pù come la vostra signora, ma solo come vostra compagna e come una semplice pellegrina che avete ospitato in nome di Cristo".
Ritornata in Provenza, partecipava a tutti i lavori domestici e specialmente a quelli più semplici, come scopare o lavare i piatti. Portava solo abiti grossolani di semplice bigello, e, in testa, un velo di tela di lino.
Delfina morì trentasette anni dopo il suo sposo, nel 1360, "il giorno successivo a Santa Caterina, all’aurora". Aveva settantasei anni, ed era gia malata da parecchio tempo. Elzeario era stato dichiarato santo dopo un processo avviato nel 1351. Tre anni dopo la morte di Delfina cominciava anche il suo processo di beatificazione. Le persone del suo ambiente riferirono numerosi miracoli accaduti poco dopo la sua morte. Infatti il 26 novembre 1360 il suo corpo, rivestito del saio dei frati minori, era stato trasportato nella chiesa di Santa Caterina.
La notte successiva si udi risuonare una musica armoniosa, riferiscono dei testimoni. Molti dichiarano di essere usciti per vedere donde provenissero quei canti, ma, poiché non videro nessuno, li attribuirono ai cori angelici. Un certo Stefano Martino, che non poteva camminare senza le grucce, entro nella chiesa e ne usci guarito, quel 6 novembre; e il giorno dopo il procuratore di Apt, Raybaud de Saint-Mitre, che aveva deciso di offrire un pasto ai poveri nella casa della contessa, fu sorpreso vedendo arrivare molte pù persone di quelle previste. Egli aveva fatto cuocere solo un'émine, vale a dire circa cinque litri di piselli; ce ne sarebbe voluto il triplo, per nutrire le duecento persone circa che si presentarono; ma dopo che tutti ebbero mangiato rimase ancora una grossa marmitta piena di piselli. Dunque i miracoli si susseguirono dopo la morte di Delfina, tanto che, nel 1363, fu intrapreso il suo processo di canonizzazione.
 L’arcivescovo di Aix, i vescovi di Vaison e di Sisteron furono incaricati dell’indagine, che cominciò il
14 maggio 1363 ad Apt, nella chiesa dei Francescani conventuali. Una seduta solenne nella cattedrale riunì tutta la folla, che approvo il processo e dichiarò la santità della contessa d’Ariano.
Da quel momento il processo con le deposizioni dei testimoni oculari e considerato concluso. Il testo e consegnato al papa nell'ottobre successivo. Ma a questo punto i penosi eventi che affliggevano la cristianità avevano un contraccolpo. Urbano V, che allora occupava il trono pontificio di Avignone, e che era il figlioccio di Elzeario, si trovava in una posizione difficile. Desiderava rientrare a Roma, effettuò persino un ritorno che sarebbe stato brevissimo, e preferì rinviare la canonizzazione di Delfina. Poi si succedono, ad Avignone, dal 1378, pontefici eletti in condizioni più che dubbie, e con i quali si apre il periodo chiamato del Grande Scisma. Occorre attendere il 1417 perché siano ristabilite, nella Chiesa, la pace e l’unità. Nel frattempo, nella cappella dei Conventuali di Apt, il corpo di Delfina era stato deposto in una cassa vicino a quella che conteneva le spoglie del suo sposo sant’Elzeario. Il tempo passava. Il processo non fu mai ripreso. Elzeario è sempre venerato come santo, mentre Delfina ha solo diritto al titolo di beata.
Lo strano destino di questa coppia di santi assume tutto il suo rilievo solo se e collocato sullo sfondo tragico e perturbato in cui visse. Sappiamo che nel XIV secolo hanno luogo
grandi catastrofi naturali: la carestia del 13 15-16, la peste nera del 1348; e, oltre alle guerre franco-inglesi, la cristianità è in uno stato di incertezza di fronte a un papato un poco indebolito, tenuto al guinzaglio dal re di Francia e dall'Università di Parigi, e residente ad Avignone dal 1309. In quest’epoca cosi perturbata, la santità di questa coppia vergine e totalmente accordata con la vita del Regno di Dio e i destini escatologici dell’umanità intera assume un alto significato: "Saranno come angeli nel cielo", si legge nel Vangelo.
In maniera più concreta, Elzeario e Delfina, nella loro preoccupazione costante di approfondire la fede che li anima, sono utili più volte. Elzeario è amico di un famoso francescano, Francesco di Maironnes, del convento di Sisteron, che, recatosi a Parigi per insegnare, ha potuto assistere il conte di Ariano nel momento della sua morte. 
Quanto a Delfina, i testimoni del suo processo dichiarano più volte che sapeva persuadere coloro che "avevano opinioni false, o parlavano male del Sommo Pontefice». Si doveva discutere intensamente nella regione avignonese, e non a torto, di fronte a una corte pontificia di cui il meno che si possa dire è che conduceva un’esistenza poco conforme alla povertà evangelica! 
Ancor più, il suo processo è l’eco delle asserzioni eretiche allora molto diffuse intorno alla Santa Trinità e al "Regno dello Spirito Santo" che annunciavano numerosi visionari, e che aveva l’effetto di introdurre nella vita divina una specie di "quaternità": conseguenza delle predicazioni profetiche di un Gioacchino da Fiore, che al suo tempo non era stato quasi ascoltato, ma di cui lontani discepoli riprendevano le accese teorie intorno a una Chiesa dello Spirito Santo che sarebbe succeduta a quella di Cristo. Sappiamo in che modo tali errori avessero trovato spesso eco nei francescani, nel ramo di quelli che erano chiamati spirituali. 
Un certo Durando, che depone al processo di Delfina, mostra la contessa "inorridita" dalle opinioni eretiche di un frate minore di cui non ha potuto ricordare il nome e che era venuto da Napoli per discutere con lei sulla fede nella Trinità. "Si serviva di sofismi per tentare di provare che c’era in Dio una quarta persona" dichiara. La contessa rispose ricordando l’insegnamento della Chiesa e il simbolo di Atanasio.  In un’altra occasione, fu davanti al papa stesso, Clemente VI, che Delfina, chiamata a discutere con santi dottori, li sbalordì con la sua autorità; e tutti conclusero che non poteva sapere tante cose "se non per ispirazione dello Spirito Santo".
Si tratta probabilmente dello stesso Durando di cui più testimoni narrano la vita al processo di Delfina, da cui fu miracolato. Si trattava di un guascone, Durando Amaldo de la Roque Ayniére. Lui e alcuni compagni imperversavano per la Provenza, nel 1358, quando caddero in un’imboscata preparata dalla gente di Ansouis, che, senza processo, li gettò in un pozzo "profondo circa ventidue canne", come precisa un testimone o chiusero con grosse pietre, poi si allontanarono. Quando gli avevano legato le mani, Durando aveva invocato nel suo cuore la contessa Delfina, che era allora ad Apt, e
di cui lo aveva profondamente colpito la fama di santità. Ora, in fondo al pozzo, dove era stato gettato il lunedì, torno in sé il mercoledì mattina, e una voce interiore gli disse: "Alzati,
esci di qui"; si accorse che i cadaveri dei suoi compagni che erano stati gettati prima di lui avevano attutito la sua caduta, e che era stato colpito solo da una grossa pietra, alla tibia. Riuscì ad alzarsi, gridò con tutte le sue forze; stupefatti, quelli che erano nel castello lo sentirono, gli portarono delle corde e o tirarono fuori sano e salvo. In seguito Durando si recò da Delfina, ascoltò le sue esortazioni e si convertì, si confessò e per qualche tempo resto vicino ad Apt, nel romitaggio di Santa Maria di Clermont. Pare che in seguito sia diventato frate, probabilmente a Rocamadour. Nel processo di canonizzazione depone a tre riprese.

