Visualizzazione post con etichetta regione: Lombardia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta regione: Lombardia. Mostra tutti i post

domenica 21 febbraio 2021

B. ARMIDA BARELLI, TERZIARIA FRANCESCANA, PIONIERA DEL LAICATO


19 novembre

Beata
 ARMIDA BARELLI
del Terz'Ordine di San Francesco
e dell'Istituto della Regalità di N.S.G.C.
fondatrice di GF dell'Azione Cattolica
cofondatrice dell'Università Cattolica del Sacro Cuore







Milano, 1° dicembre 1882 – Marzio, Varese, 15 agosto 1952




Terziaria francescana; cofondatrice dell'Istituto secolare Missionarie della Regalità di N.S.G.C. L'ampio ventaglio del suo impegno ecclesiale non può essere riassunto in poche righe, si ricorda che fu Professa nel Terz'Ordine francescano il 2/2/1910. Lavora come cassiera nell’Università Cattolica del Sacro Cuore (1920) di cui è cofondatrice con P. Agostino Gemelli. Getta le basi della Gioventù Femminile Cattolica. Il 1947-48 le fu affidato l’ufficio di Propaganda dell’Azione Cattolica Italiana. Fondatrice delle Giornate per l’Università Cattolica (1924) e dell’Opera della Regalità di Cristo (1928).

Website: sito ufficiale 


INFO CAUSA
* Postulatore: Dr. Silvia Mónica Correale
* Attori: Presidenza Nazionale ACI, Via Aurelia 481, 00165 Roma
* Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità, Via Madonna del Riposo 75, 00165 Roma
* Dichiarata venerabile da papa Benedetto XVI che ha autorizzato il decreto di promulgazione * delle sue virtù eroiche il 1º giugno 2007. È stata beatificata il 30 aprile 2022, nella cattedrale di Santa Maria Nascente a Milano. I resti mortali di colei che fu nota come la “Sorella maggiore” della Gioventù Femminile di Azione Cattolica riposano dall’8 marzo 1953 nella cripta della cappella principale dell’Università Cattolica a Milano.





In molti la conoscono come la «sorella maggiore d’Italia» all’interno della Gioventù femminile di Azione cattolica. Altri legano il suo nome alla nascita dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, accanto a padre Agostino Gemelli. Altri ancora la ricordano come la fondatrice dell’Istituto secolare della missionarie della Regalità di Cristo. Di certo Armida Barelli, di cui ieri è stato pubblicato il decreto che ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione, aprendole la porta della beatificazione, è stata una figura del cattolicesimo italiano di primo piano nel corso del Novecento. Nata a Milano il 1 dicembre 1882 in una famiglia borghese, sin da giovane mostrò grande attenzione ai ragazzi abbandonati e poveri. Sarà proprio in questo ambito d’impegno che conoscerà padre Agostino Gemelli, un francescano, con il quale inizierà una collaborazione durata per tutta la vita.

Un’esistenza intensa segnata da tappe significative per la storia del cattolicesimo italiano in decenni nei quali essere cattolici non era affatto semplice. La sua attenzione per le giovani generazioni la porta nel 1918 a fondare la Gioventù femminile cattolica milanese, chiamata a questo incarico dall’allora arcivescovo di Milano, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari. Fu una sorta di «chiamata contro la propaganda marxista» che stava facendo capolino. E proprio in questo lavoro accanto alla gioventù femminile milanese (e poi per volontà di papa Benedetto XV a livello nazionale) che cominciò ad essere chiamata la «sorella maggiore».

Sempre collaborando con padre Gemelli, Armida Barelli partecipa alla progettazione e alla realizzazione dell’Università Cattolica, che proprio lei volle dedicata al Sacro Cuore, perché, diceva, «se non la intitoleremo al Sacro Cuore, con le nostre sole forze non ce la faremo, e falliremo». E per la Cattolica, il lavoro compiuto dalla Barelli non venne meno neppure dopo la partenza dei corsi. Anzi si deve a lei la creazione della Giornata per l’Università Cattolica, che ogni anno chiama l’intera Chiesa italiana a stringersi e sostenere l’ateneo di tutti i cattolici. Fu una delle tante intuizioni che fanno di lei una donna capace di agire, ma anche di essere contemplativa. Un carisma che Armida Barelli metterà nell’Istituto secolare della missionarie della Regalità di Cristo: donne consacrate, ma operanti nel mondo secondo il loro essere laiche. Insomma una spiritualità fortemente francescana (era membro del Terz'Ordine francescano, ndr) ma che ha visto nell’Italia il proprio campo di missione.

Accanto all’Istituto secolare, sempre con padre Agostino Gemelli, da vita anche all’Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo per la diffusione della liturgia. Lo fa agli inizi del secolo scorso quando la Messa era ancora in latino. Questa Opera cercherà di avvicinare i fedeli alla liturgica anche con la diffusione di testi in lingua italiana, di fatto anticipando quanto verrà deciso dal Concilio Vaticano II. E tra le anticipazioni anche il ruolo del laicato nell’apostolato nel mondo, che oggi appare scontato, ma che nella prima metà del Novecento non era così.

Pio XII nel 1946 la nomina vicepresidente generale dell’Azione cattolica, organizzazione a cui Armida Barelli ha legato il proprio nome. Nel 1949 si ammala di paralisi bulbare. Morirà il 15 agosto 1952. La causa di beatificazione a Milano si apre nel 1970 per poi proseguire presso la Congregazione a Roma. Dichiarata venerabile da Benedetto XVI il 1 giugno 2007, diventerà ora beata grazie al riconoscimento del miracolo attribuito alla sua intercessione, per la guarigione inspiegabile della signora Alice Maggini, investita da un camion mentre il 5 maggio 1989 andava in bicicletta e ripresasi completamente dal coma senza danni neurologici.
Enrico Lenzi
Avvenire 21-2-2021


sabato 31 ottobre 2020

Santa Francesca Saverio Cabrini, terziaria francescana e fondatrice delle Suore missionarie del Sacro Cuore di Gesù



22 dicembre 

SANTA FRANCESCA SAVERIO CABRINI
del III Ordine di San Francesco
Francescana secolare
fondatrice delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù








Sant'Angelo Lodigiano, Lodi, 15 luglio 1850 – Chicago, Stati Uniti, 22 dicembre 1917


