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martedì 17 giugno 2025

PER CONOSCERE LA BEATA LUCIA MARGHERITA SZEWCZYK, Terziaria francescana e fondatrice delle Figlie della Beata Maria Vergine Addolorata

 
5 giugno


Beata
Lucia 
Margherita Szewczyk
(
Łucja Małgorzata Szewczyk)
Francescana secolare
poi Fondatrice della Congregazione delle Figlie della Beata Maria Vergine Addolorata




Szepetówka, Ucraina, 1828 - Nieszawa, Polonia, 5 giugno 1905
 

Łucja nacque nel 1828 a Shepetovka, in Volinia (oggi Ucraina), in una famiglia polacca profondamente religiosa. Rimasta orfana in tenera età, trovò sostegno spirituale in Dio e nella Beata Vergine. A vent'anni entrò nel Terz'Ordine di San Francesco e pronunciò i voti privati ​​dei consigli evangelici. Come terziaria, praticò coraggiosamente la misericordia durante il difficile periodo dell'occupazione russa.
Nel 1870, Łucja e un'altra Terziaria andarono in pellegrinaggio in Terra Santa. Vi trascorse circa tre anni, servendo i poveri e i malati nell'ospedale delle Suore Francesi di San Giuseppe a Gerusalemme. Avendo come direttore spirituale Padre Jukundyn Bielak, frate minore, guida dei pellegrini polacchi, fece allora la promessa di dedicarsi interamente a Dio e al servizio dei più bisognosi. 
Tornata in Polonia, intorno al 1880, si recò a Zakroczym (Varsavia), dove si ritirò sotto la guida del Beato Onorato Koźmiński, frate minore cappuccino, e si affidò alla sua direzione spirituale. Da allora in poi, iniziò a radunare donne anziane abbandonate e malate in un appartamento in affitto, di cui si prese cura con grande amore. Quando le prime compagne si unirono a lei, con l'aiuto del Beato Onorato, fondò una congregazione che in seguito prese il nome di Figlie della Beata Maria Vergine Addolorata, note come Suore Serafite. Łucja Szewczyk prese il nome di suor Maria Margherita.
Nel 1891 si trasferì in Galizia, che era sotto il dominio Austro-Ungarico e dove vigeva una maggiore libertà religiosa. A Oświęcim costruì un monastero che divenne la casa madre della congregazione, dedita al servizio degli abbandonati e dei malati e all'educazione religiosa dei bambini negli orfanotrofi e negli asili che furono aperti. Fu un modello di fede viva per le suore, di fiducia sconfinata nella Provvidenza di Dio e di speciale devozione alla Madonna Addolorata. Suo il motto: «Tutto per Gesù attraverso il Cuore Addolorato di Maria». L'Eucaristia fu il centro e la fonte del suo zelo apostolico, zelo per la gloria di Dio e amore sacrificale.
Morì in odore di santità il 5 giugno 1905. Fu annoverata tra i beati il ​​9 giugno 2013 nella Basilica della Divina Misericordia a Cracovia, città in cui sorge l’attuale Casa Generalizia della congregazione, oggi presente anche in Svezia, Francia, Italia, Stati Uniti e Bielorussia, con opere dedicate all’assistenza di anziani e infermi e all'istruzione giovanile.





Preghiera d'intercessione




Padre infinitamente buono, che hai chiamato la beata Margherita Lucia a prendersi cura dei poveri, degli abbandonati e dei malati, concedi, per sua intercessione, che possiamo adempiere fedelmente alla nostra vocazione e gioire nel ricevere la grazia... che umilmente chiediamo. 
Per Cristo nostro Signore. Amen.


postulatore : Rev. Michał Jagosz
indirizzo attore della causa: Siostry Serafitki, ul. Łowiecka, 3, 30-106 Cracovia, Polonia
sito web : www.serafitki.pl

giovedì 6 maggio 2021

Beata ANNA ROSA GATTORNO Vedova, Francescana secolare e fondatrice delle Figlie di Sant'Anna


6 Maggio

Beata
 ANNA ROSA GATTORNO
Vedova, Terziaria francescana
Fondatrice delle Figlie di Sant'Anna








Genova, 14 ottobre 1831 - Roma, 6 maggio 1900


Le famiglie ferite da povertà, crisi economica, sofferenze legate a malattie e lutti hanno nella beata Anna Rosa Gattorno un'autentica "madre". Innanzitutto perché lei, nata a Genova nel 1831 da famiglia agiata, anche se andò maturando la scelta di una vita religiosa non abdicò mai al suo compito di accudire i figli, avuti con il marito morto nel 1858. Erano sposi da sei anni e la loro vita era stata segnata da gravi rovesci economici e da una malattia che segnò per sempre la primogenita. Vedova, Anna Rosa perse anche l'ultimo figlio. Lei offrì tutto al Signore, compresa la sua vita, e si dedicò ai malati, agli ultimi, facendosi terziaria francescana. Nel 1866 a Piacenza fondò le Figlie di Sant'Anna. Nel 1878 le prime religiose della congregazione partirono missionarie. La fondatrice morì nel 1900. (Matteo Liut)

Il 24 settembre 1861 emise nella chiesa di San Francesco d'Albaro la professione della regola del Terz'Ordine Francescano; tre anni prima aveva indossato la tonaca dei figli di san Francesco, che portava sotto le vesti secolari cinta da un grosso cordone. "Questo buon Padre - scrive - lo elessi mio avvocato e protettore dell'anima mia". Infatti non poteva non trovare nello stimmatizzato della Verna, viva copia del Crocifisso, il suo modello di vita crocifissa (Lazaro Iririarte, OFM Capp. (1) ). 




Martirologio Romano: A Roma, beata Anna Rosa Gattorno, religiosa, che, madre di famiglia, rimasta vedova, si consacrò interamente al Signore e al prossimo e istituì le Figlie di Sant’Anna Madre di Maria Immacolata, adoperandosi in tutti i modi per i malati, gli infermi e l’infanzia abbandonata, nel volto dei quali contemplava Cristo povero.

Martirologio Francescano: In Roma, natale della Beata Rosa Gattorno, Vedova del Terz'Ordine Serafico, la quale fondò l'Istituto delle Figlie di Sant'Anna e dopo una vita di rigida penitenza e di ammirabile carità passò agli eterni riposi (1900). 





VIDEO





BIOGRAFIA

La Beata Anna Rosa Gattorno nasce a Genova il 10 ottobre 1831. All'età di 21 anni sposa il cugino Girolamo Custo; si trasferiscono a Marsiglia, ma per un dissesto finanziario sono costretti a tornare a Genova. La primogenita Carlotta, in seguito a malattia, diventa per sempre sordomuta; il marito muore dopo meno di sei anni di matrimonio; dopo qualche mese muore anche il figlio più piccolo. 
Tutte queste tragedie portano Anna Rosa a un cambiamento radicale che lei chiama “conversione”, ovvero alla sua offerta totale al Signore e al servizio del prossimo.
Nel 1858, con i1 permesso del direttore spirituale, emette i voti privati di castità e obbedienza e nel 1861 anche quello di povertà. Si sente preoccupata per la sistemazione dei figli.