Regine Pernoud, La Vergine e i santi nel medioevo, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1994.


mercoledì 7 ottobre 2020

Per conoscere la B. CATERINA DI BOSNIA terziaria francescana


25 ottobre
B. CATERINA DI BOSNIA
(Caterina Vukčić Kosača)
Regina
del Terz'ordine di San Francesco
Francescana secolare








Blagaj, 20 dicembre 1425 – Roma, 25 ottobre 1478


Caterina Vukčić Kosača (in serbo e bosniaco Катарина Вукчић Косача, Katarina Vukčić Kosača) è stata regina consorte di Bosnia dal 1446 al 1461, in quanto moglie del re Stefano Tommaso (Stjepan Tomaš).


Martirologio Francescano: In Bosnia, la beata Caterina, Vedova, regina di Bosnia, che, vestito l'abito di terziaria, si segnalò mirabilmente per pazienza, castità, pietà ed umiltà (1478).




Le notizie sulla sua vita sono alquanto scarne, ma sufficienti a farci comprendere la grandezza della sua figura, prevalentemente cattolica; vissuta in uno Stato balcano minacciato continuamente dall’espansionismo musulmano.
Nata in Erzegovina nel 1424, sposò il penultimo re di Bosnia Stefano Thomas, adoperandosi per la diffusione della fede nel suo regno; chiamò i Francescani ad Jaice la capitale, per contrastare e convertire i molti eretici e scismatici bogomili, che avevano fatto della Bosnia la roccaforte della loro eresia; la quale contrapponeva il mondo dello spirito a quello della materia, considerato espressione della forza del male; negava la Ss. Trinità, la natura umana di Cristo, ridotta a sola apparenza, l’Antico Testamento, non riconosceva i riti liturgici, la gerarchia ecclesiastica, il battesimo e il matrimonio.
Nel 1463 i Turchi capeggiati dal sultano Maometto II, occuparono la Bosnia e fra l’altro catturarono i figli di Caterina, costringendoli a farsi musulmani; la regina poi rimasta vedova nello stesso anno, si recò in esilio a Roma, dove fu accolta con onore dal papa Pio II, diventando Terziaria Francescana e vivendo santamente, godendo di stima e considerazione dai successivi pontefici Paolo II e Sisto IV.
Morì a Roma il 25 ottobre 1478 e sepolta con solenni funerali nella chiesa dell’Aracoeli; nel suo testamento dispose che lasciava alla Santa Sede il suo regno, la spada e gli speroni (evidentemente i simboli regali), con la clausola che se il figlio Sigismondo, prigioniero dei turchi, una volta liberato fosse tornato al cristianesimo, egli sarebbe dovuto diventare il re di Bosnia.
L’Ordine Francescano celebra Caterina come beata, con la ricorrenza al 25 ottobre, giorno della sua morte.

Antonio Borrelli - dal sito: Santi e Beati



disegno della pietra tombale di Caterina
sepolta nella basilica dell'Aracoeli in Roma


venerdì 25 settembre 2020

Beato CARLO DI BLOIS Duca di Bretagna del Terz'ordine di San Francesco / Francescano secolare

 


29 settembre

Beato
 CARLO DI BLOIS
Duca di Bretagna
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare







Blois, 1318-19 - Auray 1364

.
Nacque nel 1320 da Guido di Châtillon e da Margherita di Valois, sorella del re di Francia, Filippo VI. Unì alle doti fisiche e intellettuali profonde virtù cristiane: pietà, umiltà, spirito di sacrificio. Il 4 giugno 1337 fu dato come sposo a Giovanna di Penthièvre, nipote del duca di Bretagna e sua erede presuntiva. Morto il 30 aprile 1341 Giovanni III di Bretagna, Carlo, per difendere i diritti della moglie, dovette scendere in armi contro Giovanni di Montfort, fratellastro del defunto, che rivendicava per sé il ducato. 
Questa lotta di successione, un capitolo della guerra «dei cent'anni», trasformò la Bretagna in un campo di battaglia dove si affrontarono Francia e Inghilterra, alleate dei due partiti avversi. Carlo, leale cavaliere, si fece un dovere di combattere, anche se la sua indole lo avrebbe portato a una vita di contemplazione e di preghiera. Scriverà: «Sarebbe stato meglio che io fossi frate minore, perché il popolo di Bretagna non può aver pace a causa dei nostri contrasti e tuttavia io non posso farci nulla senza il consiglio dei baroni».
Dal 1341 al 1347 la guerra gli fu favorevole: in questo periodo apportò nella chiesa dei Francescani di Guingamp abbellimenti sontuosi e fece costruire una cappella reale dedicata a san Luigi d'Angiò. Ma il 20 giugno 1347 cadde prigioniero nella battaglia della Roche-Derrien. Conobbe allora una lunga e dolorosa cattività a Londra (1348-56): in quegli anni scrisse la biografia del suo santo prediletto, San'Ivo di Bretagna (terziario francescano anch'egli, ndr), di cui aveva ottenuto dal papa la canonizzazione. 
Liberato, poté godere di una pace relativa: nel 1363 la guerra riprese nonostante gli arbitrati e, il 29 novembre 1364, Carlo soccombette nella battaglia di Auray. Il suo corpo, rivestito del cilicio, fu inumato presso i Francescani di Guingamp. 

Culto - Subito il popolo lo venerò come santo, ma fu sette anni dopo la sua morte che Giovanna di Penthièvre fece intraprendere le pratiche per ottenere la canonizzazione di Carlo, nonostante gli sforzi contrari di Giovanni IV di Montfort. Il papa Gregorio XI, trascurando l'opposizione del duca, aprì il processo apostolico che si tenne dal 9 settembre al 18 dicembre 1371 e di cui si conserva copia degli atti nel ms. Vat. Lat. 4025. Le guerre e lo scisma di Occidente fermarono la procedura, ma la causa fu ripresa il 4 settembre 1892: il 14 dicembre 1904, Pio X confermò il culto immemorabile reso a Carlo dichiarandolo beato.
Il culto verso di lui fu organizzato, fin dall'inizio, dai Francescani. Andata distrutta (1591), durante le guerre di religione, la chiesa di Guingamp, il corpo di Carlo fu trasportato nella nuova chiesa della Madonna delle Grazie, fuori di città, che divenne meta frequentatissima di pellegrinaggi. Vi si conservano ancora, in un modesto reliquiario, offerto nel 1753 dal duca di Châtillon, resti del beato.
Viene festeggiato il 20 giugno a Blois; e il 30 ottobre nelle diocesi di Bretagna.

fonte: Bibliotheca Sanctorum - Enciclopedia dei Santi





Martirologio Romano: Presso Vannes sulla costa della Bretagna, beato Carlo da Blois, uomo pio, mite e umile: duca di Bretagna, avrebbe desiderato entrare tra i Frati Minori, ma, costretto a difendere la propria sovranità contro un nemico, forte nelle difficoltà, subì una lunga carcerazione e fu ucciso in combattimento presso Auray.

Martirologio francescano: Nella Bretagna, il Beato Carlo De Blois, Duca di Bretagna e Confessore del Terz'Ordine, il quale anante sempre della Religione e della patria, superò con lo splendore delle virtù la gloria del casato. Il suo culto immemorabile ebbe l'approvazione e la conferma del Sommo Pontefice Pio X (1364).




Carlo di Blois; la cui storia occupa un capitolo ridotto nella storia della Guerra dei Cent’anni, era figlio di Guido di Chatillon, conte di Blois, e di Margherita, sorella di Filippo VI di Francia. Nato nel 1319, fu noto in gioventù per la bontà e il coraggio. Nel 1337 sposo Giovanna la Zoppa di Penthievre, nipote ed erede di Giovanni III, duca di Bretagna che, in vista del matrimonio, aveva nominato Carlo come erede, ma quando alla morte di Giovanni (1341) Carlo reclamò il ducato, dovette affrontare un rivale: Giovanni di Montfort, fratellastro del duca. Questo scatenò la lotta tra i due uomini, che continuarono a combattersi fino alla morte di Carlo: anche se né lui né la moglie risolsero il problema, come avrebbero invece potuto fare ritirandosi, Carlo s’offri di sistemare la questione personalmente in un duello. Al rifiuto del rivale, quando la guerra prosegui, fece il possibile per ridurne gli effetti sui sudditi. Dopo la presa di Nantes, per esempio, la sua prima azione fu di assicurarsi che i poveri avessero cibo a sufficienza e che i feriti fossero adeguatamente curati, e lo stesso avvenne dopo le battaglie di Rennes, Guincamp e cosi via.
Carlo, nel frattempo, fondo alcune case religiose affinché i monaci potessero pregare per la sua causa e per le anime di quelli che morivano nei combattimenti; si recò scalzo in pellegrinaggio al sepolcro di S. Ivo (19 mag.) a Tréguier per lo stesso scopo. Alcuni suoi seguaci pensavano che avrebbe fatto meglio a diventare monaco, e quando sospese l’assedio di Hennebont per permettere alle truppe di partecipare alla Messa, uno degli ufficiali protestò apertamente. Carlo gli rispose "Possiamo avere sempre città e castelli: se ci saranno portati via, Dio ci aiuterà a riaverli, ma non possiamo permetterci di perdere la Messa".
Alla fine, nonostante 1’aiuto ricevuto dal re di Francia, Filippo IV di Valois (1328-50), Carlo fu sconfitto da Giovanni di Montfort, con l'appoggio di re Edoardo d’Inghilterra (1327-77).
Era riuscito a resistere per un breve periodo, ma nel gennaio 1347, dopo la battaglia di Crécy e il sacco di Poitiers, fu sconfitto nella battaglia di La Roche-Derrien vicino a Tréguier, fatto prigioniero, e spedito in Inghilterra. La somma di denaro richiesta come riscatto fu cosi enorme che dovette trascorrere nove anni nella Torre di Londra prima di riottenere la libertà. Durante la prigionia scrisse una biografia di S. Ivo di Bretagna, mentre la pazienza e la devozione gli fecero guadagnare l’incondizionata ammirazione dei suoi carcerieri.
Finalmente, dopo aver conquistato la libertà, il 12 luglio 1363, accettò di dividere il ducato, ma sfortunatamente sua moglie non fu d’accordo, perciò Carlo infranse il patto, continuando a rivendicare la totalità del regno per altri nove anni, con alterne fortune. L’ultima battaglia avvenne ad Auray il 29 settembre 1364: davanti a Carlo vi era un esercito di soldati britannici capeggiati da Giovanni Chandos: Bertrando du Guesclin fu fatto prigioniero, e Carlo ucciso sul campo di battaglia, poi seppellito a Guincamp.
Furono riferiti miracoli avvenuti sul suo sepolcro, ed esisteva un movimento tenace che portava avanti la causa della canonizzazione, a dispetto delle proteste di Giovanni IV di Montfort, che temeva che ciò potesse danneggiare la sua posizione in Bretagna. Sembra che papa Gregorio XI (1370-78) avesse, infatti, autorizzato la canonizzazione, ma nella confusione causata dalla sua partenza da Avignone nel 1376, la bolla non fu mai scritta; nonostante questo il popolo continuò a venerarlo, e il culto fu confermato da papa S. Pio X (26 ago.) nel 1904.