Anche i migranti hanno la loro patrona: santa Francesca Saverio Cabrini. Nata nel 1850 a Sant'Angelo Lodigiano, era rimasta orfana e coltivò a lungo il sogno di una vita da suora, ma la sua salute non le permise di entrare in convento e prendere i voti. Così, giovane maestra, si dedicò a un orfanotrofio a Codogno, dove costituì con alcune compagne il primo nucleo delle Suore missionarie del Sacro Cuore. Il carisma indicava la via della missione all'estero, le venne così affidata la delicata cura non di popoli da evangelizzare ma di emigrati partiti alla volta dell'America. Nel 1889 la santa s'imbarcò per New York e nel nuovo mondo si mise al servizio delle comunità italiane, aiutando i connazionali a divenire buoni cittadini americani senza dimenticare la propria identità anche di fede. Morì a Chicago nel 1917. (Matteo Liut)



Martirologio Romano: A Chicago in Illinois negli Stati Uniti d’America, santa Francesca Saverio Cabrini, vergine, che fondò l’Istituto delle Missionarie del Sacratissimo Cuore di Gesù e si adoperò in tutti i modi nell’assistere gli emigrati con insigne carità.



Nel museo della casa natale di Santa Francesca Saverio Cabrini a Sant'Angelo Lodigiano è esposto il  registro delle Terziarie francescane a cui si era iscritta nel 1867.

E' invocata come protettrice dei migranti.




Gaetano Salvemini ha detto dei nostri emigrati nell’800: “Una meta tornava, l'altra metà o era inghiottita da una voragine senza fondo o, se sopravviveva, chiamava la famiglia”. Per salvare generazioni di immigrati dalla “voragine” negli Stati Uniti e entrata in campo una ragazza italiana, lombarda, di nome Francesca Saverio Cabrini. Nata settimina, sopravvissuta ai fratelli morti nell'infanzia, divenne maestra rurale; voleva andare missionaria in Cina (lo stesso sogno di san Francesco Saverio), ma nessuna comunità di suore l'accettava: così poca salute... II suo vescovo le disse: “Nessun istituto ti vuole? Allora fondane uno tu stessa”. Era il 1880.
Lo prese in parola subito, creando o Codogno (Milano) l’istituto “Missionarie del Sacro Cuore” con un’idea precisa: annunciare il Vangelo in Cina. Ma papa Leone XIII sconvolse i piani: “Niente Cina. Gli Stati Uniti e  emigrati italiani, che hanno problemi tremendi”. Volontà d’acciaio accompagnata da pronta duttilità, madre Cabrini é svelta a riciclarsi nella nuova direzione, senza storie o rimpianti. Scopre la tragedia migratoria e va negli Stati Uniti con le prime suore, senza sapere l'inglese. Va tra  emigrati giunti oltre Atlantico dopo essere stati depredati già in Italia, alla partenza, da albergatori, cambiavalute, strozzini, arruolatori e subito presi di mira da altri sfruttatori. A questi italiani lei consegna sé stessa e la sua vita, con passione lucida e intuizioni da manager. Afferra la globalità del problema: l’emigrato ha bisogno di istruzione e di salute, poi ne avranno bisogno i suoi figli, mentre lui invecchierà. .. E anche la sua soluzione e globale: madre Cabrini crea ospedali, dispensari, scuole, laboratori, centri sociali, case di riposo. Più di trent’anni di lavoro, l’Atlantico varcato settantatre volte, battaglie per trovare il denaro, i permessi, la gran fatica di formare altre suore. E il programma diventa imponente realtà.
Splendida “costruzione” sono le suore di madre Cabrini: raggiungono emigranti dovunque, anche la dove i poliziotti non mettono piede, anche in carcere e persino alla soglia della “camera della morte” nel penitenziario newyorkese di Sing Sing. E lei marcia sempre in testa: “Quello che fanno le mie figlie, devo farlo anch’io. Nessuna differenza”. Questo piace agli americani: madre Cabrini somiglia ai loro eroi deila Frontiera. Si è battuta senz’armi contro la “voragine” che inghiottiva tanti italiani. Al loro fianco ha testimoniato il Cristo soccorritore e risanatore, perché nessuno di loro debba più scrivere in Italia: “Qui si vive e si muore come le bestie”. La malaticcia che nessuno voleva trova il tempo di occuparsi anche dell’America Latina; poi torna negli Stati Uniti. E muore lì, tra gli emigrati, a Chicago,
nel dicembre 1971. Anche da morta e rimasta in America: a New York, inumata presso la scuola che porta il suo nome, “Mother Cabrini”. Madre Francesca Saverio Cabrini e stata canonizzata nel 1946. (1)
  

VIDEO






MADRE FRANCESCA SAVERIO CABRINI

BIOGRAFIA
ICONOGRAFIA
PREGHIERA
VIDEO: MADRE CABRINI E IL CUORE DI GESU'