Fondatrice
Venne incitata alla fondazione di una Congregazione da san Francesco da Camporosso, dal confessore e dall’arcivescovo di Genova. Pio IX in un’udienza del 1866 la incita alla fondazione della sua Opera, dicendole che questa è la volontà divina e che i1 Signore penserà ai suoi figli.
L'8 dicembre 1866 fonda a Piacenza le Figlie di Sant’Anna Madre di Maria Immacolata e nel 1870, insieme a dodici consorelle, fa la professione. L’approvazione definitiva avviene nel 1879.
Cofondatore della Congregazione e considerato padre Giovanni Battista Tornatore, che ne ha scritta la Regola.
Nel 1867 scoppia a Piacenza un’epidemia di colera con migliaia di vittime. Incuranti del pericolo, le Figlie di Sant’Anna si prodigano nell’assistenza dei malati e alla fine del1’epidemia Rosa apre 1a sua casa alle orfane rimaste abbandonate.
Fin dal 1878 manda le sue suore in Europa e in America Latina.
Collabora a Piacenza con il vescovo Giovanni Scalabrini nel1’opera a favore dei sordomuti.
(...) Guida per trentaquattro anni la Congregazione da lei fondata: alla sua morte lascia trecentosessantotto comunità e tremilacinquecento suore.

Terziaria francescana
Nel 1861 fa 1a professione di terziaria francescana e, dopo 1a cerimonia, ha una visione di Gesù crocifisso.
Nel 1862 riceve le stimmate nascoste particolarmente dolorose il venerdì.
Nel 1864, pregando intensamente davanti al crocifisso, si sente ispirata a fondare una Congregazione religiosa.

Spiritualità
Profondo abbandono al volere divino. Grande capacità di amore oblativo per cui l'esperienza delle sue grandi sofferenze, piuttosto che inasprire l’animo e farla chiudere in se stessa, l’apre alla condivisione dei dolori altrui. Serve i1 Signore nei poveri e nei malati. Evangelizza con 1’esempio della santità della sua vita. Desidera far conoscere e far amare da tutti  il Signore. Sopporta per amore di Cristo molte sofferenze e supera grandi difficoltà per per la sua Congregazione. Istituisce varie Opere a servizio dei poveri, degli infermi, delle persone sole e delle giovani a rischio. In seguito apre scuole a favore dei figli dei poveri. "Le famiglie ferite da povertà, crisi economica, sofferenze legate a malattie e lutti, hanno nella beata Anna Rosa Gattorno un’autentica 'madre' " (Matteo Liut).

Pensieri e insegnamenti
"Siate umili, pensate che siete le ultime e le più miserabili di tutte le creature che prestano alla Chiesa il loro servizio e hanno la grazia di farne parte".
" Pur in mezzo a tanto tumulto di un abisso di affari, mai sono priva dell’unione con il mio Bene".
"Vivere per Iddio, morire per lui, spendere la vita per amore".

Morte
Nel febbraio del 1900 viene colpita da una grave sindrome influenzale: il suo fisico, già minato dalla fatica, dalle penitenze e da lunghi estenuanti viaggi, peggiora progressivamente. Il 4 maggio riceve l'Unzione degli infermi e il 6 maggio alle ore 9:00 si addormenta beatamente nella pace del Signore. La sua fama di santità già presente in vita, cresce dopo la morte. Le sue spoglie sono venerate a Roma, nella casa generalizia delle Figlie di Sant'Anna in via Merulana. Nel 2000 è stata beatificata da papa Giovanni Paolo II, dopo che il Vaticano ritenne miracolosa la guarigione, a lei attribuita, di una suora. (2)

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(1) Lazaro Iriarte, Fisionomia spirituale di Rosa Gattorno, Casa Generalizia Figlie di Sant'Anna, Roma, 1989. 
(2) Luigi Luzi, i Santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire, Editrice Shalom, Camerata Picena (AN). 


PREGHIERA D'INTERCESSIONE




O dolcissimo Gesù, che dall’alto della Croce tutti vuoi attrarre a te,
per l’ardentissimo amore che ti portò la Beata Madre Anna Rosa Gattorno,
e per lo zelo per il quale indirizzò a Te il suo Istituto,
glorifica la tua sposa in terra come già l’hai premiata in cielo
e, per la tua intercessione, concedici le grazie che ti domandiamo...
Amen



Postulatrice : suor Anna Angela Florio, fsa
Attore della Causa: Figlie di S. Anna, Via Merulana, 177, 00185 Roma, ITALIA
sito web : www.fsai.it

giovedì 12 novembre 2020

BENEDETTO XVI : S. GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO - UDIENZA GENERALE DEL 28 APRILE 2010


VEDI IL PROFILO PUBBLICATO DAL CALENDARIO FRANCESCANO SECOLARE






Cari fratelli e sorelle,

ci stiamo avviando verso la conclusione dell’Anno Sacerdotale e, in questo ultimo mercoledì di aprile, vorrei parlare di due santi Sacerdoti esemplari nella loro donazione a Dio e nella testimonianza di carità, vissuta nella Chiesa e per la Chiesa, verso i fratelli più bisognosi: san Leonardo Murialdo e san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Del primo ricordiamo i 110 anni dalla morte e i 40 anni dalla canonizzazione; del secondo sono iniziate le celebrazioni per il 2° centenario di Ordinazione sacerdotale.

(...) San Giuseppe Benedetto Cottolengo

Giuseppe Benedetto Cottolengo nacque a Bra, cittadina della provincia di Cuneo, il 3 maggio 1786. Primogenito di 12 figli, di cui 6 morirono in tenera età, mostrò fin da fanciullo grande sensibilità verso i poveri. Abbracciò la via del sacerdozio, imitato anche da due fratelli. Gli anni della sua giovinezza furono quelli dell’avventura napoleonica e dei conseguenti disagi in campo religioso e sociale. Il Cottolengo divenne un buon sacerdote, ricercato da molti penitenti e, nella Torino di quel tempo, predicatore di esercizi spirituali e conferenze presso gli studenti universitari, dove riscuoteva sempre un notevole successo. All’età di 32 anni, venne nominato canonico della Santissima Trinità, una congregazione di sacerdoti che aveva il compito di officiare nella Chiesa del Corpus Domini e di dare decoro alle cerimonie religiose della città, ma in quella sistemazione egli si sentiva inquieto. Dio lo stava preparando ad una missione particolare, e, proprio con un incontro inaspettato e decisivo, gli fece capire quale sarebbe stato il suo futuro destino nell’esercizio del ministero.

Il Signore pone sempre dei segni sul nostro cammino per guidarci secondo la sua volontà al nostro vero bene. Per il Cottolengo questo avvenne, in modo drammatico, la domenica mattina del 2 settembre 1827. Proveniente da Milano giunse a Torino la diligenza, affollata come non mai, dove si trovava stipata un’intera famiglia francese in cui la moglie, con cinque bambini, era in stato di gravidanza avanzata e con la febbre alta. Dopo aver vagato per vari ospedali, quella famiglia trovò alloggio in un dormitorio pubblico, ma la situazione per la donna andò aggravandosi e alcuni si misero alla ricerca di un prete. Per un misterioso disegno incrociarono il Cottolengo, e fu proprio lui, con il cuore pesante e oppresso, ad accompagnare alla morte questa giovane madre, fra lo strazio dell’intera famiglia. Dopo aver assolto questo doloroso compito, con la sofferenza nel cuore, si recò davanti al Santissimo Sacramento e pregò: “Mio Dio, perchè? Perchè mi hai voluto testimone? Cosa vuoi da me? Bisogna fare qualcosa!”. Rialzatosi, fece suonare tutte le campane, accendere le candele, e accogliendo i curiosi in chiesa disse: “La grazia è fatta! La grazia è fatta!”. Da quel momento il Cottolengo fu trasformato: tutte le sue capacità, specialmente la sua abilità economica e organizzativa, furono utilizzate per dare vita ad iniziative a sostegno dei più bisognosi.