Charles de Blois Chattilon, viene fatto prigioniero
al termine della battaglia di Roche Derrien nel 1347


mercoledì 23 settembre 2020

Beata Caterina Visconti, Duchessa, del Terz'ordine di San Francesco - Francescana secolare



27 ottobre
Beata
 Caterina Visconti
Duchessa di Milano
del Terz'ordine di San Francesco
Francescana secolare




Milano, 12 luglio 1362 – Monza, 17 ottobre 1404



Caterina Visconti figlia di Bernabò Visconti, signore di Milano, e di Beatrice Regina della Scala, fu l'ultima signora consorte di Milano, dal 1385 al 1395, e la prima duchessa consorte di Milano, dal 1395 al 1402 (anno della morte del marito), in quanto seconda moglie di Gian Galeazzo Visconti, suo cugino di primo grado.




Martirologio Francescano: In Monza, nel territorio di Milano, la beata Caterina Visconti, duchessa di Milano, Vedova Terziaria, donna assai ammirabile, perché sempre intenta agli esercizi della pietà e alle opere della misericordia (1404)








Miniatura di un messale in cui sono raffigurati 
Gian Galeazzo e Caterina Visconti inginocchiati, 
opera di Anovelo da Imbonate



martedì 22 settembre 2020

PER CONOSCERE IL B. ROBERTO GALEOTTO MALATESTA del III ordine di s. francesco O.F.S.



10 ottobre
Beato
Roberto Galeotto Malatesta da Rimini
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare



Sant'Arcangelo di Romagna 1411-1432





Stemma dei Malatesta



Martirologio Francescano: Nel paese di S. Arcangelo, presso Rimini, nella Romagna, il beato Roberto Malatesta, detto Galeotto, Confessore, Principe della stessa città, il quale, vestito l'abito del Terz'Ordine, si segnalò talmente per l'umiltà, castità, orazione e povertà, nonché per le altre virtù, che vivo e morto fu illustrato con numerosi miracoli. 



.

Al nome dei Malatesta, il pensiero corre subito alla Romagna e a Rimini, la città che dal XII secolo fu la signoria di questa celebre e potente famiglia, insieme con gran parte della Marca d'Ancona.
Ma il nome dei Malatesta, Signori di Rimini, non evoca di solito ricordi di santità o di perfezione spirituale. Evoca piuttosto echi di successi guerreschi e mondani, spesso privi di scrupoli, conditi di superbia e di crudeltà, di ambizione e di sopraffazione.
Anche il più celebre membro della famiglia, Sigismondo Pandolfo, uno dei più valenti condottieri del '400, ebbe una vita estremamente turbinosa e non certo esemplare dal punto di vista morale e spirituale.
Se ne riscattò soltanto in parte con il suo tenace amore per Isotta degli Atti e per il suo mecenatismo verso uomini d'afte e di cultura, di cui è testimonianza, a Rimini, lo splendido Tempio Malatestiano, costruito da Leon Battista Alberti architetto, e decorato da Agostino di Duccio scultore e da Piero della Francesca pittore.
Può sorprendere, dunque, trovare il cognome dei Malatesta portato da un Santo, o meglio da un Beato, il Beato Roberto. Non si tratta di un caso di omonimia, ma proprio del figlio del Signore di Rimini, nato a Brescia nel 1411 e vissuto - brevissimamente - nella città adriatica che avrebbe visto poco dopo i fasti e i nefasti di Sigismondo Pandolfo.
Nella storia politica della famiglia Malatesta, la vita di Roberto trascorse quasi senza peso. Era un giovane delicato, di salute e di anima, al quale, sedicenne, venne data in sposa, contro la sua volontà, ma per precisi criteri dinastici, la giovane Margherita d'Este, nata nella famiglia dei Signori di Ferrara.
1 due giovanissimi sposi vissero insieme castamente e santamente, quasi isolati, nella corazza della loro virtù, da quello che era, di regola, l'ambiente frivolo e superbo delle grandi famiglie signorili dei tem-po.
Roberto era terziario francescano, e del Terzo Ordine osservò la Regola con una fedeltà e una costanza degna di un vero asceta.
Si fece ammirare e amare per pietà e carità, soprattutto nei confronti degli infermi, e addirittura dei lebbrosi.
Morì, forse di contagio, quando aveva soltanto ventitré anni. A Rimini lasciò commosso rimpianto, ma sembrò che il ricordo di quel giovane fragile e schivo dovesse presto scomparire, nell'ombra gettata da altri personaggi ben più imponenti e di imprese ben più clamorose. Così invece non fu, se la memoria di Roberto Malatesta, venerato come Beato, è sopravvissuta tenace fino ai nostri giorni, proprio grazie ai delicati meriti del giovane signore di Rimini, il quale aggiunse al nome ammirato e temuto dei Malatesta il profumo della difficile santità.