Francesca Cabrini era una donna minuta e fragile, ma con uno spirito indomito; decima figlia di un prospero agricoltore italiano, nacque a Sant'Angelo Lodigiano, non lontano da Pavia nel 1850. La madre partorì undici figli, di cui sette morirono giovani e uno aveva disturbi cerebrali, perciò Francesca crebbe imparando a conoscere la sofferenza. Studiò presso le Figlie del Sacro Cuore e diventò maestra elementare. All’età di ventidue anni divenne preside a Vidardo, vicino a Sant’Angelo, e ottenne il permesso del sindaco di insegnare dottrina cristiana, proibita dagli ispettori civili delle scuole.
Francesca intendeva lavorare più strettamente con la Chiesa e chiese di entrare prima nelle Figlie del Sacro Cuore ad Arluno, e poi nelle suore canossiane di Crema. Nessuna delle due congregazioni poté accoglierla; era molto cagionevole di salute, ma il suo parroco, p. Antonio Serrati, la raccomandò al posto di direttrice di un orfanotrofio, la Casa della Provvidenza di Codogno, dove Francesca raccolse e istruì un piccolo gruppo di operai e gestì un orfanotrofio e un laboratorio per ragazze, ma il progetto non fu organizzato bene in partenza, e naufragò per ragioni indipendenti dalla sua volontà.
Cercò di ottenere il permesso di fondare una congregazione dedita alle missioni all’estero, forse per lavorare in Cina e in altre zone dell’Estremo Oriente. Questa proposta suscitò opposizione, dato che i missionari cattolici da sempre erano uomini, ma alla fine le in permesso di fondare le Missionarie del Sacro Cuore, insieme ad altre sette suore. L’idea di Francesca era di osservare una disciplina mista, alternando il servizio offerto ai bisognosi con tempi regolari di preghiera, di meditazione e di silenzio, ogni giorno. Le note dominanti erano l’umiltà e la semplicità; non erano previste penitenze speciali: Francesca pensava infatti che il lavoro delle suore fosse sufficientemente duro, se veramente si fossero dedicate il più possibile a Dio e ai bisognosi. Lei stessa era pronta a svolgere i compiti più umili. 
Nel 1880, la regola fu approvata, e quando la reputazione di Francesca crebbe, grazie alla tenacia nel lavoro e alla sua spiritualità profonda, fu in grado di fondare altri conventi a Milano e in altre zone dell’Italia settentrionale.
Nell’autunno del 1887 fece visita al papa, per chiedere l’approvazione ufficiale della sua congregazione e di un convento a Roma, oltre che per sondare la possibilità di dare inizio alle missioni estere. Fu ben accolta: il cardinal Parocchi, vicario generale, dopo averle posto alcune domande, le concesse il permesso di istituire un convento a Roma, e perciò Francesca con "cinque consorelle, nella povertà più estrema, ma con la gioia nel cuore" cominciò la sua attività. Quattro mesi dopo, la congregazione ricevette l'approvazione pontificia, segno della fiducia riposta in un istituto composto da donne che offriva il suo aiuto in maggioranza ad altre donne. I conventi in Italia formarono il centro d’istruzione per le missioni.
La sua vocazione tuttavia non riguardò la Cina, ma un paese in direzione opposta. L'Italia stava attraversando una profonda crisi economica negli anni 1870- 1880, e le famiglie disperate, quasi ridotte alla fame e senza lavoro, emigravano negli Stati Uniti. In seguito a varie ondate d’immigrazione, crebbero in varie città americane diverse Little Italy, in particolare a New York e Boston. Affollati negli alloggi, sfruttati dai padroni delle fabbriche, gli immigrati vivevano in povertà e squallore, e spesso non conoscevano la lingua e le usanze di questa terra straniera; molti di loro, in particolare quelli che provenivano dalle zone rurali dell’Italia meridionale, ignoravano anche la loro religione. A questo punto gli Stati Uniti diventarono oggetto di missioni.
Durante il suo soggiorno a Roma, madre Cabrini incontro il vescovo di Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini (beatificato nel 1999), una delle massime autorità di quel paese, che era stato profondamente impressionato nel vedere le folle di emigranti che aspettavano di partire con i treni dalla stazione di Milano: aveva compreso il loro desiderio di trovare una vita migliore ed era conscio della lotta amara che molti di loro dovevano intraprendere per sopravvivere.
L’arcivescovo di New York, Michael Corrigan, aveva chiesto l’aiuto di "buoni sacerdoti italiani", per la sua città; il vescovo Scalabrini, perciò, ritenne giusto che, assieme ai sacerdoti, si recassero in America anche le Missionarie del Sacro Cuore. Nel novembre del 1887, madre Cabrini chiese un’udienza a papa Leone XIII, che aveva recentemente ricevuto un resoconto dall’istituto De Propaganda Fide che conteneva le statistiche dell’esodo di massa verso gli Stati Uniti, concludendo che aveva "le caratteristiche di un commercio di schiavi bianchi". Dopo aver ascoltato madre Cabrini in silenzio, decise che le suore sarebbero andate "non in Oriente, ma in Occidente".
Madre Cabrini lascio Le Havre il 23 marzo 1889 diretta a New York, con sei consorelle. Fu un viaggio tempestoso e faticoso, e quando sbarcarono trovarono una situazione decisamente poco promettente: non c’era nessuno ad accoglierle, neanche l’arcivescovo Corrigan, che, anche se aveva bisogno di sacerdoti, non pensava che sarebbe stato un lavoro adatto alle donne. Disse a madre Cabrini che la nave su cui aveva viaggiato era ancora in porto e le consiglio di ripartire, perché non aveva bisogno di loro, ma lei replicò: "Ho delle lettere da parte del papa" e cosi si fermò.
I1 solo alloggio che le suore riuscirono a trovare era malsano, infestato da scarafaggi e cimici; erano costrette anche a mendicare di porta in porta. Anche se la diocesi e i principali ordini religiosi non le aiutarono, le suore trovarono l’amicizia e il supporto di altre religiose, in particolare le Suore della Carità e le Suore del Buon Soccorso, cosi cominciarono a lavorare in mezzo agli immigrati italiani, istruendo i bambini, visitando gli ammalati e sfamando i poveri. Presto furono cosi rispettate che i piccoli negozianti di Little Italy donavano loro il cibo, quando le vedevano passare: cavoli, aglio, zucche, qualunque cosa avessero in più.
A New York esisteva un forte sentimento anticattolico e un pregiudizio contro gli immigrati che provenivano dall’Europa meridionale in particolare, ma questa donna minuta, che parlava poco l’inglese, era convinta di obbedire al volere di Dio, perciò era indomabile. Chiese donazioni per fondare il suo primo orfanotrofio, convincendo l’arcivescovo Corrigan che ne sarebbe valsa la pena (forse aiutata da una “lettera mordace” scritta dal vescovo Scalabrini).
Dal momento della fondazione dell'Orfanotrofio, madre Cabrini non si fermò un attimo, per cercare di soddisfare le richieste di aiuto e di assistenza. Gli immigrati italiani nel nuovo mondo iniziavano una vita fatta di povertà e miseria, ma alcuni di loro presto furono in grado di mantenersi da soli, e riponevano in lei una profonda fiducia. La sua missione era a favore della comunità italiana, "i nostri poveri italiani, abbandonati e disprezzati dal popolo di lingua inglese".
Dopo un certo periodo, le fu offerta una casa grande nella zona settentrionale dello stato di New York: madre Cabrini si reco a Cincinnati, Pittsburg, Buffalo, Saint Louis, nel Missouri, a Denver e San Francisco, dove istituì scuole, orfanotrofi e laboratori. A Seattle, il luogo dove sarebbe stato fondato un istituto doveva essere sgombrato, perciò madre Cabrini prese una pala e insegnò alle consorelle come usarla, dicendo: "Un missionario deve essere capace di svolgere ogni lavoro". Si recò a New Orleans dopo un brutto incidente in cui undici italiani furono linciati, e vi fondo un convento.
Durante un’epidemia, le fu richiesto di istituire un ospedale a New York; all’inizio rifiutò, affermando che era un’educatrice, non un’infermiera, ma poi fece un sogno in cui vide la Beata Vergine Maria che soccorreva i malati. Quando chiese a Maria perché li stesse assistendo, Maria rispose che lo faceva perché madre Cabrini non aveva voluto farlo. (Questo episodio e ricordato in un grande affresco della cappella dell’ex orfanotrofio di Sant’Antonio a Carney, nel New jersey.)
Iniziò il progetto eroicamente, avendo a disposizione pochi materassi e qualche bottiglia di medicinale. Le suore furono costrette a chiedere l’elemosina il pomeriggio del primo giorno, perché "in casa non avevano un centesimo" ma, come in passato, ciò che era iniziato con la fede e l’amore ricevette poi sostegno. I medici offrirono il loro aiuto e presto l’Ospedale fu ben organizzato e gestito. Madre Cabrini
lo battezzò Columbus Hospital, poiché era il 1892, quattrocento anni dopo la scoperta del nuovo mondo fatta da Colombo. Altri ospedali italiani, tutti chiamati con lo stesso nome, sorsero a Chicago e in altre grandi citta americane.
Ritornò per nove volte in Italia, organizzando corsi d’addestramento per le sue consorelle, necessarie in America e in continuo aumento, illustrando l’attività della congregazione alle autorità cattoliche e accertandosi di ricevere il supporto necessario. Soprattutto, ritorno alle sue radici spirituali, trascorrendo il tempo in preghiera e meditazione, ma papa Leone XIII le disse: "Affrettati per il mondo, per portare il santo nome di Gesù ovunque".
Madre Cabrini estese la sua attività all'America centrale, recandosi in missione apostolica nella giungla del Nicaragua, che attraversò in barca, ma dove contrasse una febbre gialla. Nel 1895, a quarantacinque anni, s’imbarcò su una nave carica di banane che partiva da New Orleans per raggiungere Valparaiso, poi prosegui per le Ande. Sopportò i rigori della neve, del freddo e della fame, prima di raggiungere Buenos Aires. Fece il giro dell’Argentina, istituendo nuove scuole e orfanotrofi.
La regola della congregazione finalmente ottenne l’approvazione nel 1907, quando madre Cabrini aveva cinquantasette anni. A quel tempo vi erano sue fondazioni in Francia, Spagna e Italia, in tutti gli Stati Uniti e nell’America meridionale.
Mentre soggiornava a Rio de Janeiro, vi fu un’epidemia di vaiolo, e lei stessa accudì le consorelle malate. Al suo ritorno negli Stati Uniti, iniziò una nuova missione nelle prigioni: le suore avrebbero assistito i detenuti, inclusi quelli condannati a morte, e i loro parenti. Quando visitò Sing Sing, parlò agli italiani nella loro lingua, chiamandoli “miei cari amici".
Nel 1916 fece un ritiro spirituale di sei mesi, dato che il suo compito era quasi finito. Stava incartando delle caramelle per i bambini in una scuola parrocchiale di Chicago proprio prima del Natale del 1917, quando ebbe un collasso, e il giorno dopo morì in ospedale.
La missione di madre Cabrini fu sempre a favore degli immigrati italiani. Anche se fu naturalizzata americana nel 1907, fu principalmente perché era necessario ai fini amministrativi, affinché le sue proprietà appartenessero a un individuo americano. Difese le comunità italiane e fece nascere in loro l’orgoglio di appartenervi. Il suo calore, l’umiltà e la praticità erano notevoli, e in lei si univano a queste qualità una notevole capacità organizzativa e un'energia ancor piu sorprendente (una tenacia nel lavoro senza riserve, in nome di Dio).
Madre Cabrini ha ricevuto la canonizzazione il 7 luglio 1946 da papa Pio XII ed é stata ufficialmente dichiarata “patrona degli emigranti”. E' nota come la “prima cittadina santa” degli Stati Uniti.
Alban Buttler (2)

