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giovedì 12 novembre 2020

BENEDETTO XVI : S. GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO - UDIENZA GENERALE DEL 28 APRILE 2010


VEDI IL PROFILO PUBBLICATO DAL CALENDARIO FRANCESCANO SECOLARE






Cari fratelli e sorelle,

ci stiamo avviando verso la conclusione dell’Anno Sacerdotale e, in questo ultimo mercoledì di aprile, vorrei parlare di due santi Sacerdoti esemplari nella loro donazione a Dio e nella testimonianza di carità, vissuta nella Chiesa e per la Chiesa, verso i fratelli più bisognosi: san Leonardo Murialdo e san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Del primo ricordiamo i 110 anni dalla morte e i 40 anni dalla canonizzazione; del secondo sono iniziate le celebrazioni per il 2° centenario di Ordinazione sacerdotale.

(...) San Giuseppe Benedetto Cottolengo

Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra, cittadina della provincia di Cuneo, il 3 maggio 1786. Primogenito di 12 figli, di cui 6 morirono in tenera età, mostrò fin da fanciullo grande sensibilità verso i poveri. Abbracciò la via del sacerdozio, imitato anche da due fratelli. Gli anni della sua giovinezza furono quelli dell’avventura napoleonica e dei conseguenti disagi in campo religioso e sociale. Il Cottolengo divenne un buon sacerdote, ricercato da molti penitenti e, nella Torino di quel tempo, predicatore di esercizi spirituali e conferenze presso gli studenti universitari, dove riscuoteva sempre un notevole successo. All’età di 32 anni, venne nominato canonico della Santissima Trinità, una congregazione di sacerdoti che aveva il compito di officiare nella Chiesa del Corpus Domini e di dare decoro alle cerimonie religiose della città, ma in quella sistemazione egli si sentiva inquieto. Dio lo stava preparando ad una missione particolare, e, proprio con un incontro inaspettato e decisivo, gli fece capire quale sarebbe stato il suo futuro destino nell’esercizio del ministero.

Il Signore pone sempre dei segni sul nostro cammino per guidarci secondo la sua volontà al nostro vero bene. Per il Cottolengo questo avvenne, in modo drammatico, la domenica mattina del 2 settembre 1827. Proveniente da Milano giunse a Torino la diligenza, affollata come non mai, dove si trovava stipata un’intera famiglia francese in cui la moglie, con cinque bambini, era in stato di gravidanza avanzata e con la febbre alta. Dopo aver vagato per vari ospedali, quella famiglia trovò alloggio in un dormitorio pubblico, ma la situazione per la donna andò aggravandosi e alcuni si misero alla ricerca di un prete. Per un misterioso disegno incrociarono il Cottolengo, e fu proprio lui, con il cuore pesante e oppresso, ad accompagnare alla morte questa giovane madre, fra lo strazio dell’intera famiglia. Dopo aver assolto questo doloroso compito, con la sofferenza nel cuore, si recò davanti al Santissimo Sacramento e pregò: “Mio Dio, perchè? Perchè mi hai voluto testimone? Cosa vuoi da me? Bisogna fare qualcosa!”. Rialzatosi, fece suonare tutte le campane, accendere le candele, e accogliendo i curiosi in chiesa disse: “La grazia è fatta! La grazia è fatta!”. Da quel momento il Cottolengo fu trasformato: tutte le sue capacità, specialmente la sua abilità economica e organizzativa, furono utilizzate per dare vita ad iniziative a sostegno dei più bisognosi.

Egli seppe coinvolgere nella sua impresa decine e decine di collaboratori e volontari. Spostandosi verso la periferia di Torino per espandere la sua opera, creò una sorta di villaggio, nel quale ad ogni edificio che riuscì a costruire assegnò un nome significativo: “casa della fede”, “casa della speranza”, “casa della carità”. Mise in atto lo stile delle “famiglie”, costituendo delle vere e proprie comunità di persone, volontari e volontarie, uomini e donne, religiosi e laici, uniti per affrontare e superare insieme le difficoltà che si presentavano. Ognuno in quella Piccola Casa della Divina Provvidenza aveva un compito preciso: chi lavorava, chi pregava, chi serviva, chi istruiva, chi amministrava. Sani e ammalati condividevano tutti lo stesso peso del quotidiano. Anche la vita religiosa si specificò nel tempo, secondo i bisogni e le esigenze particolari. Pensò anche ad un proprio seminario, per una formazione specifica dei sacerdoti dell’Opera. Fu sempre pronto a seguire e a servire la Divina Provvidenza, mai ad interrogarla. Diceva: “Io sono un buono a nulla e non so neppure cosa mi faccio. La Divina Provvidenza però sa certamente ciò che vuole. A me tocca solo assecondarla. Avanti in Domino”. Per i suoi poveri e i più bisognosi, si definirà sempre “il manovale della Divina Provvidenza”.

Accanto alle piccole cittadelle volle fondare anche cinque monasteri di suore contemplative e uno di eremiti, e li considerò tra le realizzazioni più importanti: una sorta di “cuore” che doveva battere per tutta l’Opera. Morì il 30 aprile 1842, pronunciando queste parole: “Misericordia, Domine; Misericordia, Domine. Buona e Santa Provvidenza… Vergine Santa, ora tocca a Voi”. La sua vita, come scrisse un giornale del tempo, era stata tutta “un’intensa giornata d’amore”.

Cari amici, questi due santi Sacerdoti, dei quali ho presentato qualche tratto, hanno vissuto il loro ministero nel dono totale della vita ai più poveri, ai più bisognosi, agli ultimi, trovando sempre la radice profonda, la fonte inesauribile della loro azione nel rapporto con Dio, attingendo dal suo amore, nella profonda convinzione che non è possibile esercitare la carità senza vivere in Cristo e nella Chiesa. La loro intercessione e il loro esempio continuino ad illuminare il ministero di tanti sacerdoti che si spendono con generosità per Dio e per il gregge loro affidato, e aiutino ciascuno a donarsi con gioia e generosità a Dio e al prossimo.

Benedetto XVI
Città del Vaticano, 28 aprile 2010


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dal sito della Santa Sede


lunedì 19 ottobre 2020

Beato ODINO BAROTTI del Terz'Ordine di San Francesco Francescano secolare



7 Luglio
Beato 
ODINO BAROTTI
del Terz'Ordine di San Francesco
Francescano secolare






Fossano, Cuneo, 1344 - Fossano, Cuneo, 7 luglio 1400


Beato Odino Barotti (1334-1400) Odino (lat. Oddinus) nacque a Fossano nel 1334, da Giacomina e Giacomo dell’antica benestante e religiosa famiglia dei Barotti. Terminati gli studi letterari e teologici, fu ordinato sacerdote dal vescovo di Torino, da cui dipendeva allora Fossano, e fu nominato rettore della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista nella stessa città, dove eresse un ospedale per poveri ed ammalati. Fu a tutti di esempio per l’austerità di vita, la carità spiccata e lo zelo pastorale. Meditava profondamente la Passione del Signore. Mosso dal desiderio di visitare i luoghi che avevano visto soffrire il Salvatore, vestì l’abito del Terz’Ordine secolare di San Francesco, cercò un amico e con lui, Gerolamo Maranei, partì per la Terra Santa. Qui però i due vennero arrestati ed imprigionati dai Turchi. Restarono a lungo in prigione e subirono maltrattamenti, finché furono rilasciati e poterono rientrare in patria, sani e salvi. Tornato a Fossano, nel 1389 fu nominato parroco della cattedrale. La ampliò, le affiancò una torre campanaria e fece costruire una cappella su ciascuno dei quattro angoli delle mura. Istituì la festa solenne di santa Brigida, contro brina e grandine. Moltiplicò la preghiera e le opere di carità. Favorì l’erezione di un ospedale, chiedendo contributi al principe di Acaia. Curando gli appestati contrasse il male che lo portò alla morte il 21 luglio 1400. Fu sepolto nella collegiata con un’iscrizione, essendo morto in opinione di santità. Il suo culto fu approvato da papa Pio VII nel 1808. In diocesi di Fossano se ne fa memoria il 7 luglio. 