Fonte: Archivio Parrocchia

lunedì 24 agosto 2020

SAN LUIGI IX E I FRANCESCANI di Fr. Fernando Scocca





SAN LUIGI IX E I FRANCESCANI

L'Ordine Francescano Secolare, ha come patroni santa Elisabetta e e san Luigi/Ludovico re di Francia. Tenendo come riferimento l'eccellente biografia di Jaques Le Goff ("Saint Louis", ed. Gallimard 1996), vogliamo mettere in luce i legami che ebbe san Luigi, re di Francia, con i francescani. Lo storico francese tratta più volte deí contatti avuti con alcuni francescani da parte di Luigi.

Senz'altro il più significativo è stato l'incontro nel 1254 con Ugo di Digne, un francescano provenzale condizionato dalle idee gioachimite, piccolo e austero, dalla voce che suonava come una tromba e colpiva gli ascoltatori come una tromba marina. Sembra che san Luigi, di ritorno dalla prima sua crociata, abbia voluto íntenzionalmente incontrarlo. Ugo predicò alla presenza del re. Stigmatizzò i troppi religiosi che stavano a corte, "lo per primo" - disse -, e gli raccomandò soprattutto la giustizia, "virtù senza la quale ogni regno va in rovina". Luigi fece tesoro della lezione del francescano a tal punto che in tutta la sua vita preminente fu l'esercizio della giustizia e della pace e il desiderio di "rendre", cioè "restituire" ciò di cui ci si è appropriato ingiustamente.

Gioachímita era in quel periodo anche il Mínistro generale dell'Ordine fra Giovanni da Parma, con il quale íl re ebbe modo di incontrarsi durante un pranzo offerto dal sovrano nel Capitolo generale celebrato a Sens nel 1248 e dove l'austero Ministro generale francescano preferì la mensa dei più umili. La partecipazione di Luigi al Capitolo generale dei frati francescani rientrava nella sua preparazione penitenziale alla crociata.

Nella Parigi che vedeva la nascita dell'Università della Sorbonne, proprio per opera del re Luigi, forte era l'autorità del teologo francescano fra Bonaventura, insegnante in quello studio e poi Ministro generale dell'Ordine francescano (dal 1257). "Dei centotredici sermoni che san Bonaventura pronunciò a Parigi fra tl 1257 e il 1269, diciannove furono pronunciati dinanzi al re".

Quando si diffuse l'immagine di un re non solo amico deí frati mendicanti, ma egli stesso frate sul trono, tanto che veniva apostrofato come "frate Luigi", secondo una fonte, l'appellativo non lo disturbava affatto quasi acconsentisse a quella condizione che gli si attribuiva.

Sotto silenzio è passato dallo storico francese, il presunto incontro tra il beato Egidio e Luigi a Perugia, narrato dagli Actus, cap. Xllll. Secondo il racconto san Luigi, attratto dalla fama di santità del beato Egidio, si reca a vistarlo a Perugia, presentandosi sotto umili abiti di pellegrino. E quando si incontrano si scambiano abbracci e baci e prostrazioni, e senza altro dirsi, si accomiatano come se si conoscessero da sempre.

LUIGI IX E IL TERZ'ORDINE FRANCESCANO   (o.f.s.)

Ammiratore dei mendicanti sia francescani sia domenicani, oltre che dei cistercensi, aiutò loro a costruire molti conventi in Francia, cosa di cui i frati gli serbarono riconoscenza duratura. Non possiamo in base a questi indizi avallare quello che il Wadding afferma: che san Luigi si fosse associato al Terzo Ordine di san Francesco. Non si ha nessun appiglio documentale sicuro per sostenere una simile appartenenza. Nel 1547 una bolla del papa Paolo V fece ufficialmente di san Luigi un terziario francescano; verso il 1550 I'ufficio di questi terziari afferma: "Luigi si associò a san Francesco perché dirigesse i suoi passi sotto la regola della Penitenza".

Se non si può provare I'associazione formale ed esplicita al Terzo Ordine di san Francesco da parte del santo re Luigi, tuttavia la sua spiritualità è stata certamente influenzata in modo molto marcato dai francescani, più di quanto non abbiano fatto i domenicani e i cistercensi, che pure egli ha ammirato e ha avuto molto vicini.

"Come santo egli è un santo della sofferenza accettata e desiderata, nella carità per i poveri e gli ammalatí, nell'amore-imitazione per il Cristo crocifisso; un santo della penitenza e dell'auto-immolazione, il "doppio" laico di Francesco d'Assisi. Se questi ha visto coronata dalle stimmate la sua vocazione per la sofferenza, san Luigi ha concluso il suo doloroso cammino nell'ora tragica e gloriosa della morte di Gesù. La devozione al Cristo crocifisso e alla Croce induce san Luigi a percorrere egli stesso la via del sacrificio: penitente di quella penitenza superiore ad ogni altra che è la crociata, tormentato dalla malattia, dalla sconfitta, dalla prigionia, egli è giunto - con la sua seconda crociata - fino al martirio".