Egli seppe coinvolgere nella sua impresa decine e decine di collaboratori e volontari. Spostandosi verso la periferia di Torino per espandere la sua opera, creò una sorta di villaggio, nel quale ad ogni edificio che riuscì a costruire assegnò un nome significativo: “casa della fede”, “casa della speranza”, “casa della carità”. Mise in atto lo stile delle “famiglie”, costituendo delle vere e proprie comunità di persone, volontari e volontarie, uomini e donne, religiosi e laici, uniti per affrontare e superare insieme le difficoltà che si presentavano. Ognuno in quella Piccola Casa della Divina Provvidenza aveva un compito preciso: chi lavorava, chi pregava, chi serviva, chi istruiva, chi amministrava. Sani e ammalati condividevano tutti lo stesso peso del quotidiano. Anche la vita religiosa si specificò nel tempo, secondo i bisogni e le esigenze particolari. Pensò anche ad un proprio seminario, per una formazione specifica dei sacerdoti dell’Opera. Fu sempre pronto a seguire e a servire la Divina Provvidenza, mai ad interrogarla. Diceva: “Io sono un buono a nulla e non so neppure cosa mi faccio. La Divina Provvidenza però sa certamente ciò che vuole. A me tocca solo assecondarla. Avanti in Domino”. Per i suoi poveri e i più bisognosi, si definirà sempre “il manovale della Divina Provvidenza”.

Accanto alle piccole cittadelle volle fondare anche cinque monasteri di suore contemplative e uno di eremiti, e li considerò tra le realizzazioni più importanti: una sorta di “cuore” che doveva battere per tutta l’Opera. Morì il 30 aprile 1842, pronunciando queste parole: “Misericordia, Domine; Misericordia, Domine. Buona e Santa Provvidenza… Vergine Santa, ora tocca a Voi”. La sua vita, come scrisse un giornale del tempo, era stata tutta “un’intensa giornata d’amore”.

Cari amici, questi due santi Sacerdoti, dei quali ho presentato qualche tratto, hanno vissuto il loro ministero nel dono totale della vita ai più poveri, ai più bisognosi, agli ultimi, trovando sempre la radice profonda, la fonte inesauribile della loro azione nel rapporto con Dio, attingendo dal suo amore, nella profonda convinzione che non è possibile esercitare la carità senza vivere in Cristo e nella Chiesa. La loro intercessione e il loro esempio continuino ad illuminare il ministero di tanti sacerdoti che si spendono con generosità per Dio e per il gregge loro affidato, e aiutino ciascuno a donarsi con gioia e generosità a Dio e al prossimo.

Benedetto XVI
Città del Vaticano, 28 aprile 2010


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dal sito della Santa Sede


martedì 3 novembre 2020

S. ALBERTO CHMIELOWSKI il "S. Francesco polacco del XX secolo", terziario francescano e fondatore



25 dicembre 

S. ALBERTO CHMIELOWSKI
al secolo Adamo
del III Ordine di San Francesco
Francescano secolare
fondatore dei Frati del III Ordine di S. Francesco Servi dei Poveri
chiamati i Fratelli Albertini e le Suore Albertine








Aigolonija, Polonia, 20 agosto 1845 - Cracovia, 25 dicembre 1916


A diciotto anni partecipa all’insurrezione dei polacchi contro il dominio russo, nel 1863. Questa non e più un’insurrezione cittadina come altre volte: é guerriglia nelle campagne, col sostegno dei contadini, ma alla fine l’esercito dello Zar Nicola I schiaccia la rivolta con le impiccagioni collettive e le deportazioni. E Adamo Chmielowski torna a casa mutilato per sempre: ha perduto una gamba.
Con l'aiuto dei parenti riesce a fuggire la repressione zarista nascondendosi in una bara al posto di un carcerato deceduto, però deve lasciare la polonia.
Si reca a Parigi, dove frequenta la scuola di Belle Arti, si reca a Gand per studiare ingegneria e infine a Monaco per frequentare l'Accademia di Belle Arti. Diventa pittore e torna in Polonia dopo l'amnistia del 1874. 
Ma poi “incontra” san Francesco d’Assisi, attraverso i suoi frati Minori e attraverso i poveri che impara a conoscere, e la sua vita prende il definitivo orientamento. Adamo Chmielowski passa la maggior parte del suo tempo tra malati e mendicanti. Si dedica specialmente a chi soffre di malattie ripugnanti, che respingono anche tanti benintenzionati.
E' questa e la strada che lo porta infine a entrare nell’Ordine francescano secolare, prendendo il nome di fratel Alberto. Abbandonando studi e l’arte, lavora per i più sfortunati e soprattutto vive con loro, nei rifugi degli accattoni e degli invalidi, invalido come loro.
Da studente di ingegneria progettava grandi opere. Da frate di san Francesco si dedica alla costruzione di case-asilo, di sanatori e convalescenziari, dove prestano servizio ai poveri i terziari francescani organizzati da lui: lo chiamano “Fratello Anziano”, come i sacerdoti che lavorano con lui.
E arriva a conoscerlo gran arte del clero polacco, perché egli sosta un dappertutto, muovendosi faticosamente con la protesi, che all’epoca si chiama “gamba di legno” e lo era davvero.
Nei suoi ultimi anni continua a lavorare, affrontando intanto una nuova “guerra”: lo ha aggredito un tumore, che egli cerca di tener nascosto il più a lungo possibile. Muore a Cracovia nel giorno di Natale del 1916. Nell’ospizio dei poveri. E tutti i poveri di Cracovia camminano dietro la sua bara. Giovanni Paolo II lo proclamerà santo nel 1989. I suoi resti sono custoditi nella chiesa dei carmelitani in Cracovia.



Martirologio Romano: A Cracovia in Polonia, sant’Alberto (Adamo) Chmielowski, religioso, che, illustre pittore, si consacrò ai poveri, proponendosi di essere disponibile in tutto verso di loro, e fondò le Congregazioni dei Frati e delle Suore del Terz’Ordine di San Francesco al servizio dei bisognosi.






S. Alberto ripeteva: “Bisogna essere buoni come il pane” per nutrire gli affamati, un pane buono
che si spezza e si moltiplica, un pane “che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame”.
 