Martirologio Romano: A Fossano in Piemonte, beato Oddino Barotti, sacerdote, che, parroco povero e di vita austera, mentre imperversava la peste, spese notte e giorno tutte le sue forze a favore degli ammalati e dei moribondi.

Martirologio Francescano: In Fossano, nel Piemonte, il Beato Oddino Barotti, Prevosto della collegiata del luogo, Confessore del Terz'Ordine, il quale si rese celebre per lo zelo della salute delle anime, per la carità verso i poveri, per i pii pellegrinaggi e per le opere sante e finalmente postosi al servizio degli appestati morì vittima della sua carità e dopo la morte fu illustrato da frequenti miracoli: Il Sommo Pontefice, Pio VII ne approvò il culto (1400).






Odino Barrotti nacque da una famiglia ben conosciuta, a Fossano in Piemonte, nel 1334. Dopol’ordinazione sacerdotale, fu nominato rettore della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista nella sua
città natale, dove si guadagnò la stima del popolo, per la sua attenzione verso i poveri e l’austerità della sua vita; si dice che il vescovo dovette ordinargli di mangiare carne per il bene della salute, e di tenere per sé una parte delle decime raccolte, per sostentarsi e per mantenere la chiesa (Odino donava tutto a chi ne aveva bisogno). 
Nel 1374, fu nominato prevosto del capitolo della locale collegiata e rettore della parrocchia amministrata dai canonici, ma quattro anni dopo rinunciò a questo incarico per diventare guida spirituale di una confraternita religiosa.
Divenne terziario francescano, trasformò la sua casa in un ricovero per i poveri, e nel 1381 si recò in pellegrinaggio in Terra Santa. Fu tenuto prigioniero dai turchi per un breve periodo, e si dice abbia compiuto miracoli mentre era in prigione. 
Al suo ritorno fu nominato governatore della Corporazione della Croce, un’associazione di devoti che si occupavano della cura dei malati e offrivano ospitalità ai pellegrini. Costruì un ospedale gratuito con un ospizio annesso, che si dice non abbia mai respinto un povero o un pellegrino, e che resto aperto fino al XIX secolo.
Fu cosi abile come organizzatore e costruttore, che il prevosto suo successore gli chiese di occuparsi della costruzione di una nuova chiesa per il capitolo. Si manifestarono molti miracoli a dimostrare l’appoggio divino: ricevette in dono una forza sovrumana per spostare grossi carichi con una sola mano, e resuscito dalla morte un muratore che era caduto dalla torre (miracoli comunemente noti nelle Vite degli altri santi fondatori). 
La peste colpi la città nel 1400, ma egli non ebbe paura di assistere i malati e di distribuire i sacramenti ai morenti; contrasse l’infezione e morì il 7 o 21 luglio, "una morte appropriata in questa vita per una persona che aveva dedicato tutta la sua vita alla cura pastorale degli altri" (B.T.A.). Fu sepolto nella chiesa collegiata di Fossano e il culto, che si sviluppò localmente, fu approvato nel 1808.
Alban Buttler


venerdì 25 settembre 2020

Per conoscere San Luigi Guanella sacerdote del Terz'Ordine francescano / Francescano secolare


24 ottobre

SAN
 LUIGI GUANELLA
sacerdote
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare





Fraciscio di Campodolcino, 19 dicembre 1842 - Como, 24 ottobre 1915



Nacque a Fraciscio di Campodolcino nel 1842. Educato a Como dai somaschi, venne ordinato sacerdote nel 1866. Nominato parroco a Panello Lario nel 1878, vi trovo un ospizio per orfanelli e derelitti che più tardi trasferì a Como, fondando, nel 1866, la Casa della Divina Provvidenza, la quale estese in molte diocesi i benefici del “Cottolengo” di Torino. La primitiva fondazione diede vita a numerose altre in Italia e all'estero (Svizzera, Stati Uniti, ma anche Asia e Africa). Per la direzione e l’assistenza delle sue case don Guanella fondo nel 1881 le due congregazioni dei “Servi della Carità” e delle “Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza”.
Infaticabile, apprezzato da san Giovanni Bosco (che incontro a Torino e con il quale trascorse tre anni) e da san Pio X, aderì alle iniziative sociali del tempo; si dedico al risanamento di zone malariche, e — specialmente dopo un viaggio in America — all'assistenza agli emigrati, inviando sul posto i suoi religiosi; istituì l’Arciconfraternita del Transito di San Giuseppe, che conta oltre nove milioni di iscritti, che continuamente offrono preghiere per  agonizzanti. Nel gennaio dell’anno 1915 don Guanella fece ancora in tempo ad intervenire insieme a don Orione nel terremoto della Marsica, prima di terminate la sua vita terrena a Como. È beato dal 1964 e santo dal 2011.




Martirologio Romano: A Como, beato Luigi Guanella, sacerdote, che fondò la Congregazione dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza per prendersi cura delle necessità dei più poveri e degli afflitti e provvedere alla loro salvezza..




Costruire una grande famiglia, guidata dal Padre amorevole di ogni uomo, perché ci sia spazio per tutti, specie per gli ultimi, per chi fa fatica, per chi cerca una via di guarigione e di riscatto. Era questo il sogno di san Luigi Guanella.  (Matteo Liut). 
 