Un santo laico dunque, un politico che ha fatto del bene comune della Francia il suo programma di governo trovando nelle indicazioni esigenti del Vangelo una via adatta per realizzare la sua vocazione di straordinario reggitore della nazione (e del mondo cristiano), facendo propri gli atteggiamenti di Gesù Cristo servo sofferente che si offre a favore del popolo, con lo sguardo verso la realizzazione escatologica della Gerusalemme, da lui sempre sognata e nel cui nome è spirato.
Fra Fernando Scocca, TOR

venerdì 21 agosto 2020

BEATO DOMENICO DA CESARIANO DI MONTEREALE Terziario francescano


22 Agosto
Beato
DOMENICO DA CESARIANO

di Monreale dell'Aquila

(Domenico Alessi)
Terziario Francescano


Cesariano, ca. 1450 – Cesariano, 22 agosto 1510


Il Beato Domenico da Cesariano nacque verso il 1450 a Cesariano, frazione del comune di Montereale dell'Aquila, nella diocesi di Rieti (ora diocesi dell'Aquila), da nobili genitori perugini della famiglia Alessi che si erano trasferito nel villaggio.
Si sposò ed ebbe una figlia, ma successivamente e col consenso della moglie prese l'abito del Terz'ordine di San Francesco nella chiesa di San Bernardino all'Aquila.
Il Beato Domenico attendeva continuamente all'esercizio dell'orazione, della mortificazione e della penitenza, distribuiva abbondanti elemosine ai poveri, visitava e serviva gli infermi e i carcerati, alcuni dei quali liberò dal carcere pagandone i debiti.
Secondo la tradizione risolse dubbi e questioni difficilissime benché privo di istruzione, vide più volte il suo angelo custode, risanò uno storpio dalla nascita e diede la parola a una fanciulla nata muta.
Morì il 22 agosto (ottava dell'Assunzione) 1510 nello stesso paesino di Cesariano, e il suo corpo fu tumulato nella chiesa di Santa Maria in Pantanis [1], (nel comune di Montereale), chiamata anche Madonna del piano, dove tuttora è conservato all'interno di una grande teca di vetro.
Il Beato Domenico, nei vari cataloghi dei beati terziari francescani è registrato come: Beatus Dominicus De Tilis, sive De Alexiis, Perusinus. Il 22 agosto di ogni anno la popolazione di Cesariano festeggia questo beato nella piccola chiesetta a lui dedicata. (wikipedia)


Martirologio Francescano: Presso Montereale, nell'Abruzzo, il Beato Domenico degli Alessi da Perugia, Confessore pure Terziario, uomo di esimia santità, il cui corpo ancora intero si conserva con venerazione e viene onorato con una festa annuale (1510).






Cenni storico-agiografici
Tratti dal vol. II de "L'Abruzzo Aquilano Santo", di autore non identificato, rilegato a cura di di Vittorio D'Alesio e conservato presso l'archivio delle Monache Cistercensi di Montereale dell'Aquila. Adattamento e aggiornamento di P. Antonio Caprarola, trinitario.


Il Beato Domenico, perugino, nacque verso il 1450 (data non meglio precisata) a Cesariano di Montereale dell'Aquila, nella diocesi di Rieti (attualmente dell'Aquila), da nobili genitori perugini della famiglia Alessi, che si erano trasferiti nel suddetto villaggio. Sposatosi, dalla moglie ebbe una figliuola. Ma poi, desideroso di consacrarsi a Dio, col consenso della moglie, prese l'abito del Terz'Ordine Francescano  nella chiesa di S. Bernardino all''Aquila, e, per lo spazio dl venticinque anni, fino alla sua morte, visse in santa continenza con la moglie, come fossero fratello e sorella, dedicati ambedue al servizio di Dlo e dei poveri, con l'intento di assicurarsi la salvezza eterna dell'anima, ritenuta l'unica cosa necessaria.

Egli attendeva continuamente all'esercizio dell'orazione, della mortificazione e della penitenza. macerando il suo corpo con un ruvido cilizio e discliplinandosi a sangue  con catene di ferro. Distribuiva abbondanti elemosine ai poveri, a 20 dei quali, ogni sabato, in onore della Vergine santissima, da lui teneramente amata e venerata, dava da rnangiare, servendoli con molta umiltà e carità. Egli stesso cuoceva loro i legumi 1n una grande pignatta di bronzo, capace di venti scodelle. Molte volte, sopraggiungendo un maggior numero di poveri, i legumi si moltiplicavano miracolosamente e bastavano a tutti, con grande stupore di chi ne veniva a conoscenza. Questa pignatta si conservava ancora ai tempi dello Jacobilli - che ce ne ha trasmesso la notizia - presso il Dottor Domenico Alessi, pronipote del Beato Domenico, il quale la teneva con grande devozione, insieme ad altre cose del Beato.

Il Beato Domenico visitava amorevolmente gli infermi e i carcerati, molti dei quali liberò dal carcere, pagando i loro debiti. Ai poveri più vergognosi, egli portava l'elemosina di notte; aiutò molte zitelle orfane a sistemarsi, dedicandosi anche a molte altre opere di misericordia. Vide più volte il suo Angelo Custode.

Fu anche dotato da Dio dello spirito di profezia, come dimostrò in varie occasioni, preannunziando eventi lieti e luttuosi. Benché privo di istruzione, risolse dubbi e questioni difficilissime, illuminato dallo spirito di Dio: ragionava come se avesse studiato ogni scienza. Per queste singolari prerogative, di cui venne decorato da Dio, divenne molto celebre, anche perché, a conferma della sua santità il Signore operò per suo mezzo miracoli in vita e in morte. Risanò uno storpio dalla nascita, un altro dal flusso di sangue, altri infermi col segno della. croce, e diede la parola ad una fanciulla muta.

Giunto il tempo in cui il Signore volle premiarlo di tante opere buone, morì nella stessa Cesariano di Montereale verso l'anno 1510, il 22 agosto, ottava della festa di Maria Santissima Assunta in cielo, giorno in cui in ogni anno viene celebrata la sua memoria.

culto

Il suo corpo fu tumulato con molta devozione nella Chiesa di Santa Maria in Pantanis, chiamata anche la Madonna del Piano, circondata da Montereale e dalle sue ville, tra cui Cesariano che ha dato i natali al nostro Beato e che ogni anno testimonia a questo suo figlio la propria devozione, ricorrendo con fiducia al suo patrocinio.
I suoi funerali furono celebrati con grande concorso di popolo; vi primeggiavano i poveri da lui soccorsi nei loro bisogni, i quali pur piangendo il loro benefattore, erano certi di aver acquistato un grande avvocato in Cielo. La tradizione riferisce che molti infermi furono miracolosamente guariti, durante le sacre esequie.
Alcuni anni dopo la sua morte, moltiplicandosi grazie e miracoli per sua intercessione, venne eretto in suo onore un sacro deposito alla destra dell'altare maggiore della chiesa di Santa Maria in Pantanis, dove fu trasferito e si conserva ancora intatto il suo corpo. Nella stessa chiesa collegiata e parrocchiale, si conserva ancora un cilizio di crini di cavallo che il Beato portava sul suo corpo, in ispirito di penitenza.