ICONOGRAFIA

L'iconografia, favorita da un'ultima fotografia scattata nel 1914, si ispira alla sua figura di suora, a scene biografiche e a composizioni che tendono a sottolineare la sua spiritualità centrata sul Sacro Cuore di Gesù.

PREGHIERA




O Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona di tutti gli emigranti , tu che hai preso con te il dramma della disperazione di migliaia e migliaia di emigranti: da New York, fino all'Argentina e in altre Nazioni del mondo. Tu che hai riversato in queste Nazioni i tesori della tua carità, e con affetto di madre hai accolto e consolato tanti afflitti e disperati di ogni razza e Nazione, e a chi si dimostrava ammirato per il successo di tante opere di bene, rispondevi con sincera umiltà: "Tutte queste cose non le ha fatte forse il Signore? ". 

Noi ti preghiamo, che i popoli apprendano da te ad essere solidali, caritatevoli e accoglienti con i fratelli che sono costretti ad abbandonare la loro Patria. Ti preghiamo, anche che gli immigrati rispettino le leggi e che amino il prossimo accogliente.

Supplica il Sacro Cuore di Gesú, che gli uomini delle diverse Nazioni della terra apprendano che sono fratelli e figli dello stesso Padre celeste, e che sono chiamati a formare una sola famiglia. Allontana da essi: le divisioni, le discriminazioni, le rivalità o inimicizie eternamente occupate a vendicare antiche ingiurie. Fa che tutta l'umanità possa essere unita dal tuo amorevole esempio.

Santa Francesca Saverio Cabrini, noi tutti ti chiediamo infine, di intercedere presso la Madre di Dio, di ottenere la grazia della pace in tutte le famiglie e tra le Nazioni della terra, quella pace che viene da Gesù Cristo, Principe della Pace. Amen


______________________________________________________________


DOCUFILM 



Trailer della docufiction su Santa Francesca Saverio Cabrini e il suo rapporto con il Cuore di Gesù. Con scene tratte dal film "Mother Cabrini" ed interviste tra gli altri a sr.Barbara Staley MSC, mons.Fisichella e p.Ottavio de Bertolis SJ. 
Una produzione CRISTIANA Video