Un eccezionale video d'archivio, San Pio X e San Luigi Guanella. Era il 1904







DON LUIGI GUANELLA



Nato nel 1842 a Franciscio di Campodolcino (Sondrio), sopra al lago di Como, Luigi Guanella era il nono di tredici figli; all'età di dodici anni andò nel collegio dei padri somaschi a Como, dove studio per sei anni prima di entrare in seminario per diventare sacerdote. Ordinato nel 1866, gli fu affidata la responsabilità della parrocchia di Savogno, in Valchiavennaz qui costruì una scuola elementare e comincio a insegnare. Organizzò diversi tipi di assistenza per la popolazione povera della parrocchia e istituì un gruppo giovani dell’Azione cattolica, movimento fondato nel 1867.
Dal momento che le sue attività e i suoi scritti lo resero nemico di politici anticlericali e di massoni locali, la scuola fu chiusa e il suo nome finì sulla lista nera del governo, cosicché non poté più fare il parroco; decise allora di rinunciare alle normali attività parrocchiali e nel 1875 si trasferì a Torino per seguire S. Giovanni Bosco (31 gen.), di cui ammirava da lungo tempo l’opera. Entrato nella giovane congregazione salesiana, fece voti triennali; gli fu poi affidato l'incarico di direttore di tutti gli oratori e inizio anche a scrivere per il Lettore cattolico.
Quando nel 1878 il suo precedente vescovo lo richiamo in diocesi, Luigi si trovava di fronte a una scelta difficile, ma, malgrado l’opposizione di S. Giovanni Bosco, obbedì al vescovo e ritorno al lavoro parrocchiale.
Apri a Traona una nuova scuola per bambini poveri e ancora una volta dovette chiuderla a causa dell’opposizione massonica; fu poi obbligato a trasferirsi in una piccola parrocchia di montagna, Pianello Lario, dove le autorità civili ritennero fosse ormai fuori gioco e senza la possibilità di creare ulteriori fastidi. Questo spostamento si rivelo provvidenziale: esistevano infatti in quella zona un orfanotrofio e un ospizio per anziani e ammalati, gestito da una comunità religiosa che era stata appena fondata da don Coppini (1827-1881) nel 1878. Coppini, prima di diventare prete, aveva partecipato ai moti del 1848, diventando anche segretario di Giuseppe Mazzini. Luigi fu molto colpito dall'operato della congregazione e sentì che doveva fare tutto ciò che era nelle sue possibilità per coltivare "questo granello di senape". Preziosa collaboratrice in questa impresa fu la beata suor Marcellina Bosatta, una delle prime suore della fondazione di Coppini.
Nel 1886 si trasferirono a Como, dove trovarono una sede molto più spaziosa della precedente; la chiamarono “Piccola casa della Divina Provvidenza”, a testimonianza dei legame con S. Giuseppe Benedetto Cottolengo (29 apr.) che nel 1828 aveva aperto una casa simile a Torino e che fu uno dei maggior ispiratori di Luigi nella sua opera di dedizione ai malati e ai disabili.
Nel 1890 la casa si prendeva cura di più di duecento persone, e, per portare avanti il lavoro, fu istituita la Congregazione delle Figlie di Maria della Provvidenza (approvata dalla Santa Sede nel 1917). Luigi accolse anche alcuni uomini che sentivano la vocazione di seguirlo nel suo operato, li mandò in diversi seminari per un periodo di tirocinio e infine costituì un’altra congregazione, i Servi della Carità, che ricevette l'approvazione nel 1928 e nel 1935: il beato e i primi membri presero i voti religiosi nel 1908. Luigi insisteva molto sul fatto che l'assistenza dovesse essere offerta agli svantaggiati "senza alcuna eccezione"; nel 1905 e nel 1908 diede rifugio agli sfollati per il terremoto, e nel 1915, sebbene avesse settantatré anni, andò di persona ad aiutare i terremotati della Marsica (Abruzzi) e si prodigò nell'assistere gli orfani e i feriti nella casa della congregazione a Roma.
Nel 1913 decise di organizzare una crociata mondiale di preghiera per i moribondi: a questo scopo creò l'Arciconfraternita di S. Giuseppe per i moribondi, che negli anni ’6O vantava dieci milioni di membri sparsi in tutto il mondo.
Oltre alle opere di carità, Luigi nutri un grande interesse per l’istruzione aprendo scuole diurne e serali e centri vocazionali. Particolarmente devoto a Maria, le aveva conferito il titolo di Nostra Signora del lavoro dal momento che fu sempre molto attento alle condizioni del mondo operaio e interessato alla preparazione dei giovani alla professione. 
Era, in definitiva, una persona piena di idee e di iniziative. Fu anche coinvolto nel piano di bonifica di una parte della pianura spagnola duramente colpita dalla malaria e vi fondo un istituto per disabili. Un’ulteriore iniziativa fu quella di mandare alcuni membri della propria congregazione nelle zone svizzere vicine al confine con l’Italia, per vedere cosa poteva essere fatto per ristabilire una presenza cattolica nelle vallate protestanti. 
In buoni rapporti di amicizia con Scalabrini e colpito dall'opera che quest’ultimo stava conducendo per la cura spirituale di diverse migliaia di emigrati italiani, partiti in quegli anni per ragioni economiche, decise di mandare uno dei suoi primi sacerdoti in America a sostegno di questo lavoro, dopo un sopralluogo personale nel 1912 per rendersi conto della situazione.
Scrisse più di cinquanta opere brevi, di carattere spirituale, agiografico, storico, sociale, o anche in difesa della Chiesa dall'anticlericalismo. Simpatizzava per tutti coloro che a quel tempo si prodigavano per lo sviluppo di un cattolicesimo sociale attraverso l’Opera dei Congressi, varie forme di Azione cattolica, o altro ancora. 
Nel 1915 fu insignito di medaglia d’oro dalle autorità civili comasche per la sua opera a favore dei feriti di guerra. Colpito da un attacco apoplettico nel settembre dello stesso anno, mori nella città di Como il 24 ottobre. 
Papa Pio XI lo soprannomino "il Garibaldi della carità" e la sua causa fu introdotta a Roma nel 1939;‘fu beatificato da papa Paolo VI nel 1964 e canonizzato da papa Benedetto XIV nel 2011.
Entrambe le sue congregazioni prosperarono e aprirono molti ospedali e conventi. Esse rappresentano l’eredita duratura di una persona che viveva pienamente i precetti dei Vangelo e che offrì un meraviglioso esempio di santità personale e di coinvolgimento nelle problematiche del mondo moderno, pur vivendo in una società in cui l’opposizione alla religione e soprattutto alla Chiesa era molto forte e in cui anche molti cattolici preferivano abbassare il capo confidando in tempi migliori.

Alban Buttler


DON GUANELLA TERZIARIO FRANCESCANO


Tra i moltissimi “Fratelli della Penitenza” si annovera e si distingue don Luigi Guanella, per le sue affinità con lo spirito di San Francesco, di cui si considerò, lui e i suoi collaboratori, un devoto seguace. Infatti nelle “Massime di Spirito” enumera tra i santi protettori della Piccola Casa della Provvidenza (la sua prima fondazione) San Francesco d’Assisi “dacché” – scrive – tutti nella Casa sono terziari francescani” (SC. 35).

Padre Lazaro Iriate ne “L’Italia Francescana” ci dà una testimonianza più particolareggiata circa l’iscrizione al Terz’Ordine Francescano:

“Il Beato Luigi Guanella ebbe coscienza, positivamente nutrita, di appartenere alla famiglia francescana, dacchè il 19 marzo 1877 si iscrisse al Terz’Ordine di S. Francesco nella fraternità stabilita presso la parrocchia di Trinità di Mondovì, dove svolgeva l’incarico di direttore dell’Oratorio salesiano da lui fondato; infatti, fin dal 1875 faceva parte, con impegno temporaneo, della Congregazione fondata da S. Giovanni Bosco… Quell'inserimento, suggerito forse dallo stesso don Bosco, terziario francescano anche lui, non fu, come in tanti altri devoti laici, un mezzo di avvantaggiarsi delle indulgenze e altri beni spirituali concessi ai terziari, ma un nuovo stimolo di impegno cristiano e sacerdotale; avendo come guida e modello San Francesco d’Assisi, verso il quale nutriva sincera devozione, come pure si sentiva unito con speciale affetto a tutti i membri dei tre Ordini francescani” (IF. 481).

Nel secolo scorso, alla devozione popolare verso San Francesco, si aggiunse l’entusiasmo nascente sull'originalità e le profondità cristiane del Poverello d’Assisi, da parte degli ambienti culturali, specialmente tedeschi anche nel campo protestante. In precedenza i figli e le figlie del primo e secondo Ordine avevano subito grandi prove e persecuzioni con le note soppressioni. Nel 1762 i religiosi del primo Ordine erano 132.000, nel 1882 erano ridotti a 20.000. Sotto la spinta dei terziari nel 1882, ricorrendo il settimo centenario del Santo, le famiglie dei primi due Ordini (Minori e Clarisse) ripresero vigore.

SCRITTI DI DON GUANELLA

Il Papa Leone XIII, pure lui terziario, pubblicò l’enciclica “Auspicato” del 17 settembre 1882. Sorsero istituti, usciti quasi sempre dal Terz’Ordine, per rispondere alle necessità delle nuove classi sociali.
E don Luigi Guanella cavalcando questo risveglio di vita cristiana diede alle stampe due volumetti: “Un Poverello di Cristo” e “Il Terz’Ordine di S. Francesco e l’enciclica del Papa Leone XIII” (la si può leggere online cliccando qui) a cui aggiunse “Regola recente del Terz’Ordine di S. Francesco” (la si può leggere online cliccando qui).
Li scrisse quando era parroco a Pianello del Lario negli anni 1882-1883 che furono i più fecondi della sua produzione letteraria, rivolta specialmente alla gente del popolo umile e semplice.

Approfittava dei momenti liberi dagli impegni parrocchiali e dell’Ospizio per trascorrerli nel Convento di Dongo, dove in biblioteca trovava quei sussidi utili alle sue pubblicazioni, con particolare interesse sulla vita di S. Francesco, sull’Ordine, sulle Fonti Francescane.
A pagina 579 del volume “Il Terz’Ordine Francescano della Lombardia” di p. Biagio Zanoni – ed. 1949 – è scritto: “… Fu precisamente durante il corso filosofico-teologico che vestì le serafiche lane del Padre San Francesco, che portò con grande entusiasmo fino al tramonto della vita… Mentre a Pianello esplicava il suo apostolato di bene, un giorno D. Luigi Guanella declinò il proprio nome ai RR. Padri di Dongo perché lo trascrivessero nel registro dei Terziari non domiciliati in Dongo; detto registro lo ricorda al N. 218…”.