Il Jacobilli, che ci ha lasciato scritte queste notizie, ha scritto: "E' venerato con grande concorso di popolo, che dal Beato riceve tutt'ora grazie segnalate. La sua festività viene celebrata ogni anno in Santa Maria in Pantanis nella domenica dopo l'Assunzione della Beata Vergine Maria, con grande concorso di popolo, che viene a venerare in detta Chiesa il suo Sacro Corpo. Vi si fa anche, in quel giorno, una ricca fiera e molte solennità. I Sommi Pontefici hanno concesso più volte l'Indulgenza Pleanaria a coloro che in tale giorno visiteranno detta Chiesa e il Sacro Corpo del Beato Domenico".

Il Beato, in vari Cataloghi di Beati Terziari Francescani è registrato "Beato Dominicus De Tilis, sive de Alexiis, perusinus" (1). Da qui anche avvolte è indicato come "Beato Domenico da Perugia", per via - come si è visto - dell'origine della famiglia.

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1) Jacobilli, al 22 Agosto - Marco da Lisbona, parte III, lib. 8, cap. 41.


martedì 2 giugno 2020

BEATA COSTANZA DI CASTRO Francescana Secolare


14 giugno

Beata
COSTANZA DI CASTRO

Terziaria francescano



Vivero (Spagna) + 1286



Martirologio Francescano: In Vivero, diocesi di Montonedo, in Spagna, la beata Costanza di Castro, Vedova Terziaria, illustre per nascita, ma più ancora per virtù (1286)


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venerdì 15 maggio 2020

PER CONOSCERE LA BEATA UMILIANA DE' CERCHI, PRIMA TERZIARIA FRANCESCANA DI FIRENZE


 19 maggio
UMILIANA DE' CERCHI

vedova, reclusa
francescana secolare


1219 – 19 maggio 1246



La Beata Umiliana dei Cerchi nacque a Firenze nel 1219 da Oliviero dei Cerchi, discendente degli antichi signori d'Acone in Val di Sieve. Colpita in tenera età dalla perdita della madre, fu allevata dalla matrigna Ermellina di Cambio dei Benizi, consanguinea di San Filippo. Nel 1234, non ancora sedicenne, per volere dei parenti andò sposa ad un nobile usuraio. Fu un matrimonio d'interesse. Visse nel matrimonio cinque anni, dando alla luce due figlie. Di natura del tutto diversa da quella del marito, la Beata fu sostenuta in questo periodo dall'ottima cognata Ravenna, dando a tutti esempio di mirabile pietà cristiana. Ogni giorno si dedicava di buon mattino aIl'orazione mentale e si privava del cibo e delle vesti per sfamare e vestire i poveri.
Nel 1239 a vent'anni, rimasta vedova, rinunciò a parte della sua dote per saldare i debiti del defunto marito e si dedicò con amore all'educazione delle sue bambine. Trascorso l'anno di vedovanza, tornò nella casa paterna, costretta a lasciare le figlie ai consanguinei del marito. Riconfermò allora il proposito di vivere in castità, respingendo le proposte e le minacce dei familiari che volevano che passasse a nuove nozze. Più volte chiese alle clarisse di Monticelli di essere accolta tra loro, ma invano. Rassegnata  a vivere nel mondo, si pose sotto la direzione spirituale del francescano Beato Michele degli Alberti, progredendo nella contemplazione di Gesù crocifisso.
Nel 1240 nella basilica di Santa Croce ricevette il saio francescano della penitenza: fu la prima terziaria fiorentina, seguita da una lunga serie di sante donne. Nel 1241 chiese ed ottenne dal padre di vivere appartata nella torre dei Cerchi, nei pressi di Piazza della Signoria. Anche in questo isolamento subì persecuzioni e contrarietà. Privata con inganno di tutti i suoi beni, ne fu lieta e ringraziò Iddio e si dedicò alla penitenza e all'elemosina, distribuendo ai poveri quanto aveva.
Molti furono i carismi con cui fu favorita da Dio: estasi, spirito profetico e virtù taumaturgiche.
Molti episodi della sua vita sono da ascriversi al florilegio leggendario: con un segno di croce di una mano invisibile fu risanata da una dolorosa ferita; l'acqua le servi in luogo dell'olio per alimentare il lume del Santissimo Sacramento; l'Angelo Custode la chiamava per tempo al mattino all'orazione; arsa dalla sete, la Madonna le portò da bere; Gesù più volte la cibò con pane, le mutò l'acqua in vino e le risuscitò una figlia morta improvvisamente; Satana veniva a tentarla con lusinghe e inganni, in sembianze seducenti o in forme ributtanti: la fermezza della sua fede la difendeva sempre da questi assalti.Circondata da questa aureola di santità, morì il 19 maggio 1246 all'età di 27 anni e fu sepolta nella chiesa di Santa Croce.
ll suo culto fu approvato da Innocenzo Xll il 24 luglio 1694.
 

Martirologio Romano: A Firenze, beata Umiliana, del Terz’Ordine di San Francesco, che sopportò lodevolmente i maltrattamenti del coniuge con pazienza e mansuetudine e, rimasta vedova, si dedicò con tutta se stessa alla preghiera e alle opere di carità.