Fratel Alberto, al secolo Adamo Chmielowski, nacque a Igolomia, presso Cracovia (Polonia), il 20 agosto del 1845, primo di quattro figli, da Adalbert e Józefa Borzystawska, discendenti da una famiglia nobile. Adamo trascorse l'infanzia a Varsavia. Sin dai primi anni era molto caritatevole verso i poveri e divideva con loro quel che aveva.
Mandato a Pietroburgo, nella scuola dei cadetti, dopo un anno la madre lo fece ritornare in famiglia, preoccupata dell'influsso che aveva sul figlio l'educazione russa, e lo inviò a frequentare il ginnasio di Varsavia. Rimasto orfano dei genitori, fu affidato alle cure della zia paterna Petronela.
Nel 1863 scoppiò in Polonia l'insurrezione contro l'oppressione zarista. Adamo, allora studente dell'Istituto di Agricoltura a Pulawy, vi aderì con entusiasmo e, durante un combattimento, il 30 settembre 1863, presso Melchów, rimase gravemente ferito; fatto prigioniero, gli fu amputata, senza anestesia, la gamba sinistra, dimostrando un eccezionale coraggio.

A. Chmielowski "Ecce Homo"
Studi e attività artistica
Grazie all'interessamento dei parenti, fuggì dalla prigionia e fu costretto a lasciare la propria Patria. Fu a Parigi per studiare pittura; passò poi a Gand (Belgio) ove frequentò la facoltà d'ingegneria, quindi riprese gli studi di pittura all'Accademia di Belle Arti a Monaco di Baviera.
In ogni ambiente emergeva la sua personalità cristiana che, tradotta in coerenza di vita e di impegno professionale, influenzava quanti lo frequentavano.
Nel 1874, Chmielowski tornò in Patria, aveva quasi 30 anni. Alla ricerca di un nuovo ideale di vita, si pose la domanda: "Servendo l'arte si può servire anche Dio?". la sua produzione artistica, che comprendeva per lo più soggetti profani, fu continuata poi con soggetti sacri. Uno dei migliori suoi quadri religiosi, l'"Ecce Homo", fu il risultato di una profonda esperienza sull'amore misericordioso di Cristo verso l'uomo e condusse Chmielowski ad una metamorfosi spirituale.
Convinto che per servire Dio "bisogna dedicare a lui l'arte ed il talento", nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico. Dopo sei mesi dovette lasciare il noviziato a cagione della cattiva salute.

Terziario francescano
Superata una profonda crisi spirituale, cominciò una nuova vita, dedicata tutta a Dio ed ai fratelli. Abitando dai parenti in Podolia (parte della Polonia assoggettata alla Russia), conobbe il Terz'Ordine di S. Francesco, cominciò a visitare le parrocchie della zona, restaurando quadri e diffondendo tra la gente rurale lo spirito terziario. Costretto a lasciare la Podolia, si recò a Cracovia, dove si stabilì presso i Padri Cappuccini. Lì continuò la sua attività di pittore e si dedicò contemporaneamente all'assistenza dei poveri, destinando a loro il ricavato dei suoi quadri.

Apostolato
Per caso venne a conoscenza della tragica situazione dei poveri, ammassati nei cosiddetti posti di riscaldamento o dormitori pubblici di Cracovia e decise di venire loro in aiuto.
Per amore verso Dio e verso il prossimo, Chmielowski rinunciò al successo dell'arte, al benessere materiale, agli ambienti aristocratici e decise di vivere tra quei poveri, per sollevarli dalle loro miserie morali e materiali. Nella loro dignità calpestata scoprì il Volto oltraggiato di Cristo e volle in essi rinnovarlo.

Fondatore
Il 25 agosto 1887 vestì un saio grigio, prese il nome di Fratel Alberto e un anno dopo, con il consenso del Cardinale Dunajewski, pronunciò i voti di terziario francescano, dando inizio alla Congregazione dei Frati del III Ordine di S. Francesco, Servi dei Poveri (1888), i quali presero cura del dormitorio maschile. In seguito Fratel Alberto assunse l'assistenza delle donne del dormitorio pubblico femminile; le sue collaboratrici dettero origine anche al ramo femminile della Congregazione (1891), che affidò alla Serva di Dio Suor Bernardyna Jabkonska.
Insieme con le sue Congregazioni si dedicò, con piena disponibilità, al servizio dei più poveri, dei diseredati, degli abbandonati, degli emarginati e dei vagabondi. Per loro organizzò i ricoveri come case di assistenza materiale e morale, che offrivano lavoro volontario, di natura artigianale, assieme ai frati e alle suore nella stessa dimora, permettendo loro di guadagnare per il proprio sostentamento.
Nonostante l'invalidità e la protesi rudimentale alla gamba, viaggiava molto per fondare i nuovi asili in altre città della Polonia e per visitare le case religiose. Queste case erano aperte a tutti, senza distinzione di nazionalità o di religione. Oltre agli asili, fondò anche nidi e orfanatrofi per bambini e giovani, case per anziani e incurabili e cucine per il popolo. Mandò le suore a lavorare negli ospedali militari e nei lazzaretti durante la prima guerra mondiale.
Nel corso della sua vita sorsero in tutto 21 case religiose, nelle quali prestavano la loro opera 40 frati e 120 suore.

Spiritualità
Con l'esempio della sua vita insegnò che "bisogna essere buoni come il pane... che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame". Osservò lui stesso e raccomandò ai suoi religiosi la massima povertà evangelica sull'esempio di S. Francesco d'Assisi. la sua opera caritativa la affidò con fiducia totale alla Provvidenza divina. La forza per svolgere la sua attività l'attinse dalla preghiera, dall'Eucaristia e dall'amore per il Mistero della Croce.

Epilogo
Colpito da cancro allo stomaco, morì a Cracovia il giorno di Natale del 1916, nel ricovero per i poveri. Prima di morire, indicando l'immagine della Madonna di Czestochowa, disse ai fratelli e alle suore: "Questa Madonna è la vostra Fondatrice, ricordatevi questo". E ancora: "Prima di tutto osservate la povertà ".
In quanti lo avevano avvicinato e conosciuto, lasciò un meravigliosa testimonianza di fede e di carità.
A Cracovia e in tutta la Polonia ,è conosciuto come i Padre dei poveri e, per la sua povertà evangelica, è chiamati il "S. Francesco polacco del XX secolo".
Fratel Alberto lasciò nella storia della Chiesa una traccia incisiva. Egli non soltanto interpretò in modo giusto il Vangelo sulla misericordia del Cristo e lo accettò, ma soprattutto lo introdusse nella propria vita religiosa.
Oggi i Fratelli Albertini e le Suore Albertine realizzano i carisma del Fondatore prestando il loro servizio in Polonia le suore sono diffuse anche in Italia, USA e America Latina.

Canonizzazione
Il 22 giugno 1983 Papa Giovanni Paolo II beatificò Frate Alberto a Cracovia, durante il suo secondo viaggio apostolico: in Polonia. Proclamandolo Santo il 12 novembre 1989 a Roma la Chiesa lo addita come un modello, per i nostri tempi di testimonianza dell'amore verso Dio, che si manifesta nel l'amore cristiano verso il prossimo, nello spirito della bontà evangelica.



1. - S. Alberto e Giovanni Paolo II
La storia di questo santo commosse e ispirò un’altro giovane che coltivava la passione per l’arte e la recitazione, spingendolo ad abbandonare il teatro per dedicarsi completamente al Dio: parliamo del giovane Karol Wojtyła. 
“Mi domando a volte quale ruolo abbia svolto nella mia vocazione la figura del Santo Frate Alberto”, si chiede Giovanni Paolo II nel suo libro Dono e Mistero, scritto nel 1996 in occasione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio, dove narra la storia e la geografia della sua vocazione.