Dal suo libricino “Un Poverello di Cristo”, scritto in occasione del settimo centenario della nascita di S. Francesco, leggiamo che Francesco era ancora in cerca della missione a cui lo chiamava il Signore.

“Francesco intese che egli meschinello doveva riparare la casa del Signore. Venne dunque nella Chiesa della Madonna degli Angeli che è nella solitudine giù nella valle di Assisi. Si pose ginocchione, allargò le braccia in forma di croce, eresse in alto il volto e disse: “Insegnatemi, o Signore”. Ammaestrollo dunque Iddio con amorevoli discorsi e finalmente gli impose: “Esci predicatore e maestro ai popoli, che ti ascolteranno”. Francesco obbedì e si trovò in mezzo alla nazione d’Italia ed ai regni della terra” (PC. 20).

Francesco, libero da ogni legame terreno, con l’animo immerso in Dio, si sentiva vicino alle creature del Signore ed in particolare agli uccelli. Ecco cosa scrive don Guanella: “Conversava con gli augelli dell’aria che chiamava suoi fratelli. Questi garrivano intorno a lui quando camminava. Dimoravano poi in giro e stavano silenziosi quando Francesco, piegate le ginocchia, ponevasi a recitare l’Ufficio divino. Alle tortore diceva: “Sorelle mie, tortore semplici e caste, venite… Io voglio darvi dei nidi, affinché cresciate e moltiplicate”. Così chiamatele al convento le addimesticava come le galline. Amava le lòdole, perché avevano il color cinericcio dell’abito dato da lui ai Terziari. Ma quando vide che una lodoletta maggiore voleva tutto per sé e beccava le altre, disse: “Insaziabile, e dispietata che sei! Tu morirai di mala morte e nessun animale vorrà cibarsi della tua carne”. La lodolaccia perì miseramente” (PC. 48).

Sono due brani simili a tanti altri dei 15 capitoletti del volumetto per sottolineare gli insegnamenti del Santo di Assisi.

Nel libricino “Il Terz’Ordine…” si sofferma ad esaltare le glorie storiche del T.O.F. ed elenca i privilegi e le grazie che godono i terziari, ma trapela anche la sua impronta personale in ciò che riguarda il contenuto spirituale. In San Francesco sottolinea la povertà, l’umiltà, la semplicità vissute nell’ardente contemplazione del suo Signore. Lui, invece, il povero prete montanaro, coglie l’esigenza di servire i poveri, vere immagini di Cristo nel continuo contatto con Dio nella preghiera e nel sacrificio.
Gianni Moralli

Da "Il Cantico" - novembre 2011 


    APPROFONDIMENTO





  • PREGHIERA



Signore Gesù, 
Tu sei venuto sulla terra per offrire a tutti l’amore del Padre 
e per essere sostegno e conforto per i piccoli e i sofferenti 
Ti ringraziamo per averci donato il tuo servo fedele, don Luigi Guanella, 
come eco stupenda dell’amore di Dio. 

Fa’ che l’esempio della sua vita possa risplendere in tutto il mondo 
a gloria di Dio Padre  e a soccorso del popolo cristiano. 
Per sua intercessione, concedi a noi di poter imitare le sue virtù: 
l’ardente pietà verso l’Eucaristia, la confidenza serena nella Provvidenza, 
la carità tenera verso i più poveri, la passione pastorale per il tuo popolo, 
affinché, insieme a lui, possiamo ricevere il premio di gloria 
che hai preparato per noi nella casa del Padre. 
Amen.



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sabato 30 maggio 2020

- S. GIUSEPPE CAFASSO PERLA DEL CLERO - con catechesi di Papa Benedetto XVI


23 giugno
S. GIUSEPPE CAFASSO

sacerdote
del III Ordine di S. Francesco
francescano secolare





Castelnuovo d’Asti, 15 gennaio 1811 - Torino, 23 giugno 1860



Non ha fondato né costruito, ma ha allevato fondatori e costruttori. Dalla cattedra e dal confessionale ha fonnato maestri di fede e uomini e donne di Dio per la Chiesa del suo tempo e anche di dopo. Se non era in cattedra o in chiesa, lo si poteva trovare nelle carceri, tra i detenuti. Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d'Asti nel 1811 (quattro anni prima di Giovanni Bosco), fa le scuole pubbliche al suo paese e poi va al seminario di Chieri (Torino).
Tra i compagni non spicca per gesti speciali, di piccola statura, è già un po' curvo per una deviazione della colonna vertebrale. Difficile prevedergli un futuro di grande predicatore, perché il suo parlare è sommesso. Ma è prete già a ventidue anni, e con un solido ascendente sui compagni. Entra nel Convitto ecclesiastico torinese del teologo Luigi Guala, dove i neosacerdoti approfondiscono  studi di teologia e di morale, e intanto fanno tirocinio nel ministero, lavorando in ospedali, riformatori, carceri, ospizi. Entrato come allievo, Don Cafasso non va più via, diventando insegnante di morale, direttore spirituale e infine rettore. Intanto lo chiamano a predicare. Sulla linea di Alfonso de' Liguori, ma con un suo preciso accento personale, insegna la morale, combattendo un rigorismo giansenistico ancora diffuso. E ai preti insegna come presentare la fede con serenità e fiducia, senza transigere sul dogma, ma offrendo comprensione agli incerti. ll giovane Don Bosco gli chiede consiglio: vorrebbe andare missionario.. . Sommesso e chiaro, Cafasso dice a Don Bosco che la sua missione è Torino. È la capitale piemontese, con tanta gioventù immigrata e analfabeta, sfruttata da molti. E lo aiuta a cominciare, trova posto per i suoi primi ragazzi, lo difende dagli attacchi di chi non capisce.
Gli chiedono consiglio ex allievi diventati vescovi e cardinali. Alcuni notabili  propongono di candidarsi alla Camera. Risposta: “Ma nel dì del Giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato”. È popolare e amato in Torino per l'opera tra i carcerati, che non si limita a visite, ma comprende l'aiuto alle famiglie, il soccorso ai dimessi. E include la condivisione delle ore estreme con i condannati a morte. Papa Pio lo canonizzerà nel 1947, proclamandolo patrono dei carcerati.



Martirologio Romano: A Torino, san Giuseppe Cafasso, sacerdote, che si dedicò alla formazione spirituale e culturale dei futuri sacerdoti e a riconciliare a Dio i poveri carcerati e i condannati a morte.



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SAN GIUSEPPE CAFASSO
PERLA DEL CLERO ITALIANO

Il presente profilo riprende la catechesi di Benedetto XVI
Udienza Generale, 30 giugno 2010


Papa Pio XI, il 1° novembre 1924, approvando i miracoli per la canonizzazione di San Giovanni Maria Vianney e pubblicando il decreto di autorizzazione per la beatificazione del Cafasso, accostò queste due figure di sacerdoti con le seguenti parole: “Non senza una speciale e benefica disposizione della Divina Bontà abbiamo assistito a questo sorgere sull'orizzonte della Chiesa cattolica di nuovi astri, il parroco d'Ars e il venerabile servo di Dio Giuseppe Cafasso. Proprio queste due belle, care, provvidamente opportune figure ci si dovevano oggi presentare; piccola e umile, povera e semplice, ma altrettanto gloriosa la figura del parroco d'Ars, e l'altra bella, grande, complessa, ricca figura di sacerdote, maestro e formatore di sacerdoti, il venerabile Giuseppe Cafasso”.

Si tratta di circostanze che ci offrono l'occasione per conoscere il messaggio, vivo e attuale, che emerge dalla vita di questo santo. Egli non fu parroco come il curato d'Ars, ma fu soprattutto formatore di parroci e preti diocesani, anzi di preti santi, tra i quali San Giovanni Bosco. Non fondò, come gli altri santi sacerdoti dell'Ottocento piemontese, istituti religiosi, perche la sua “fondazione” fu la “scuola di vita e di santità sacerdotale” che realizzò, con l'esempio e l'insegnamento, nel “Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi” a Torino.
 