Martirologio Francescano: In Firenze, la beata Umiliana de'Cerchi, Vedova del Terz'ordine, insigne per virtù dell'astinenza e della pazienza, come pure per i miracoli, il cui culto fu approvato dal Sommo Pontefice Innocenzo XII (1246)






Nata nel 1219 a Firenze, forse secondogenita dei sette figli che Ulivieri di Cerchio de' Cerchi ebbe dal primo matrimonio, rimase presto orfana della madre e fu affidata alle cure della seconda moglie di suo padre, Ermellina di Cambio de' Benizzi, che le sarebbe stata più tardi vicina nelle aspirazioni penitenziali e che avrebbe dato ad Ulivieri altri undici eredi, fondatori della futura fortuna economica dei Cerchi.

Destinata dalla politica familiare alle nozze, Umiliana, nel 1234, non ancora sedicenne, andava sposa, come vuole una tradizione successiva, a uno dei Bonaguisi: il biografo di Umiliana, il francescano Vito da Cortona, raccoglitore delle memorie del confessore della santa, non ha dato particolare rilievo a questi elementi storici, sottolineando di contro, nell'accesso allo stato matrimoniale di Umiliana, i primi caratteri della sua intenzione penitenziale. Salvo infatti il decoro dovuto alla famiglia di adozione, la giovane sposa disprezzava in ogni modo le pompe e gli ornamenti del secolo, con la complicità e l'appoggio di una cognata, la buona Ravenna, moglie del maggiore dei fratelli del marito e da allora in poi assidua compagna delle scelte devozionali e caritative di Umiliana.

Con la cognata la giovane sposa percorreva le strade che portavano, fuori le mura, ai piccoli loca sancta della tradizione devozionale fiorentina, o passava le notti in laboriose vigilie per predisporre cibi - sottratti alla dispensa familiare - da distribuire ai poveri l'indomani, o nella confezione di abiti, anch'essi destinati a sovvenire le necessità dei bisognosi. Santa misericordia, che non sempre trovava consenzienti o solidali i membri maschili della famiglia, portati a una oculata amministrazione della masserizia e quindi a una sempre più invadente interferenza nella sfera della devota generosità amministrata dalle donne di casa. Rimproverata e percossa per questo a più riprese, Umiliana accolse infine come una liberazione la morte del marito (1239) e la possibilità di rientrare, trascorso il tradizionale anno di lutto nella casa coniugale, nella propria famiglia d'origine.

Tuttavia la relativa libertà del suo nuovo statuto vedovile non le consentì di disporre pienamente di se stessa secondo le proprie intenzioni: respinte recisamente le proposte di contrarre nuove nozze, così come suggerivano insistentemente i parenti, la giovane vedova dovette vedere frustrato il suo desiderio di accedere al chiostro: la sua simpatia per le comunità femminili dei mendicanti a Firenze, le domenicane di S. Jacopo di Ripoli e le clarisse di Monticelli, non portò a risultati concreti. Forse anche per sottrarla al desiderio del chiostro, il padre Ulivieri le rese indisponibile la dote, condannandola di fatto alla totale dipendenza e ad un ruolo di passiva inutilità nell'economia domesti-
ca. Divenne ospite indesiderata e improduttiva nell'economia sociologica della famiglia - che grazie ai matrimoni si apriva al complesso gioco di alleanze, proprie dell'organizzazione consortile della società cittadina - e si vide contendere anche lo spazio casalingo necessario allo sviluppo della sua privata scelta devozionale.
 



Strappata per proprio uso una torre, ella vi si insediò come in un romitorio, sospesa sull'universo ostile dell'ambiente domestico e sulla città inquieta e piena dei contrasti politici di metà Duecento. Circondata da pochi oggetti cari alla sua devozione - una tavola della Vergine con in grembo un bambino, che sarà occasione di un'importante visione, o una reliquia dei capelli della Madonna - la giovane vedova ritagliò una sua personale disciplina dello spirito: si staccò sempre più dalla sfera attiva della pietà e della misericordia, vissuta agli inizi della sua conversione e propria invece di quell'ambiente di devoti appartenenti all'Ordine della penitenza (pinzocherí o coniugati, più tardi terziari), per i quali la sua figura, all'indomani della morte e della celebrazione della sua vita da parte dei francescani, sarebbe divenuta modello esemplare. Sempre più lontana dagli affetti del mondo - arrivò infatti quasi a ignorare i propri figli nella totale astrazione della preghiera - e in compenso provata con maggiore intensità da un demonio particolarmente efficace nella insinuazione del dubbio e dello sconforto, Umiliana giunse stremata dalla malattia alle soglie della morte, avvenuta il 19 maggio 1246.

Pochi mesi dopo, nell'agosto, i francescani dell'allora ancor piccola S. Croce ne organizzarono una solenne traslazione, mentre affidarono al più colto dei frati allora presenti in convento (fra Vito da Cortona) l'incarico di redigere una lunga e bella versione agiografica della sua vita (1248), alla quale fece seguito di lì a poco (1249) una raccolta di miracoli autenticati (opera di fra Ippolito da Firenze). Prendeva così l'avvio un culto che, dapprima destinato a costituire un riferimento ideologico alle pie donne che si riunivano attorno al convento francescano, fu poi amplificato nella tradizione minoritica, quando l'organizzazione del terz'ordine cominciò a richiedere, accanto a sempre più precisi interventi normativi, anche un quadro di riferimenti parenetici.

A. Benvenuti in Il Grande libro dei Santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardo, G. Zarri, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 1998.


VIDEO

I Frati Minori Conventuali
La Basilica di Santa Croce
UMILIANA DE' CERCHI 1219-2019
VIII ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELLA BEATA
presentano una mostra on-line e un video







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  • PREGHIERA



O Dio, grandezza degli umili, che nella Beata Umiliana dei Cerchi
hai dato alla Chiesa un sublime esempio di carità di povertà e pazienza,
fa' che per sua intercessione
portiamo serenamente la nostra croce e non ci separlamo mai da te.
Per Cristo nostro Signore. Amen.





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