2 - L’incontro con Lenin e la narrazione di Karol Wojtyla
"Sembrerebbe che a Cracovia il leader della rivoluzione sovietica Lenin abbia incontrato fratel Alberto e che i due ebbero modo di discutere sulla povertà e sulla giustizia sociale. Di questo incontro dove si contrapposero l’utopia marxista-leninista e il messaggio della carità cristiana, non ci sono rimasti documenti, nulla è stato pubblicato se non un dialogo frutto della fantasia di un poeta: Karol Wojtyla che dedicò a Sant’Alberto Chmielowski l’opera teatrale Fratello del nostro Dio (scritto nel 1949). Lo sconosciuto (questo il nome dato a Lenin nel dramma) dirà a fratel Alberto che non voleva sposare la sua idea di giustizia sociale: “I poveri non ti seguiranno”, “Io seguirò loro” risponderà il frate dimostrando che per il cristiano il vero aiuto ai poveri non è diventare una guida per incanalare la loro ira verso una sovversione sociale ma farsi loro servitore secondo i consigli e l’esempio di Gesù Cristo. Fu proprio questa la via che seguì Adamo Chmielowski che morì il 26 dicembre del 1916 (a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica) nel dormitorio di Cracovia, lasciando in eredità una meravigliosa testimonianza di fede e carità, donando la propria anima e diventando egli stesso “pane buono” per sfamare gli affamati." (Agenzia Aleteia)





Preghiera a Sant’ Alberto Chmielowski

Fratel Alberto, Padre e Amico dei poveri,
tu che mettesti i tuoi talenti di artista
a servizio del Vangelo,
aiuta anche noi a scoprire i doni di Dio
e a usarli per testimoniare il suo amore.

Tu che scopristi che l’opera d’arte più bella
agli occhi di Dio è il cuore dei poveri,
donaci occhi capaci di vedere la tua presenza
nei fratelli più bisognosi.

Tu che rinunciasti alle ricchezze
per farti fratello povero tra i poveri,
scoprendo che la vera ricchezza è amare
libera la nostra vita dagli attaccamenti sbagliati.

Tu che mentre distribuivi il pane agli affamati
ripetevi spesso che “bisogna essere buoni come il pane”,
rendici pane buono per i fratelli che incontriamo.

Tu che predicasti la misericordia di Dio
e ti abbandonasti fiducioso alla divina Provvidenza,
aumenta la nostra fede!

Sant’ Alberto Chmielowski,
prega per noi!

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mercoledì 10 giugno 2020

PER CONOSCERE S. VINCENZA GEROSA Terziaria francescana, cofondatrice delle Suore di Maria Bambina


28 giugno
Santa
VINCENZA GEROSA

vergine, cofondatrice delle Suore di Maria Bambina
con Santa Bartolomea Capitanio
Terziaria francescana




Lovere, Bergamo, 29 ottobre 1784 - 20 giugno 1847






«Chi non ha imparato che cosa significa essere crocifissi non sa nulla
e colui che conosce la croce non ha più nulla da imparare». (S. Vincenza Gerosa)


Martirologio Romano: A Lovere in Lombardia, santa Vincenza Gerosa, vergine, che fondò insieme a santa Bartolomea Capitanio l’Istituto delle Suore della Carità.





Vincenza Gerosa nacque a Lovere, sul lago d'Iseo (provincia di Bergamo, diocesi di Brescia) il 29 ottobre 1784 in una famiglia agiata di commercianti di pellami. La sua prima infanzia trascorse nell'ambiente patriarcale dell'azienda familiare, poi fu mandata a perfezionare la sua educazione dalle monache benedettine di Gandino. Per ragioni di salute non poté, però, portare a termine gli studi, e tornò a casa dove, con le sorelle, venne impegnata al banco della bottega: una dura prova per la sua innata timidezza e il suo carattere schivo.
L'invasione napoleonica, oltre a distruggere i suoi punti di riferimento religiosi, provocò un crollo dell'economia familiare. Ad essa seguirono peraltro una serie di lutti. Negli anni immediatamente seguenti alla Restaurazione, segnati da fame ed epidemie, si impegnò in attività assistenziali, sostenuta in ciò dai due parroci che si succedettero a Lovere, Rusticiano Barbaglio e soprattutto Angelo Bosio. La morte di tutti i familiari - tranne un'anziana zia che dovette assistere per molti anni - che la indusse a chiudere l'attività commerciale, le permise di dedicarsi totalmente all' assistenza. Cominciò cosi con la fondazione di una Congregazione mariana parrocchiale e di un oratorio femminile, all'interno del quale organizzava ritiri, scuole di lavoro domestico, preghiere e letture.
Nel 1824 1'incontro con la giovane ed energica compaesana Bartolomea Capitanio la spinse a realizzare progetti più ambiziosi: il loro ospedale - fondato grazie a un lascito Gerosa - fu inaugurato due anni dopo. La giovane amica la coinvolse anche nella progettazione di un vero e proprio istituto religioso finalizzato a scopi assistenziali, a cui la Gerosa partecipò con qualche riluttanza, timorosa di affrontare un così radicale cambiamento della sua vita in un'età matura. Entrambe, abbandonata la famiglia, si ritirarono nella casa da loro acquistata accanto all'ospedale, dove il 21 novembre 1832, alla presenza del parroco don Bosio, fu eretto l'istituto. Il loro progetto prevedeva, oltre alla scuola gratuita per le ragazze del popolo, anche attività associative per i giovani e assistenza ai malati. Ma solo otto mesi dopo la Capitanio morì, e la Gerosa fu tentata di abbandonare tutto. Poi, anche grazie all'aiuto di don Bosio, benché sola e meno determinata e istruita della compagna defunta, riuscì a portare a compimento il progetto comune.
Per i primi sette anni, all'interno del loro istituto non poterono essere adottate le regole scritte dalla Capitanio, ma si dovettero accettare quelle elaborate da Giovanna Antida Thouret (1), che avevano già ricevuto l'approvazione pontificia. Nel 1840 però anche le suore di Lovere ottennero l'approvazione da Gregorio XVI e nel 1841 il vescovo di Brescia eresse l'istituto in forma canonica e ammise alla professione religiosa la Gerosa, che prese il nome di Vincenza, insieme con altre otto compagne.
Vincenza, che in questa lunga fatica per l'approvazione dell'istituto era stata validamente aiutata da don Bosio, affrontò, sempre con il suo sostegno, un' altra difficoltà: nel 1842 il cardinale Gaetano Gaisruk aveva chiamato a Milano la sue suore perché prestassero il loro servizio all'ospedale Ciceri e al1'istituto di Maria Addolorata, poi nel 1845 perché lavorassero all'ospedale Maggiore e nel 1846 nel brefotrofio. Molto soddisfatto della competenza e della dedizione con cui le suore si prodigavano, tentò di farne una congregazione diocesana, staccandole dal ramo di Lovere. Gli sforzi congiunti della Gerosa e di don Bosio pennisero all'istituto di mantenere l'unità e la fedeltà all'impronta originaria. Poco dopo, nel 1847, Vincenza mori, lasciando 171 religiose, distribuite in ventotto comunità (2).
Nel 1927 Pio XI ne proclamò l'eroicità delle virtù, nel 1933 la fece beata, mentre nel 1950 fu canonizzata, insieme con la Capitanio, da Pio XII.
Lucetta Scaraffia (3)




Santuario di Lovere



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(1) Le due sante volevano affiliare la neonata congregazione all'Ordine delle Suore della Carità di S. Vincenzo de' Paoli, ma poiché quella congregazione era nata in Francia e Lovere si trovava sotto il dominio asburgico, le autorità non diedero loro il permesso.