Giuseppe Cafasso nasce a Castelnuovo d'Asti, lo stesso paese di San Giovanni Bosco, il 15 gennaio 1811. È il terzo di quattro figli. L'ultima, la sorella Marianna, sarà la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Nasce nel Piemonte ottocentesco caratterizzato da gravi problemi sociali, ma anche da tanti santi che s”impegnavano a porvi rimedio. Essi erano legati tra loro da un amore totale a Cristo e da una profonda carità verso i più poveri: la grazia del Signore sa diffondere e moltiplicare i semi di santità! 
 
Il Cafasso compì gli studi secondari e il biennio di filosofia nel collegio di Chieri e, nel 1850, passò al Seminario teologico, dove nel 1835 venne ordinato sacerdote. Quattro mesi più tardi fece ingresso nel luogo che per lui resterà la fondamentale e unica “tappa” della sua vita sacerdotale: il “Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi” a Torino. Entrato per perfezionarsi nella pastorale, qui egli mise a frutto le proprie doti di direttore spirituale e un grande spirito di carità.

Il Convitto, infatti, non era soltanto una scuola di teologia morale dove i giovani preti, provenienti soprattutto dalla campagna, imparavano, a confessare e a predicare, ma era anche una vera e propria scuola di vita sacerdotale, dove i presbiteri si formavano nella spiritualità di Sant'Ignazio di Loyola e nella teologia morale e pastorale del grande vescovo Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Il tipo di prete che il Cafasso incontrò al Convitto e che egli stesso contribuì a rafforzare - soprattutto come rettore - era quello del vero pastore con una ricca vita interiore e un profondo zelo nella cura pastorale: fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione, nella catechesi, dedito alla celebrazione dell'Eucaristia e al ministero della Confessione, secondo il modello incarnato da San Carlo Borromeo, da San Francesco di Sales e promosso dal Concilio di Trento. Una felice espressione di San Giovanni Bosco sintetizza il senso del lavoro educativo in quella Comunità: “Al Convitto si imparava a essere preti”.
 
San Giuseppe Cafasso cercò di realizzare questo modello nella formazione dei giovani sacerdoti affinché, a loro volta, diventassero formatori di altri preti, religiosi e laici, secondo una speciale ed efficace catena. Dalla sua cattedra di teologia morale educava a essere buoni confessori e direttori spirituali, preoccupati del vero bene spirituale della persona, animati da grande equilibrio nel far sentire la misericordia di Dio e, allo stesso tempo, un acuto e vivo senso del peccato. 
 
 
 
Tre erano le virtù principali del Cafasso docente, come ricorda San Giovanni Bosco: calma, accortezza e prudenza. Per lui la verifica dell”insegnamento trasmesso era costituita dal ministero della confessione, alla quale egli stesso dedicava molte ore della giornata. A lui accorrevano vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice: a tutti sapeva offrire il tempo necessario. Di molti, poi, che divennero santi e fondatori d'istituti religiosi, egli fu sapiente consigliere spirituale. Il suo insegnamento non era mai astratto, basato soltanto sui libri che si utilizzavano in quel tempo, ma nasceva dall'esperienza viva della misericordia di Dio e dalla profonda conoscenza dell'animo umano acquisita nel lungo tempo trascorso in confessionale e nella direzione spiritua- le; la sua era una vera scuola di vita sacerdotale.
 
Il suo segreto era semplice: essere un uomo di Dio; fare, nelle piccole azioni quotidiane, “quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime”. Amava in modo totale il Signore, era animato da una fede ben radicata, sostenuto da una profonda e prolungata preghiera, viveva una sincera carità verso tutti. Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto approfonditamente le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico come il buon Pastore. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori. Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale. Il Beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di San Giuseppe, affermava: “Entrai in Convitto essendo un gran birichino e un capo sventato, senza sapere cosa volesse dire essere prete, e ne uscii affatto diverso, pienamente compreso della dignità del sacerdote”. Quanti sacerdoti furono da lui formati nel Convitto e poi seguiti spiritualmente!
 
Tra questi - come ho già detto - emerge San Giovanni Bosco, che lo ebbe come direttore spirituale per ben 25 anni, dal 1855 al 1860: prima come chierico, poi come prete e infine come fondatore. Tut- te le scelte fondamentali della vita di San Giovanni Bosco ebbero come consigliere e guida San Giuseppe Cafasso, ma in un modo ben preciso: il Cafasso non cercò mai di formare in don Bosco un discepolo “a propria immagine e somiglianza” e don Bosco non copio il Cafasso; lo imitò certo nelle virtù umane e sacerdotali - definendolo “modello di vita sacerdotale” -, ma secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione; un segno della saggezza del maestro spirituale e dell'intelligenza del discepolo: il primo non si impose sul secondo, ma lo rispetto nella sua personalità e lo aiutò a leggere quale fosse la volontà di Dio su di lui. Con semplicità e profondità, il nostro santo affermava: “Tutta la santità, la perfezione e il profitto di una persona sta nel fare perfettamente la volonta di Dio [...]. Felici noi se giungessimo a versare così il nostro cuore dentro quello di Dio, unire talmente i nostri desideri, la nostra volontà alla sua da formare ed un cuore ed una volontà sola: volere quello che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze che vuole Lui e volere tutto ciò non per altro se non perché così vuole Iddio”.
Nelle carceri
 
Ma un altro elemento caratterizza il ministero del nostro santo: l'attenzione agli ultimi, in particolare ai carcerati, che nella Torino ottocentesca vivevano in luoghi disumani e disumanizzanti. Anche in questo delicato servizio, svolto per più di vent'anni, egli fu sempre il buon pastore, comprensivo e compassionevole: qualità percepita dai detenuti, che finivano per essere conquistati da quell”amore sincero la cui origine era Dio stesso. La semplice presenza del Cafasso faceva del bene: rasserenava, toccava i cuori induriti dalle vicende della vita e soprattutto illuminava e scuoteva le coscienze indifferenti. 
 
 
Nei primi tempi del suo ministero in mezzo ai carcerati, egli ricorreva spesso alle grandi predicazioni
che arrivavano a coinvolgere quasi tutta la popolazione carceraria. Con il passare del tempo, privilegio la catechesi spicciola, fatta nei colloqui e negli incontri personali: rispettoso delle vicende
di ciascuno, affrontava i grandi temi della vita cristiana, parlando della confidenza in Dio, dell”adesione alla Sua volontà, dell'utilità della preghiera e dei sacramenti, il cui punto di arrivo è la Confessione, l'incontro con Dio fattosi per noi misericordia infinita. I condannati a morte furono oggetto di specialissime cure umane e spirituali. Egli accompagno al patibolo, dopo averli confessati e aver amministrato loro l”Eucaristia, 57 condannati a morte. Li accompagnava con profondo amore fino all'ultimo respiro della loro esistenza terrena.

Epilogo
 
Morì il 23 giugno 1860, dopo una vita offerta interamente al Signore e consumata per il prossimo. Il Venerabile Servo di Dio Papa Pio XII, il 9 aprile 1948, lo proclamò patrono delle carceri italiane e, con l'Esortazione Apostolica Menti nostrae, il 23 settembre 1950, lo propose come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale.