La consacrazione dell'istituto di Madre Cabrini al Sacro Cuore di Gesù si riallacciava a una devozione di cui era stata promotrice nel secolo XVII santa Maria Alacocque che aveva avuto una serie di visioni durante le quali il Cristo le aveva chiesto di istituire una festa il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. La festa venne creata nel 1675 da papa Clemente XIII che accordò inizialmente alla Polonia e all’Arciconfraternita del Sacro Cuore di Gesù. Fu poi Pio IX a estenderla alla Chiesa universale.
Ma fin dal III secolo i cristiani, come testimoniano alcuni piatti e lampade trovati a Cartagine, usavano dipingere dei cuori ornati sia dalla Croce che dalle iniziali greche del Cristo.
L'usanza si era poi diffusa nel medioevo mentre molti scritti di teologi e santi, da san Bernardo di Chiaravalle a Guillaume de Saint-Thierry, da san Francesco d’Assisi a sant’Antonio da Padova, spiegavano che il Cuore di Gesù era il focolare del suo amore per gli uomini e la sorgente del sangue che egli aveva sparso per il riscatto e la salvezza del mondo.
Infine Leone XIII consacrò con la lettera apostolica Annum sacrum del 25 maggio 1899 l'umanità al Sacro Cuore di Gesù. "Poiché il Sacro Cuore - scriveva  - è il simbolo e l’immagine trasparente dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a rendergli amore per amore, e quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributato al divin Cuore, in realtà e rivolto allo stesso Cristo.»
Alfredo Cattabiani (4)

________________________________________________________

Note:
(1) da, I Santi nella Storia, mese di dicembre, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Mi, 2006.
(2) Alban Buttler, Il grande libro dei santi, ed. PIEMME, Casale Monferrato (AL), 2001.
(3) Ronda De Sola Chervin, Donne Sante. Storie di duecento donne, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1995.
(4) Alfredo Cattabiani, Santi del Novecento, Rizzoli, Mi, 2005.

martedì 27 ottobre 2020

SAN GIOVANNI CALABRIA, terziario francescano e fondatore dei Poveri Servi della Divina Provvidenza



4 dicembre 

SAN GIOVANNI CALABRIA
sacerdote
del III Ordine di San Francesco
Francescano secolare
fondatore dei “Poveri Servi della Divina provvidenza”
e “Povere Serve della Divina Provvidenza”









Verona, 8 ottobre 1873 - Verona, 4 dicembre 1954



Nato a Verona l’8 ottobre 1873, alla morte del padre dovette abbandonare la scuola per aiutare la famiglia lavorando. Il rettore della chiesa di S. Lorenzo, don Pietro Scapini, avendo scoperto in lui la vocazione sacerdotale, lo preparò privatamente agli esami di ammissione al liceo vescovile, che furono superati egregiamente. Durante l’ultimo anno di liceo Giovanni sospese ancora gli studi per il servizio di leva che svolse presso l’ospedale militare della città, edificando tutti – superiori e commilitoni – per la sua premurosa carità. 
Nel novembre 1897, tornando da una visita agli infermi, trovò accovacciato davanti alla sua porta un bambino fuggito da un campo di zingari e se lo portò in casa. L’anno seguente fondò la “Pia Unione per l’assistenza ai malati poveri”. 
Ordinato prete l’11 agosto 1901 si dedicò alle opere di carità privilegiando soprattutto gli spazzacamini e i ragazzi abbandonati, e nel 1907, nominato rettore della chiesa di S. Benedetto al Monte, diede inizio alla “Casa Buoni Fanciulli” dove alcuni laici chiesero di condividere la sua esperienza di povertà e di assistenza ai bisognosi: sorse così la congregazione dei “Poveri Servi della Divina provvidenza”, nel 1909, a cui seguì il ramo femminile, le “Sorelle” che nel 1952 avrebbero assunto il nome di “Povere Serve della Divina Provvidenza”. I due istituti si diffusero in varie parti d’Italia, sempre al servizio dei poveri, degli abbandonati, degli emarginati, degli anziani e degli infermi. 
Nel 1944, don Calabria fondò anche la “Famiglia dei Fratelli Esterni”. Per promuovere la riforma evangelica della Chiesa curò e fece diffondere libri famosi nella collana dal titolo “Ore decisive”, scrivendo a sua volta su varie riviste italiane e pubblicando libri in cui anticipò molte delle idee rilanciate poi dal Concilio Vaticano II. 
Da tempo sofferente per varie malattie, morì di emiplegia cerebrale il 4 dicembre 1954. Fu beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988 e canonizzato il 18 aprile 1999.  (Un santo al giorno)


Martirologio Romano: A Verona, san Giovanni Calabria, sacerdote, che fondò la Congregazione dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza.