(2) Attualmente sono presenti in Europa (Italia, Regno Unito, Romania, Spagna), nelle Americhe (Argentina, Brasile, Perù, Stati Uniti d'America, Uruguay), in Africa (Egitto, Zambia, Zimbabwe) e in Asia (Bangladesh, Birmania, Giappone, India, Israele, Nepal, Thailandia, Turchia);la casa generalizia è a Milano in via Santa Sofia.

(3) Il grande libro dei Santi, Diz. Enc. diretto da C. Leonardi - A. Riccardi - G. Zarri, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998.

PER CONOSCERE BARTOLOMEA CAPITANIO Terziaria francescana, cofondatrice delle Suore di Maria Bambina


 26 Luglio
Santa
BARTOLOMEA CAPITANIO

vergine, cofondatrice delle Suore di Maria Bambina
con Santa Vincenza Gerosa
Francescana secolare


Lovere, Bergamo, 13 gennaio 1807 - 26 luglio 1833









Martirologio Romano: A Lovere in Lombardia, santa Bartolomea Capitanio, vergine, che insieme a santa Vincenza Gerosa fondò l’Istituto delle Suore della Carità di Maria Bambina e morì a ventisette anni, consunta dalla tisi, ma ancor più divorata dalla carità.







Bartolomea Capitanio nacque il 13 gennaio 1807a Lovere sul lago d'Iseo (provincia di Bergamo e diocesi di Brescia) in una famiglia benestante. A undici anni, per portare a termine la sua educazione, fu affidata alle clarisse, ritornate in paese dopo la parentesi dell'occupazione francese. Presso questo istituto conseguì, nel 1822, il diploma di maestra e ivi rimase, nei due anni successivi, come insegnante elementare, sicuramente attratta, almeno in un primo tempo, dall'idea di entrare in clausura. Ma, sensibile all'atmosfera della Restaurazione, che spingeva a una militanza attiva in difesa di una religione minacciata dall'ondata di secolarizzazione di origine illuministica, preferì uscire dal monastero per iniziare a svolgere un apostolato sociale.
Nel 1824, tornata in famiglia, aprì una scuola per bambine povere in casa propria, cercando di elaborare un metodo didattico che consentisse un insegnamento al tempo stesso scolastico e spirituale. La sua decisione di vivere al di fuori di un monastero la portò a progettare nuove forme di vita religiosa, più consone ai tempi così mutati: il primo frutto di questo suo lavoro fu un regolamento di vita spirituale, scritto per sé e finalizzato soprattutto a conciliare la sua vocazione spirituale e assistenziale con la partecipazione alla vita familiare. Il voto di obbedienza al padre, da lei scelto come momento di pratica spirituale, faceva della necessità di lavorare nella bottega familiare un compito non estraneo alla sua vocazione.
Particolarmente sensibile al disorientamento della gioventù, per cui non era facile, dopo gli anni rivoluzionari, avvicinarsi alla religione, fondò un oratorio e una congregazione, dedicata a Maria Bambina, che dovevano fornire ai giovani del paese occasioni di incontro in un clima religioso.
In questi anni di difficile definizione della sua vocazione trovò un solido sostegno nel parroco del paese, don Angelo Bosio, che la mise in contatto con una giovane compaesana altrettanto impegnata in attività caritative, Caterina Gerosa (che più tardi da religiosa prenderà il nome di Vincenza). Bartolomea collaborò così alla fondazione di un ospedale per i poveri che Caterina Gerosa finanziò con un lascito familiare, e vi svolse funzioni di direttrice e di economa.
Il suo progetto di fondare un istituto adeguato al bisogno «grande ed estremo›› dei suoi tempi si faceva frattanto sempre più concreto, nonostante le difficoltà materiali poste dalla famiglia e dalla comunità a trovare i fondi necessari e una sede. Nel 1829 elaborò una nuova regola spirituale, a cui aderì anche Caterina Gerosa. Nel 1832, infine, comperarono un edificio in abbandono, appartenuto alla nobile famiglia Gaia, situato accanto all'ospedale, e il 21 novembre dello stesso anno, alla presenza del parroco Bosio e delle due fondatrici, fu eretto l'istituto che offriva scuola gratuita per le figlie del popolo, orfanotrofio, pie unioni e assistenza degli infermi.
Nel 1833 le due fondatrici si unirono in una società legale, riconosciuta dal governo austriaco. Più difficile invece fu ottenere il consenso dell”istituzione ecclesiastica, nonostante le fatiche di don Bosio, tanto che le regole scritte da Bartolomea non poterono essere adottate, ma dovettero essere sostituite, per sette anni, da quelle di un istituto già riconosciuto e operante, quello di Giovanna Antida Thouret.
Bartolomea morì il 26 luglio 1833, dopo soli otto mesi dall'inizio dell'attività dell'istituto, la cui vita continuò con successo grazie a Caterina Gerosa. La sua figura, sempre ricordata negli anni dalle consorelle, che poi adottarono definitivamente la regola da lei scritta, non fu dimenticata. Alla sua intensa spiritualità, testimoniata da un ricco epistolario e dalle numerose versioni del regolamento e dai metodi di vita religiosa, da lei studiati con passione e fondati sulla carità, si deve la creazione e la durata nel tempo dell'istituto delle suore della Carità delle sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, dette suore di Maria Bambina, che ora conta oltre 10.000 religiose distribuite in più di 700 case.
Bartolomea Capitanio fu dichiarata venerabile l'8 marzo 1866 da Pio IX, fu beatificata il 30 maggio 1926 da Pio XI e canonizzata il 18 maggio 1950 da Pio XII. La sua festa si celebra il 26 luglio.
Lucetta Scaraffia (1)







Effige in cera di Maria SS. Bambina conservata nel convento di Milano.





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(1) Il grande libro dei Santi, Diz. Enc. diretto da C. Leonardi - A. Riccardi - G. Zarri, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998.

martedì 2 giugno 2020

VENERABILE LODOVICO GASTON DE SEGUR Vescovo, Francescano secolare


9 giugno
Venerabile
LODOVICO GASTON DE SEGUR

Vescovo
Terziario francescano


 



Parigi 15 aprile 1820 - 9 giugno 1881


Era figlio dei conti Eugène e Sofia de Ségur. In giovinezza si dedicò alla pittura ed ebbe un discreto successo come artista. Destinato alla carriera diplomatica, fu avviato agli studi giuridici e nel 1842 fu inviato come addetto d'ambasciata a Roma.
Fin dalla giovinezza fu attivo nella società San Vincenzo di Federico Ozanam. Entrò ventiduenne nel seminario parigino di Saint-Sulpice e il 18 dicembre 1847 fu ordinato sacerdote: dal 1852 al 1856 soggiornò a Roma, dove fu uditore di Rota e confidente di papa Pio IX.
Ebbe il titolo di protonotario apostolico e canonico di Saint-Denis. A causa di problemi alla vista rinunciò all'episcopato e tornò in Francia, dove promosse numerose associazioni religiose e devote; fu autore di libri e opuscoli apologetici e devozionali, nonché riguardanti questioni sociali e di politica ecclesiastica.
Promosse e preparò il primo Congresso eucaristico internazionale, celebrato a Lilla nel 1881, ma morì poco prima.
Le sue opere furono raccolte in 10 volumi pubblicati a Parigi tra il 1876 e il 1877.