PREGHIERA

San Giuseppe Cafasso sia un richiamo per tutti ad intensificare il cammino verso la perfezione della vita cristiana, la santità; in particolare, ricordi ai sacerdoti l’importanza di dedicare tempo al Sacramento della Riconciliazione e alla direzione spirituale, e a tutti l’attenzione che dobbiamo avere verso i più bisognosi. Ci aiuti l’intercessione della Beata Vergine Maria, di cui san Giuseppe Cafasso era devotissimo e che chiamava “la nostra cara Madre, la nostra consolazione, la nostra speranza”.
Benedetto XVI



 

Tu che fosti apostolo dei carcerati e dei condannati a morte
formatore di sacerdoti e consolatore della povera gente,
fa' che coloro che conducono una vita di miseria
possano sentire l'amore di Dio vicino a loro.
Ti aflidiamo soprattutto coloro
che hanno carcere del peccato nel cuore
o che sono reclusi a causa dei loro errori;
intercedi per tutti il pentimento sincero
e la potenza della misericordia di Dio.
Intercedi per noi il dono di una fede sincera,
di una speranza viva, di una carita fedele.
Ottienici dal Signore,
per la tua potente intercessione,
le grazie di cui la nostra vita necessita.
Amen.


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Bibliografia: voce in I Santi nella Storia, mese di giugno, Periodici S. Paolo S.r.l. Milano, 2006; Catechesi di Papa Benedetto - Udienza generale del 30 giugno 2010; Don Pierluigi Cameroni, Come stelle nel cielo, ed. Velar, Gorle (BG), 2015.

sabato 23 maggio 2020

PER CONOSCERE IL B. EDOARDO POPPE francescano secolare, anima eucaristica e mariana


 10 giugno
Beato
EDOARDO POPPE

sacerdote
Francescano secolare

Temsche (Belgio) 18 dicembre 1890 - Moerzeke-lez-Termonde, 10 giugno 1924


Il Beato Edoardo Poppe, un’esistenza breve, uniformata al programma di vita scritto sull’immagine ricordo della sua ordinazione il 1° maggio 1916: “Il Sacerdote è un altro Cristo”. Richiamato alle armi nella Prima Guerra Mondiale, maturò la vocazione sacerdotale. Prestò servizio sulle ambulanze della Croce Rossa come assistente dei feriti di guerra. Diffuse tra i militari l’Adorazione eucaristica e la devozione alla Madonna, che aveva imparato ad amare, assimilando il “Trattato della vera devozione a Maria” di San Luigi Grignion de Montfort. In seguito, da sacerdote, istituì la “Lega della Comunione frequente” tra fanciulli e operaie, scrisse il “ Manuale della catechista eucaristica”, fu assistente spirituale di seminaristi e religiosi, che in lui trovarono una guida incomparabile. “Pedagogista dell’Eucaristia”, visse soltanto otto anni da sacerdote fra malattia e convalescenza, irradiando la luce del Signore.Morì a 34 anni. Fu beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.


Martirologio Romano: Nella città di Moerzeke-lez-Termonde vicino a Gand in Belgio, beato Edoardo Poppe, sacerdote, che, pur tra le difficoltà del suo tempo, con gli scritti e la predicazione diffuse nelle Fiandre l’istruzione cristiana e la devozione verso l’Eucaristia.



La vita povera di Gesù deve risplendere così chiaramente in noi, 
che gli uomini possano riconoscerlo ed amarlo in noi!

                                                                                           Edoardo Poppe




BEATO EDOARDO POPPE





Fu un grande pedagogista dell’Eucaristia, tutta la sua vita di sacerdote, fu incentrata in questa spiritualità e nella guida al sacerdozio eucaristico.

Edward Giovanni Maria Poppe nacque a Temsche in Belgio il 18 dicembre 1890 in una famiglia modesta, terzo di undici figli; ebbe una educazione religiosissima in casa, proseguita con i Fratelli della Carità, presso i quali compì con profitto gli studi primari. A quindici anni entrò nel seminario di Sint-Niklaa nella diocesi di Gand, esempio e stimolo per i compagni di studio. Prestò il servizio militare a Lovanio nel 1910 e nel contempo si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Cattolica di quella città.

Il servizio militare gli diede l’opportunità di maturare la vocazione al sacerdozio pur fra tante dure prove, dedicandosi ad un intelligente e proficuo apostolato tra i soldati, diffondendo la devozione all’Eucaristia ed alla Madonna, di cui diverrà un grande propagatore tra i fanciulli ed i sacerdoti.
E così a 22 anni Edward Poppe, nel 1912, dopo aver ultimato il servizio militare, entrò nel seminario filosofico Leone XIII di Lovanio; fu per lui un periodo di intensa vita spirituale, conobbe il “Trattato della vera devozione a Maria” scritto da s. Luigi Grignon de Montfort, ne assimilò la dottrina e lo spirito praticando la “schiavitù d’amore”.
Si laureò in filosofia e lettere il 14 luglio 1913, passando poi al seminario maggiore della sua diocesi di Gent (Gand) per terminare gli studi teologici; durante le vacanze nel suo paese natio di Temsche (Tamise) iniziò l’apostolato tra i giovani ed i fanciulli, specie nell’insegnamento del catechismo e della liturgia.

A causa della Prima Guerra Mondiale, fu richiamato alle armi nel 1914, passando al servizio della Croce Rossa addetto alle ambulanze ed all’assistenza come infermiere ai feriti di guerra.
Nell’aprile 1915 ritornò al suo seminario di Gand, dove il 1° maggio 1916 fu ordinato sacerdote; subito fu nominato vicario della parrocchia di S. Coletta in Gand, iniziando il suo ministero soprattutto fra la povera gente. L’apostolato non ridusse le sue ore dedicate alla preghiera ed all’adorazione eucaristica fatta di giorno e di notte; sempre umile, povero, distaccato, preparava con il catechismo i bambini alla Prima Comunione, quasi tutti figli di socialisti e anticlericali.
Per questo scopo, formò un gruppo di catechiste eucaristiche che si moltiplicò prodigiosamente, raggiungendo anche altre parrocchie della diocesi; per loro scrisse il “Manuale della catechista eucaristica” nel 1917, ideando così il metodo educativo eucaristico secondo i decreti di s. Pio X.
Istituì la “Lega della Comunione frequente” tra i fanciulli e le operaie. Nell’ottobre 1918 dovette interrompere il suo apostolato, perché fu trasferito come direttore al convento delle Suore di S. Vincenzo de’ Paoli a Moerzeke-lez-Termonde; nel silenzio e nella meditazione maturò le sue opere migliori.

Per i fanciulli della “Crociata Eucaristica Pio X” di tutto il Belgio, pubblicò un settimanale dal titolo ‘Zonneland’ (Paese del Sole), attraverso cui ogni settimana, i piccoli lettori ricevevano il suo messaggio scritto con vivacità e linguaggio semplice, ma ricco di passione eucaristica e mariana.
La sua opera si allargò anche ai sacerdoti, i quali gli chiedevano consiglio per la loro vita interiore e padre Poppe li spronava al culto e all’apostolato eucaristico, alla devozione a Maria.
Sebbene di giovane età era sofferente di cuore, costretto a trascorrere le giornate su una poltrona, scrisse le sue opere più note per i sacerdoti: nel 1920 la “Direzione spirituale dei fanciulli”; nel 1923 “Salviamo gli operai”; sempre nel 1923 “Apostolato eucaristico parrocchiale”; nel 1924 “Il metodo educativo eucaristico” e “L’amico dei fanciulli” che raggiunse subito 200.000 copie in lingua fiamminga; altre quattro opere furono pubblicate dopo la sua morte.
Ma il “Metodo educativo eucaristico” fu l’opera che gli valse il titolo di ‘pedagogista dell’Eucaristia’ e che venne considerato dal cardinale Mercier del Belgio “un piccolo capolavoro”…” brevi pagine ricche di sostanza cristiana, permeate di carità sacerdotale, ben appropriate all’opera di educazione cristiana”.

Nel 1921 il cardinale lo nominò direttore spirituale del CIBI riservato a religiosi missionari, studenti di teologia, chierici obbligati al servizio militare; padre Edoardo Poppe si stabilì a Leopoldsburg svolgendo un ministero intenso e fecondo tra i giovani destinati all’altare.