indice
LETTURA DI APPROFONDIMENTO
VIDEO

Non e la prima volta che incontriamo (questo profilo biografico scritto da Alfredo Cattabiani è tratto dal libro Santi del Novecento, Rizzoli, 2005) in questo viaggio nella santità del XX secolo un sacerdote e religioso che, fidandosi soltanto della Divina Provvidenza, costruisce un’opera colossale di carità. Fra questi vi e don Giovanni Calabria che, oltre a essere celebre in tutto il Paese, e venerato particolarmente a Verona dove trascorse tutta la sua esistenza, uscendo dai suoi confini soltanto due o tre volte: in un’occasione si recò a Roma, in udienza da papa Pio XI. Quando era in vita era solito benedire la citta da San Zeno in Monte, sulle colline veronesi. Oggi sul luogo da dove impartiva la sua benedizione campeggia una Croce che di notte s’illumina.
Un’altra caratteristica di alcuni apostoli della carità del XX secolo è di essere umili pretini, senza ingegno né talenti particolari: come asinelli che, come di se diceva don Orione, non fanno che portare il loro carico la dove il Signore li indirizza misteriosamente. Cosi era Giovanni il quale nacque a Verona l’8 ottobre 1873 in una famiglia molto povera: il padre, Luigi, faceva il ciabattino mentre la madre era una casalinga che lavorava come cameriera presso altre abitazioni. Quando morì il padre nel 1886, Giovanni, non ancora tredicenne, dovette abbandonare le elementari, che aveva già interrotto in precedenza a causa dell’indigenza della famiglia, per guadagnarsi da vivere con umilissimi lavori.
Fin da piccolo sognava di diventare prete. La mamma ricordava che da ragazzino allestiva un altarino in un angolo della soffitta appoggiandovi un libro a mo’ di messale: faceva genuflessioni e gesti sacri imitando quelli che vedeva durante la celebrazione della messa. Persino con i suoi coetanei giocava a fare il prete. Lo aveva notato don Pietro Scapini, rettore della chiesa di San Lorenzo, che si convinse della sua vocazione sacerdotale. Grazie a quei prete, che era anche professore di matematica nel seminario, Giovanni poté essere ammesso al liceo ecclesiale. Fu lo stesso don Scapini a prepararlo per tre anni agli esami cli ammissione, che Giovanni superò per essere ammesso come esterno. Ma dovette interrompere gli studi nel 1894 per assolvere al servizio militare, che allora era obbligatorio anche per i futuri sacerdoti, presso l’ospedale militare della sua città. In quei due anni, in cui si fece benvolere dai compagni e dai superiori per la generosità e disponibilità, conobbe il carmelitano Natale di Gesil che scelse come suo direttore spirituale. Fu il religioso a intuire nel giovane "il prescelto del Signore con speciale predilezione per fondare un istituto proprio per i tempi attuali": una Congregazione di sacerdoti e fratelli, con parità giuridica ed eguali diritti, capaci di coprire ogni carica, anche di direzione e governo, tranne quelle scaturite espressamente dall'ordine sacro per i fratelli.
Terminato il servizio militare, nel 1896 Giovanni rientro al seminario dove nel 1897 indossò l’abito talare. Quanto agli studi, non vi otteneva molto profitto perché aveva scarse capacità intellettuali: si mostrava refrattario alle questioni di teologia, incapace di apprendere bene latino e greco. Limiti di cui era consapevole perché egli stesso si definiva "zero e miseria". Le sue sole doti erano una bontà, una generosità e una sensibilità straordinarie per aiutare gli altri spiritualmente e materialmente: furono queste qualità a permettere a don Scapini di opporsi strenuamente a chi voleva buttarlo fuori del seminario, impedendogli così di realizzare il sogno di diventare prete. Don Scapini ripeteva che nella Chiesa ci sono persone intelligenti e poco generose: quell’allievo invece era di una generosità straordinaria senza essere intelligente.
In una fredda nottata di novembre del 1897, mentre stava tornando da una visita agli infermi dell’ospedale, trovò accovacciato davanti alla sua porta un bambino Fuggito da un campo di zingari. Non ebbe alcuna esitazione: se lo portò a casa. Non fu che il primo. Iniziò così una scommessa che sembrava impossibile da vincere nelle sue condizioni: formare una famiglia di "buoni fanciulli" affrontando la sfida del loro mantenimento. Nel 1898, quando ancora studiava teologia, fondò la Pia Unione per l'assistenza agli ammalati poveri che si occupava di dare loro l’aiuto necessario negli ospedali cittadini.
Ordinato sacerdote l’11 agosto 1901, seguitò a dedicarsi ai ragazzi abbandonati, continuando ad accoglierli nella sua povera casa. Ma lo spazio diventava sempre pin angusto. Finalmente il 26 novembre 1907, dopo essere stato nominato rettore della chiesa di San Benedetto al Monte, fondò nella sua abitazione la Casa Buoni Fanciulli che l’anno successivo venne trasferita a San Zeno in Monte. In quello stesso anno, grazie all’aiuto finanziario di un altro uomo di Dio, l’avvocato Francesco dei conti Perez, che più tardi si unirà a lui come fratello, aprì quella che sarebbe diventata la Casa madre della futura Congregazione. Si unirono a don Calabria due laici che volevano condividere la sua esperienza di povertà e di assistenza alle creature abbandonate. Con i ragazzi accolti aumentarono anche i collaboratori che aprirono successivamente parecchie Case in varie parti d’Italia.
Ma dove trovava il denaro per tante opere? Ogni mattina, dopo avere celebrato la messa, si recava nella portineria domandando: "E arrivata la Provvidenza?". E durante il giorno lo si sentiva spesso dire "Affidiamoci alla Provvidenza», "Lasciamo fare alla Provvidenza", "Preghiamo perché arrivi la Provvidenza". Don Calabria vi si affidava totalmente rifiutando ogni rapporto con le istituzioni. Si racconta che un giorno erano rimaste in cassa soltanto cento lire mentre i debiti ammontavano a decine di migliaia. Don Calabria uscì dall’istituto e, percorrendo lo stretto sentiero che correva intorno alle mura austriache di Verona, entrò nelle "casematte" dove si erano rifugiate la famiglie più povere, distribuendo loro quasi tutto quel denaro; e la sera mandò i Fratelli in città per distribuire quel che era rimasto. "Come può la Provvidenza venire se vi cercate il risparmio, l'accumulo? Se non abbiamo niente arriverà la Provvidenza" amava dire e scriveva: "Quest’Opera vive interamente e totalmente abbandonata alla Divina Provvidenza. Nessuno dei ragazzi paghi, sia assolutamente proibita ogni sorta di réclame: non conferenze, non pesche di beneficenza, non ringraziamenti pubblici. Iddio non ha bisogno di queste cose, e in quest’Opera, ch’é tutta Sua, Lui penserà. [...] Se noi usassimo dei mezzi umani, l’Opera subito cesserebbe di essere di Dio, diventerebbe dell’uomo, e allora andrà avanti come una banca, come una casa commerciale, che oggi fiorisce e domani fallisce. [...] L’indole di quest’Opera e di non possedere nulla, di non mettere mai denaro a frutto; tutto quello che si ha e che Dio manda si deve spendere e diffondersi".
Padre Vittorino, segretario personale di don Calabria negli ultimi dieci anni, riferiva che spesso veniva inviato a bussare al tabernacolo per chiedere direttamente a Dio come si dovesse fare. E il segretario, che credeva ormai ciecamente in lui (e come sarebbe potuto essere diversamente di fronte a un santo?), eseguiva puntualmente l’ordine. A chi, fra voi lettori, affiorasse sul volto un sorriso di compatimento, occorrerebbe rammentare che è il Cristo stesso a chiedere ai discepoli di vendere tutto e darlo ai poveri, a esortare a non preoccuparsi per il cibo e i vestiti prendendo esempio dagli uccelli dell’aria e dai gigli del campo.
Nel 1932 la Casa Buoni Fanciulli fu approvata dal vescovo di Verona come Congregazione con il nuovo e definitivo nome di Poveri Servi della Divina Provvidenza, che avrebbe poi avuto la definitiva approvazione pontificia il 25 aprile 1949. Ma già dal 1910 don Calabria aveva fondato un ramo femminile, le Sorelle, che sarebbe diventato una Congregazione nel 1952 col nome di Povere Serve della Divina Provvidenza. Le Case delle due Congregazioni, giunte anche in India, erano e sono al servizio non solo dei bambini e ragazzi, ma anche dei poveri, degli emarginati, degli anziani e degli ammalati.
Nella sua opera di apostolato don Calabria trovava il tempo per seguire sacerdoti in difficoltà, carcerati, cristiani dissidenti e una folla anonima di anime sconfortate che egli riceveva da mattina a sera e con le quali tenne un’enorme corrispondenza pur tra continue malattie. Quanto ai ragazzi che avevano la vocazione sacerdotale, dopo averli istruiti nelle sue scuole di formazione, alle soglie della teologia, li lasciava liberi di scegliere la diocesi o altre Congregazioni o Ordini.
Dal 1939 fino alla morte quel prete senza ingegno ma con un cuore immenso divenne una delle persone più consultate, un punto di riferimento che indicava la via.
Nel 1944 raccolse intorno a sé anche i laici con la Famiglia dei Fratelli Esterni perché sentiva che era giunto il tempo di laici che operassero nella famiglia e nella loro professione.
Per promuovere la riforma evangelica della Chiesa curò e fece pubblicare dalla sua tipografia libri ormai celebri nella collana "Ore decisive" e scrisse anche vari articoli sulle riviste destinate al clero. La sua vera grandezza fu il quotidiano impegno di conoscere sempre di più la volontà di Dio, il suo amore appassionato a questa volontà, il perdersi in essa e vivere a qualsiasi costo di tale volontà. "O santo o morto" era il suo proponimento scritto in ogni pagina del diario.
Gli anni più tragici della sua vita furono quelli dal 1949 al 4 dicembre 1954, data della sua morte. Cominciò a dare segni di alterazione mentale. Il 15 giugno 1950 fratel Consolaro, suo medico personale, espresse il giudizio clinico: "Il padre soffre di forma senile arteriosclerotica". Il 5 settembre 1950 un consulto di psichiatri diagnostico: "Forma depressiva malinconica», che fra le depressioni e la più grave clinicamente. Il 6 maggio si sparo il primo elettroshock, cui ne seguirono altri. Da quel momento don Calabria, tranne qualche periodo di ripresa, rimase imprigionato nella malattia che per lui comportava anche un senso di colpa, quasi di indegnità, perché si sentiva incapace di fare qualcosa di utile, addirittura il timore di essere vittima del demonio e quindi del peccato.
I suoi collaboratori più vicini hanno raccontato il dramma della celebrazione della messa con interruzioni di pianti, dichiarazioni di essere capace di offendere addirittura il Signore. Quelle celebrazioni potevano durare anche sei-sette ore con l'assistenza dei Fratelli per contrastare quella patologica scrupolosità. "Dal punto di vista clinico" ha scritto lo psichiatra Vittorino Andreoli "erano affiorate una diagnosi di sclerosi cerebrale, una di depressione melanconica e, proprio per questo comportamento ossessivo e scrupoloso, una di neurastenia."
Padre Natale, che continuava a essere il suo direttore spirituale, riferisce che don Calabria era invaso spesso dalla paura di peccare, di dire parolacce, sentiva nella propriamente bestemmie che non poteva dominare, tanto che a volte credeva di averle pronunciate veramente e si recava dal direttore spirituale per confessarsi. "Insomma" soggiunge Andreoli "il quadro è quello di una condizione ossessivo-compulsiva." La giornata era un continuo alterarsi di preghiere nonostante fosse tormentato da dubbi e scrupoli. Si sentiva abbandonato da Dio, diviso da Lui da un muro insuperabile. Riteneva di avere rovinato l’Opera, di non avere cercato che se stesso. Gli sembrava di udire una voce che diceva: "Sei dannato, per te non c’è altro". Negli ultimi anni attraverso quella che i mistici chiamano "la notte oscura". In quegli anni il dolore e la sofferenza raggiunsero la passione. Quelle sofferenze furono anche una purificazione interiore, un’offerta come vittima in riparazione dei peccati, un prezzo da pagare per il consolidamento dell’Opera.
Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato in piazza San Pietro il 17 aprile 1988 e canonizzato il 18 aprile 1999 fissando la sua festa il 4 dicembre. Nell’omelia pronunciata per l’occasione disse: "L’esistenza di Giovanni Calabria e stata tutta un Vangelo vivente, traboccante di carità: carità verso Dio e carità verso i fratelli, specialmente verso i più poveri".
Alfredo Cattabiani