Martirologio Francescano: In Parigi, in Francia, il Servo di Dio Lodovico Gastone de Segur, Vescovo Titolare di S. Dionisio e Confessore, il quale illustò il Terz'Ordine Serafico della Penitenza con la parola e con lo scritto e specialmente con l'ammirabile santità della sua vita (1881).




Per un approfondimento: Paolo Risso in Santi e beati da Il Settimanale di Padre Pio

sabato 30 maggio 2020

- S. GIUSEPPE CAFASSO PERLA DEL CLERO - con catechesi di Papa Benedetto XVI


23 giugno
S. GIUSEPPE CAFASSO

sacerdote
del III Ordine di S. Francesco
francescano secolare





Castelnuovo d’Asti, 15 gennaio 1811 - Torino, 23 giugno 1860



Non ha fondato né costruito, ma ha allevato fondatori e costruttori. Dalla cattedra e dal confessionale ha fonnato maestri di fede e uomini e donne di Dio per la Chiesa del suo tempo e anche di dopo. Se non era in cattedra o in chiesa, lo si poteva trovare nelle carceri, tra i detenuti. Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d'Asti nel 1811 (quattro anni prima di Giovanni Bosco), fa le scuole pubbliche al suo paese e poi va al seminario di Chieri (Torino).
Tra i compagni non spicca per gesti speciali, di piccola statura, è già un po' curvo per una deviazione della colonna vertebrale. Difficile prevedergli un futuro di grande predicatore, perché il suo parlare è sommesso. Ma è prete già a ventidue anni, e con un solido ascendente sui compagni. Entra nel Convitto ecclesiastico torinese del teologo Luigi Guala, dove i neosacerdoti approfondiscono  studi di teologia e di morale, e intanto fanno tirocinio nel ministero, lavorando in ospedali, riformatori, carceri, ospizi. Entrato come allievo, Don Cafasso non va più via, diventando insegnante di morale, direttore spirituale e infine rettore. Intanto lo chiamano a predicare. Sulla linea di Alfonso de' Liguori, ma con un suo preciso accento personale, insegna la morale, combattendo un rigorismo giansenistico ancora diffuso. E ai preti insegna come presentare la fede con serenità e fiducia, senza transigere sul dogma, ma offrendo comprensione agli incerti. ll giovane Don Bosco gli chiede consiglio: vorrebbe andare missionario.. . Sommesso e chiaro, Cafasso dice a Don Bosco che la sua missione è Torino. È la capitale piemontese, con tanta gioventù immigrata e analfabeta, sfruttata da molti. E lo aiuta a cominciare, trova posto per i suoi primi ragazzi, lo difende dagli attacchi di chi non capisce.
Gli chiedono consiglio ex allievi diventati vescovi e cardinali. Alcuni notabili  propongono di candidarsi alla Camera. Risposta: “Ma nel dì del Giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato”. È popolare e amato in Torino per l'opera tra i carcerati, che non si limita a visite, ma comprende l'aiuto alle famiglie, il soccorso ai dimessi. E include la condivisione delle ore estreme con i condannati a morte. Papa Pio lo canonizzerà nel 1947, proclamandolo patrono dei carcerati.



Martirologio Romano: A Torino, san Giuseppe Cafasso, sacerdote, che si dedicò alla formazione spirituale e culturale dei futuri sacerdoti e a riconciliare a Dio i poveri carcerati e i condannati a morte.



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SAN GIUSEPPE CAFASSO
PERLA DEL CLERO ITALIANO

Il presente profilo riprende la catechesi di Benedetto XVI
Udienza Generale, 30 giugno 2010


Papa Pio XI, il 1° novembre 1924, approvando i miracoli per la canonizzazione di San Giovanni Maria Vianney e pubblicando il decreto di autorizzazione per la beatificazione del Cafasso, accostò queste due figure di sacerdoti con le seguenti parole: “Non senza una speciale e benefica disposizione della Divina Bontà abbiamo assistito a questo sorgere sull'orizzonte della Chiesa cattolica di nuovi astri, il parroco d'Ars e il venerabile servo di Dio Giuseppe Cafasso. Proprio queste due belle, care, provvidamente opportune figure ci si dovevano oggi presentare; piccola e umile, povera e semplice, ma altrettanto gloriosa la figura del parroco d'Ars, e l'altra bella, grande, complessa, ricca figura di sacerdote, maestro e formatore di sacerdoti, il venerabile Giuseppe Cafasso”.

Si tratta di circostanze che ci offrono l'occasione per conoscere il messaggio, vivo e attuale, che emerge dalla vita di questo santo. Egli non fu parroco come il curato d'Ars, ma fu soprattutto formatore di parroci e preti diocesani, anzi di preti santi, tra i quali San Giovanni Bosco. Non fondò, come gli altri santi sacerdoti dell'Ottocento piemontese, istituti religiosi, perche la sua “fondazione” fu la “scuola di vita e di santità sacerdotale” che realizzò, con l'esempio e l'insegnamento, nel “Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi” a Torino.
 
Giuseppe Cafasso nasce a Castelnuovo d'Asti, lo stesso paese di San Giovanni Bosco, il 15 gennaio 1811. È il terzo di quattro figli. L'ultima, la sorella Marianna, sarà la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Nasce nel Piemonte ottocentesco caratterizzato da gravi problemi sociali, ma anche da tanti santi che s”impegnavano a porvi rimedio. Essi erano legati tra loro da un amore totale a Cristo e da una profonda carità verso i più poveri: la grazia del Signore sa diffondere e moltiplicare i semi di santità! 
 
Il Cafasso compì gli studi secondari e il biennio di filosofia nel collegio di Chieri e, nel 1850, passò al Seminario teologico, dove nel 1835 venne ordinato sacerdote. Quattro mesi più tardi fece ingresso nel luogo che per lui resterà la fondamentale e unica “tappa” della sua vita sacerdotale: il “Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi” a Torino. Entrato per perfezionarsi nella pastorale, qui egli mise a frutto le proprie doti di direttore spirituale e un grande spirito di carità.

Il Convitto, infatti, non era soltanto una scuola di teologia morale dove i giovani preti, provenienti soprattutto dalla campagna, imparavano, a confessare e a predicare, ma era anche una vera e propria scuola di vita sacerdotale, dove i presbiteri si formavano nella spiritualità di Sant'Ignazio di Loyola e nella teologia morale e pastorale del grande vescovo Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Il tipo di prete che il Cafasso incontrò al Convitto e che egli stesso contribuì a rafforzare - soprattutto come rettore - era quello del vero pastore con una ricca vita interiore e un profondo zelo nella cura pastorale: fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione, nella catechesi, dedito alla celebrazione dell'Eucaristia e al ministero della Confessione, secondo il modello incarnato da San Carlo Borromeo, da San Francesco di Sales e promosso dal Concilio di Trento. Una felice espressione di San Giovanni Bosco sintetizza il senso del lavoro educativo in quella Comunità: “Al Convitto si imparava a essere preti”.
 