Morì improvvisamente ma con santità, a soli 34 anni, nel convento di Moerzeke-lez-Termonde, il 10 giugno 1924, dove si era recato per una breve vacanza. Su di lui esiste una vastissima bibliografia; il 5 aprile 1966 fu introdotta la causa per la sua beatificazione. A seguito di un miracolo attribuito alla sua intercessione, approvato il 3 luglio 1998, è stato beatificato in Roma da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.

dal sito gpcentofanti 


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PREGHIERA
per la canonizzazione

Dio onnipotente ed eterno che per la gloria della tua Chiesa 
e la diffusione del Tuo Regno hai suscitato il tuo servo Edoardo,
 Ti supplichiamo con umile confidenza di glorificarlo sulla terra 
e di far risplendere il suo nome tra quelli dei tuoi eletti nel cielo. 

O Gesù, compi nel tuo servo Edoardo i prodigi della tua misericordiosa bontà, 
e concedi presto come patrono e protettore della Crociata Eucaristica 
colui che ne fu l'apostolo, l'animatore e la guida. 

E Tu, o Maria, Regina Mediatricre di tutte le grazie, 
ricordati della perfetta consacrazione di colui 
che fu il tuo figlio e il tuo schiavo di amore, 
rendilo ora grande in faccia al mondo, 
come lui ti ha sempre esaltato nella sua vita. Così sia

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mercoledì 20 maggio 2020

BEATO BARTOLOMEO detto CARDINALE Penitente del III Ordine di San Francesco


 5 giugno
Beato
BARTOLOMEO detto CARDINALE

Penitente
del III Ordine di San Francesco



Robledillo + 1241



Martirologio Francescano: Presso Robledillo, paese della Spagna, il beato Bartolomeo detto Cardinale, Sacerdote e Confessore del Terz'Ordine, il quale sempre intento in opere di penitenza, fu sublimato anche del dono dei miracoli (1241). 


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domenica 17 maggio 2020

SANT'IVO DI BRETAGNA, L'AVVOCATO E IL SACERDOTE, VITA DI UN TERZIARIO FRANCESCANO


19 maggio
SANT'IVO DI BRETAGNA

Sant' Yves (Ivo) Hélory de Kermartin
(Erwan in bretone)

Avvocato e Sacerdote,
Francescano secolare



ca. 1235 - 1303



Ivo, chiamato anche Ivo (Yves) Hélory e Ivo (Yves) di Kermartin, era un avvocato divenuto prete e parroco a metà della sua vita. Dopo la sua morte e canonizzazione fu invocato come patrono degli avvocati e dei giudici.
Era nato a Kermartin, nei pressi di Tréguier in Bretagna, dove il padre era proprietario terriero. Studiò diritto canonico e teologia a Parigi per dieci anni e diritto civile per altri tre anni a Orléans; al suo ritorno in Bretagna nel 1262 fu nominato “ufficiale”, o giudice, del tribunale ecclesiastico della diocesi di Rennes, ma ben presto il vescovo di Tréguier lo richiese per lo stesso incarico. Si guadagnò la reputazione di totale imparzialità e incorruttibilità, prendendosi cura speciale dei poveri citati in giudizio. A lui si attribuisce l'invenzione del "gratuito patrocinio" per coloro che non si potevano permettere di pagare le spese processuali.
Spesso tentava di persuadere i litiganti a trovare un accordo prima di ricorrere al tribunale, come insegna il Vangelo, onde evitare processi costosi e inutili. Tutto ciò diede vita a un motto in latino: "S. Ivo era un bretone, un avvocato e non un ladro, cosa mirabile agli occhi del popolo». Fonti contemporanee ci parlano del suo dono per la riconciliazione, della sua propensione a patrocinare la cause dei poveri in altri tribunali e, opera di misericordia, a visitarli in carcere.
Nel 1284 fu ordinato prete e gli fu affidata la parrocchia di Tredez e tre anni dopo, date le dimissioni da magistrato, s'impegnò totalmente nella parrocchia. Dopo pochi anni fu promosso in quella di Louannec, dove costruì un ospedale, si prese cura dei poveri e si occupò personalmente dei vagabondi. Ancor maggior peso ebbe il suo impegno per le necessità spirituali del suo gregge.
Era in grado di predicare in tre lingue (latino, francese e bretone) ed ebbe grande reputazione come arbitro imparziale in ogni tipo di dispute. Fin dai tempi in cui era studente aveva condotto una vita austera, con digiuni e preghiere, penitenze per le quali andava famoso; in seguito sarebbe giunto al punto di dare ai poveri il raccolto di grano che gli spettava.
Durante la Quaresima del 1303 cadde malato e morì alla vigilia della festa dell'Ascensione dopo aver celebrato Messa predicando con grande fatica. Fu canonizzato il 18 maggio1347. (1)


Martirologio Romano: In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.

Martirologio Francescano: In Lohanec, nella Bretagna, Sant'Ivone Prete, Confessore del Terz'Ordine, il quale per amor di Dio difendeva le cause dei pupilli, delle vedove e dei poveri e illustre per santità e per miracoli dal Sommo Pontefice Clemente I fu annoverato tra i Santi (1303).



E' invocato come protettore di orfani, avvocati, cancellieri di tribunale, giudici, magistrati, notai, portieri e usceri, procuratori, professori di diritto, ufficiali giudiziari, poveri.

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Ivo è oggi considerato un santo tipicamente bretone, il cui culto è soprattutto diffuso nella Francia occidentale.
Non fu tuttavia sempre cosi, poiché alla fine del Medioevo egli fu assai popolare in tutta la cristianità. La sua figura e gli inizi del suo culto sono ben conosciuti grazie agli atti del processo di canonizzazione, svoltosi a Tréguier nel 1330, nel corso del quale vennero raccolte le deposizioni di circa duecentocinquanta testimoni, fra i quali figuravano persone che l'avevano conosciuto da vicino. Da questi atti derivano tutte le successive Vite in latino e in lingua volgare, che ispirarono a loro volta un'abbondante iconografia.




Il personaggio che conosciamo con il nome di Ivo si chiamava in effetti, in lingua bretone, Erwan. Nato nel 1235, discendeva da una famiglia di piccoli cavalieri, gli Hélory, che risiedeva a Minihy (Côtes d”Armor), nei pressi della città episcopale di Tréguier, e fu educato da sua madre, coadiuvata da un precettore, nel maniero di Kermartin. 
Verso i quindici anni lasciò la regione in cui era nato per recarsi a Parigi a compiere gli studi superiori. Dopo aver seguito i corsi della Facoltà delle arti, si specializzò in diritto canonico (1268-1272) e passò in seguito all'università di Orléans, particolarmente rinomata per la qualità degli insegnamenti giuridici, dove si trattenne fino al 1274. Dopo un nuovo soggiorno a Parigi, dove tra 1274 e 1277 compì studi di teologia, completò la sua formazione di canonista ancora a Orléans, sotto la guida di Pietro de la Chapelle nel 1279-1280.
Questa lunga formazione universitaria gli aprì subito la carriera ecclesiastica: Ivo divenne ufficiale, cioè giudice, dell'arcidiacono di Rennes - città nella quale frequentò il convento dei frati minori per perfezionare la sua cultura teologica - e successivamente, nel 1284, del vescovo di Tréguier, nel Nord-ovest della Bretagna. Il vescovo Alain de Bruc gli assegnò in beneficio la parrocchia di Trédrez, vicino a Lannion, e in seguito quella di Louannec. 

Avrebbe potuto condurre l'agiata esistenza di un chierico ben provvisto di rendite e rispettato per la sua scienza e la sua autorità, se verso il 1290 non avesse deciso di mutare vita cercando di aiutare i diseredati e i poveri condividendone la sorte. Prese a vivere in maniera ascetica, a ospitare nella sua casa mendicanti e orfani e a distribuire le proprie ricchezze in elemosine. Verso il 1297 rinunciò all'incarico di giudice ecclesiastico per intraprendere lunghi giri di predicazione nei villaggi della regione. Morì il 19 maggio 1303,al ritorno da un pellegrinaggio a Locronan, dove si era recato con un gruppo di fedeli.