Registrazioni originali nelle quali san Giovanni Calabria, fondatore dell'ospedale Sacro Cuore, parla della sofferenza e della malattia

martedì 6 ottobre 2020

Per conoscere Papa Giovanni XXIII terziario francescano



11 ottobre
San Giovanni XIII
(Angelo Giuseppe Roncalli)
Papa
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare



Sotto il Monte, Bergamo, 25 novembre 1881 - Roma, 3 giugno 1963


Angelo Giuseppe Roncalli nasce a Sotto il Monte (Bergamo), il 25 novembre 1881; ordinato sacerdote il 10 agosto 1904, un mese dopo avere conseguito il dottorato in teologia; nel 1905 è segretario del Vescovo di Bergamo, mons. Radini Tedeschi; contemporaneamente inizia l'insegnamento della storia ecclesiastica e gli studi di ricerca storica che proseguirà fino alla soglia del pontificato. Nel 1921 e a Roma, Presidente del Consiglio italiano della Pontificia Opera della Propagazione della Fede; Pio XI nel 1925 lo elegge Arcivescovo titolare di Areopoli (in seguito muterà il titolo in quello di Mesembria) e lo invia Visitatore Apostolico in Bulgaria; dieci anni dopo passa ad Istambul come Delegato Apostolico per Grecia e Turchia; il 1° gennaio 1945 e nominato Nunzio apostolico in Francia. Creato Cardinale da Pio XII il 15 gennaio 1953, il 15 marzo seguente assume la sede patriarcale di Venezia. Viene eletto Papa il 28 ottobre 1958. Il 25 gennaio 1959 annuncia la promulgazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, solennemente aperto il 12 ottobre 1962; muore al tramonto del 3 giugno 1963, a 82 anni di età, nel quinto anno di pontificato.


Martirologio Romano: A Roma, beato Giovanni XXIII, papa: uomo dotato di straordinaria umanità, con la sua vita, le sue opere e il suo sommo zelo pastorale cercò di effondere su tutti l’abbondanza della carità cristiana e di promuovere la fraterna unione tra i popoli; particolarmente attento all'efficacia della missione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II.