San Giuseppe Cafasso cercò di realizzare questo modello nella formazione dei giovani sacerdoti affinché, a loro volta, diventassero formatori di altri preti, religiosi e laici, secondo una speciale ed efficace catena. Dalla sua cattedra di teologia morale educava a essere buoni confessori e direttori spirituali, preoccupati del vero bene spirituale della persona, animati da grande equilibrio nel far sentire la misericordia di Dio e, allo stesso tempo, un acuto e vivo senso del peccato. 
 
 
 
Tre erano le virtù principali del Cafasso docente, come ricorda San Giovanni Bosco: calma, accortezza e prudenza. Per lui la verifica dell”insegnamento trasmesso era costituita dal ministero della confessione, alla quale egli stesso dedicava molte ore della giornata. A lui accorrevano vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice: a tutti sapeva offrire il tempo necessario. Di molti, poi, che divennero santi e fondatori d'istituti religiosi, egli fu sapiente consigliere spirituale. Il suo insegnamento non era mai astratto, basato soltanto sui libri che si utilizzavano in quel tempo, ma nasceva dall'esperienza viva della misericordia di Dio e dalla profonda conoscenza dell'animo umano acquisita nel lungo tempo trascorso in confessionale e nella direzione spiritua- le; la sua era una vera scuola di vita sacerdotale.
 
Il suo segreto era semplice: essere un uomo di Dio; fare, nelle piccole azioni quotidiane, “quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime”. Amava in modo totale il Signore, era animato da una fede ben radicata, sostenuto da una profonda e prolungata preghiera, viveva una sincera carità verso tutti. Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto approfonditamente le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico come il buon Pastore. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori. Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale. Il Beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di San Giuseppe, affermava: “Entrai in Convitto essendo un gran birichino e un capo sventato, senza sapere cosa volesse dire essere prete, e ne uscii affatto diverso, pienamente compreso della dignità del sacerdote”. Quanti sacerdoti furono da lui formati nel Convitto e poi seguiti spiritualmente!
 
Tra questi - come ho già detto - emerge San Giovanni Bosco, che lo ebbe come direttore spirituale per ben 25 anni, dal 1855 al 1860: prima come chierico, poi come prete e infine come fondatore. Tut- te le scelte fondamentali della vita di San Giovanni Bosco ebbero come consigliere e guida San Giuseppe Cafasso, ma in un modo ben preciso: il Cafasso non cercò mai di formare in don Bosco un discepolo “a propria immagine e somiglianza” e don Bosco non copio il Cafasso; lo imitò certo nelle virtù umane e sacerdotali - definendolo “modello di vita sacerdotale” -, ma secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione; un segno della saggezza del maestro spirituale e dell'intelligenza del discepolo: il primo non si impose sul secondo, ma lo rispetto nella sua personalità e lo aiutò a leggere quale fosse la volontà di Dio su di lui. Con semplicità e profondità, il nostro santo affermava: “Tutta la santità, la perfezione e il profitto di una persona sta nel fare perfettamente la volonta di Dio [...]. Felici noi se giungessimo a versare così il nostro cuore dentro quello di Dio, unire talmente i nostri desideri, la nostra volontà alla sua da formare ed un cuore ed una volontà sola: volere quello che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze che vuole Lui e volere tutto ciò non per altro se non perché così vuole Iddio”.
Nelle carceri
 
Ma un altro elemento caratterizza il ministero del nostro santo: l'attenzione agli ultimi, in particolare ai carcerati, che nella Torino ottocentesca vivevano in luoghi disumani e disumanizzanti. Anche in questo delicato servizio, svolto per più di vent'anni, egli fu sempre il buon pastore, comprensivo e compassionevole: qualità percepita dai detenuti, che finivano per essere conquistati da quell”amore sincero la cui origine era Dio stesso. La semplice presenza del Cafasso faceva del bene: rasserenava, toccava i cuori induriti dalle vicende della vita e soprattutto illuminava e scuoteva le coscienze indifferenti. 
 
 
Nei primi tempi del suo ministero in mezzo ai carcerati, egli ricorreva spesso alle grandi predicazioni
che arrivavano a coinvolgere quasi tutta la popolazione carceraria. Con il passare del tempo, privilegio la catechesi spicciola, fatta nei colloqui e negli incontri personali: rispettoso delle vicende
di ciascuno, affrontava i grandi temi della vita cristiana, parlando della confidenza in Dio, dell”adesione alla Sua volontà, dell'utilità della preghiera e dei sacramenti, il cui punto di arrivo è la Confessione, l'incontro con Dio fattosi per noi misericordia infinita. I condannati a morte furono oggetto di specialissime cure umane e spirituali. Egli accompagno al patibolo, dopo averli confessati e aver amministrato loro l”Eucaristia, 57 condannati a morte. Li accompagnava con profondo amore fino all'ultimo respiro della loro esistenza terrena.

Epilogo
 
Morì il 23 giugno 1860, dopo una vita offerta interamente al Signore e consumata per il prossimo. Il Venerabile Servo di Dio Papa Pio XII, il 9 aprile 1948, lo proclamò patrono delle carceri italiane e, con l'Esortazione Apostolica Menti nostrae, il 23 settembre 1950, lo propose come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale.




PREGHIERA

San Giuseppe Cafasso sia un richiamo per tutti ad intensificare il cammino verso la perfezione della vita cristiana, la santità; in particolare, ricordi ai sacerdoti l’importanza di dedicare tempo al Sacramento della Riconciliazione e alla direzione spirituale, e a tutti l’attenzione che dobbiamo avere verso i più bisognosi. Ci aiuti l’intercessione della Beata Vergine Maria, di cui san Giuseppe Cafasso era devotissimo e che chiamava “la nostra cara Madre, la nostra consolazione, la nostra speranza”.
Benedetto XVI



 

Tu che fosti apostolo dei carcerati e dei condannati a morte
formatore di sacerdoti e consolatore della povera gente,
fa' che coloro che conducono una vita di miseria
possano sentire l'amore di Dio vicino a loro.
Ti aflidiamo soprattutto coloro
che hanno carcere del peccato nel cuore
o che sono reclusi a causa dei loro errori;
intercedi per tutti il pentimento sincero
e la potenza della misericordia di Dio.
Intercedi per noi il dono di una fede sincera,
di una speranza viva, di una carita fedele.
Ottienici dal Signore,
per la tua potente intercessione,
le grazie di cui la nostra vita necessita.
Amen.


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Bibliografia: voce in I Santi nella Storia, mese di giugno, Periodici S. Paolo S.r.l. Milano, 2006; Catechesi di Papa Benedetto - Udienza generale del 30 giugno 2010; Don Pierluigi Cameroni, Come stelle nel cielo, ed. Velar, Gorle (BG), 2015.