  • CULTO

Sul suo sepolcro non tardarono a verificarsi eventi miracolosi, che spinsero il duca Giovanni III e i vescovi della Bretagna a chiedere l'apertura di un processo di canonizzazione. La richiesta fu reiterata nel 1329 dal re di Francia e dall'università di Parigi. Papa Giovanni XXII ordinò allora un'inchiesta sulla vita e i miracoli di Ivo che si svolse a Tréguier nel 1330. La causa fu ripresa dal nuovo duca Carlo di Blois, che era personalmente assai devoto a sant'Ivo e che si recò ad Avignone da Clemente VI per richiederne la canonizzazione, la quale avvenne il 18 maggio 1347. Poco tempo dopo i suoi resti furono traslati nella cattedrale di St-Tugdual di Tréguier, e nel 1420 vennero riposti in uno splendido sepolcro in pietra fatto costruire dal duca Giovanni V. Distrutto nel 1793, esso venne ricostruito nel 1885.

Nel 1348 la sua Vita in latino fu tradotta in francese da Jean de Vignay e inserita negli adattamenti della Legenda aurea in lingua francese. Nel 1351 il capitolo generale dei frati minori, riunito a Lione, stabilì di iscrivere il suo nome nel martirologio francescano, a motivo degli stretti legami avuti da sant'Ivo con l'ordine. Fu quest'ultimo a contribuire alla diffusione del suo culto, in particolar modo in Italia, dove Ivo comparve ben presto sia fra i santi del Terz'ordine sia nelle raccolte agiografiche sia nell'iconografia. In tutta la cristianità, inoltre, si posero sotto la sua protezione numerose corporazioni di uomini di legge e di giuristi e furono intitolate a lui varie chiese, come quella di Parigi che fu dotata di ricchi beni dai re di Francia. Nell'Italia centrale il suo culto fu diffuso dai numerosi mercenari che fin verso il 1380 combatterono a servizio del papato. A metà del XV sec. il card. bretone Alain de Coetivy ottenne da papa Callisto III l'autorizzazione a costruire a Roma una cappella e un ospizio intitolati al santo e destinati ad accogliere i pellegrini provenienti da quella regione.


G. Vasi - S. Ivo dei Bretoni - chiesa la cui facciata si scorge sulla sinistra
sullo sfondo a destra l'obelisco di piazza del Popolo






Il culto di sant'Ivo, molto diffuso tra XIV e XVII sec., andò in seguito declinando, tranne che in Bretagna, dove si era profondamente radicato nella pietà popolare e nella cultura folcloristica attraverso la pratica del «perdono››. Ogni anno infatti si svolgeva, e si svolge ancora, il grande «perdono di sant'Ivo››, celebrato in occasione della sua festa, il 19 maggio. Si tratta di una processione che partendo dalla cattedrale di Tréguier, dove riposano i resti del santo, si reca a Minihy, piccolo villaggio la cui chiesa è costruita sul luogo dell'antica cappella del maniero di Kermartin nel quale visse e morì Ivo.




Ma la devozione verso questo santo ha assunto nel passato anche forme meno ortodosse. Fino all'inizio del XX sec. si andava in pellegrinaggio alla cappella di St-Yves de la Vérité, a Trédarzec, non lontano da Tréguier: chi riteneva di non aver avuto giustizia in un processo, faceva sette volte il giro della cappella lanciando imprecazioni contro i suoi avversari, e accendeva infine un cero a sant'Ivo perché li castigasse. La tradizione voleva che prima di partire per questo pellegrinaggio la persona che si riteneva vittima di un'ingiustizia gettasse un soldo davanti alla casa di chi 1'aveva offeso. Quest'ultimo, se si riteneva innocente, doveva raccogliere la moneta, altrimenti essa veniva portata a sant'Ivo, e il colpevole sarebbe morto nel corso dell'anno.




Dal processo di canonizzazione emerge di sant'Ivo una duplice immagine: da una parte quella di un giudice ecclesiastico incorruttibile e benevolo verso le persone di umile condizione e i poveri; dall'altra quella di un sacerdote santo, totalmente dedito alle attività pastorali e in particolar modo alla predicazione.

Alla fine del Medioevo fu la prima immagine a prevalere, come testimoniano le raffigurazioni iconografiche e il fatto che il santo divenne assai presto il patrono dei giuristi e delle facoltà giuridiche delle università, sia in Francia sia in Germania e in Italia. Sanctus Ivo erat Brito / Advocatus et non latro / Res miranda populos questa breve strofa, che risale al XIV sec., mostra bene il fondamento della popolarità del santo. Come giudìce a Rennes e poi a Tréguier egli aveva infatti goduto di un vero potere, poiché la giustizia ecclesiastica aveva allora ampie competenze. Essa giudicava infatti non solo i chierici, ma anche i laici per ciò che riguardava i sacramenti, in particolare il matrimonio, le scomuniche e i testamenti.
Ivo si segnalò all'attenzione dei suoi contemporanei perché rendeva prontamente giustizia, invece di lasciare che le cose si trascinassero per le lunghe, come facevano numerosi giudici, soprattutto quando le parti in causa erano persone di modeste condizioni: egli divenne ben presto celebre per la sua integrità e la sua imparzialità. In ogni caso faceva opera di conciliazione, cercando di ristabilire la concordia tra le parti piuttosto che lasciarle impegnare in costosi processi, e prendeva le difese dei poveri, delle vedove, dei minori e degli orfani che non potevano pagarsi un avvocato, come ben mostra l'affresco del Sodoma che si trova nel palazzo di giustizia di S. Gimignano.




L'altra immagine di sant'Ivo, che ha maggiormente attirato l'attenzione della Chiesa, soprattutto in età moderna, e che è ben illustrata nelle magnifiche vetrate della chiesa di Montcontour (Côtes d'Armor, XVI sec.), è quella dello zelante sacerdote parrocchiale. Gli atti dell'inchiesta del 1330 ce lo mostrano infatti dedito alla predicazione nelle parrocchie, fatto nuovo e raro in un'epoca nella quale i preti secolari bretoni, sia per negligenza sia per incapacità, non pre- dicavano molto. Ivo si preoccupava invece di far conoscere ai fedeli la parola di Dio, e la sua cultura giuridica e universitaria non sembra gli abbia impedito di trasmettere a pescatori e a semplici contadini il messaggio evangelico.

Non ci è rimasto nulla dei suoi sermoni, ma le testimonianze raccolte nel 1330 sottolineano il profondo effetto che essi suscitavano negli ascoltatori, ai quali il santo mostrava la necessità della penitenza, cercando di inculcare in loro le virtù cristiane. Uomo della parola, Ivo era anche un uomo del Libro, e chi lo aveva conosciuto non mancò di sottolineare l'importanza rivestita nella sua vita quotidiana dalla lettura della Bibbia, che egli portava sempre con sé, e del breviario. La sua reputazione di uomo nobile e colto non fu certamente estranea al prestigio di cui godette durante la sua vita nelle campagne di Tréguier, ma lo spettacolo di quest'uomo ritornato nei campi per condividere la condizione dei contadini e dei poveri era di per sé sufficiente a colpire e a commuovere gli animi, e ciò basta a spiegare il fervore che si manifestò dopo la sua morte e i numerosi miracoli che gli vennero subito attribuiti.

Nella storia della santità cristiana la sua canonizzazione costituisce una tappa importante, poiché essa attesta, per la prima volta dalla fine dell'Antichità, la possibilità per un semplice prete di accedere alla gloria degli altari, privilegio fino allora riservato a vescovi, monaci e religiosi. Ben prima di quello del curato d'Ars, il culto di sant'Ivo offrì alla Chiesa l'occasione di promuovere un modello di santità sacerdotale attraverso la figura di un uomo che associò la pratica delle più alte virtù cristiane - in particolare la giustizia e la carità - all'esercizio del ministero pastorale. (2)



Inno di S. Erwan - Antico canto bretone


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fonti:
(1) Alban Butler, Dizionario dei santi secondo il calendario, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2001
(2) André Vauchez in Il grande libro dei Santi, Diz. encicl. diretto da C. Leonardi-A.Riccardi-G.Zarri, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1998.