GIOVANNI XXIII TERZIARIO FRANCESCANO




«Diletti figli! LasciateCi aggiungere una speciale parola del cuore a quanti qui presenti appartengono all'esercito pacifico dei Terziari laicali di S. Francesco: Ego sum Joseph frater vester. Con tenerezza amiamo dirvelo. Lo siamo da quando giovinetto, quattordicenne appena, il 1° marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente per il ministero del Canonico Luigi Isacchi, nostro padre spirituale, quale direttore che egli era nel Seminario di Bergamo: ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò con felice sincronia coll’atto di iniziarci, giusto quell'anno e in quei mesi, alla vita ecclesiastica con la Sacra Tonsura. Oh! la gioia serena ed innocente di quella coincidenza: terziario francescano e chierico avviato al sacerdozio: preso, dunque, per gli stessi funicoli della semplicità, ancora inconscia e felice, che Ci doveva accompagnare sino all'altare benedetto: che Ci doveva poi dare tutto nella vita» 

dal Discorso di papa Giovanni XXIII, del 16 aprile 1959 alle Famiglie dell'Ordine Francescano


Qualche tempo dopo la scomparsa di Giovanni XXIII il romanziere Luigi Santucci scrisse: "Mi pare che il più grande discepolo di San Francesco, da un secolo in qua, sia stato proprio un Papa: Papa Roncalli » (Vita Minorum, XXXIV (1964), 1, p. 79).
L'intuizione sembra estremamente pertinente per guidare alla lettura non solo dei documenti di Papa Giovanni sull'OFS,.ma della sua intera esperienza
di uomo, di sacerdote, di vescovo (in cui la diplomazia non ha mai prevalso sulla pastorale, ma ne e stata se mai resa più amabile e convincente) e, infine, di Papa; un'esperienza costruita — come testimonia il "Giornale dell'anima" (Roma, 1964) -  in un contatto quotidiano e diuturno con la paternità di Dio e nella gioiosa disponibilità ai fratelli, nel godimento delle realtà create, soprattutto di quelle più semplici e schiette; un'esperienza che è la persona stessa, che si fa messaggio e insegnamento e che, nell'ultima breve vigilia della vita, quella pontificale, si offre al mondo, stupendolo, con atti nuovi ed eccezionali che hanno inconfondibili i segni evangelici della semplicità e della misericordia, della fiducia e della interiore disponibilità alla volontà di Dio che è Provvidenza, del coraggio alimentato dalla speranza.
A Giovanni XXIII — l'amico Terziario che si presenta ai suoi fratelli di carisma con le parole della Scrittura: "Ego sum Joseph, frater vester", ricordando con esattezza tempi e modi del suo ingresso in fraternità secolare — occorre avvicinarsi cosi: come ad una esperienza vitale che si alimenta di Cristo e ne ha il buon odore, proprio come fu di quella di Francesco.
Il cardinale Giulio Bevilacqua ha colto nel segno, quando ha scritto: "ogni suo insegnamento non fu mai sul piano astratto, ma su quello vitale"; bene ha fatto un raccoglitore di questi e altri suoi testi a presentarli non come insegnamento, ma come testimonianze di un vissuto francescanesimo nel quale ci è ancora caro e benefico immergerci, quasi a risentire la voce calda e suadente di Giuseppe, nostro fratello. 

Fonte: Mariano Bigi e P. Luigi Monaco, Magistero dei papi e fraternità secolare, Roma, 1985






1962 - visita di Giovanni XXIII ad Assisi (filmato RAI)
Locuzione del Papa

________________________________________


Viaggio in treno a Loreto ed Assisi
Settimana Incom - Istituto Nazionale Luce





  • PREGHIERA






O Padre che nel Santo Giovanni XXIII tuo servo umile e fedele hai offerto alla Chiesa e ad ogni uomo un’icona palpitante della bontà e della mitezza di Gesù Buon Pastore, che fa noi tuo popolo, per intercessione della sua fervida preghiera, camminiamo sulle vie del mondo nell’obbedienza e nella pace verso l’abbraccio gioioso della tua pienezza.

Concedi per intercessione di lui, che ebbe la gioia di vivere in una famiglia, pace e serenità alle nostre famiglie.


La sua intercessione sostenga i passi dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, la sua mano benedicente accarezza il volto dei nostri bambini, il suo sorriso cordiale e limpido consoli le sofferenze degli anziani e degli ammalati.

Fa o Padre che amiamo come Papa Giovanni XXIII la tua santa volontà nelle cose di ogni giorno, donaci il suo sguardo di fiducia e di speranza in Te nelle inevitabili difficoltà della vita.

Fa che possiamo amare come lui la preghiera, per trovare sempre nel colloquio con Te la sorgente della vera pace. Per Cristo nostro Signore. Amen


venerdì 25 settembre 2020

Per conoscere San Luigi Guanella sacerdote del Terz'Ordine francescano / Francescano secolare


24 ottobre

SAN
 LUIGI GUANELLA
sacerdote
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare





Fraciscio di Campodolcino, 19 dicembre 1842 - Como, 24 ottobre 1915



Nacque a Fraciscio di Campodolcino nel 1842. Educato a Como dai somaschi, venne ordinato sacerdote nel 1866. Nominato parroco a Panello Lario nel 1878, vi trovo un ospizio per orfanelli e derelitti che più tardi trasferì a Como, fondando, nel 1866, la Casa della Divina Provvidenza, la quale estese in molte diocesi i benefici del “Cottolengo” di Torino. La primitiva fondazione diede vita a numerose altre in Italia e all'estero (Svizzera, Stati Uniti, ma anche Asia e Africa). Per la direzione e l’assistenza delle sue case don Guanella fondo nel 1881 le due congregazioni dei “Servi della Carità” e delle “Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza”.
Infaticabile, apprezzato da san Giovanni Bosco (che incontro a Torino e con il quale trascorse tre anni) e da san Pio X, aderì alle iniziative sociali del tempo; si dedico al risanamento di zone malariche, e — specialmente dopo un viaggio in America — all'assistenza agli emigrati, inviando sul posto i suoi religiosi; istituì l’Arciconfraternita del Transito di San Giuseppe, che conta oltre nove milioni di iscritti, che continuamente offrono preghiere per  agonizzanti. Nel gennaio dell’anno 1915 don Guanella fece ancora in tempo ad intervenire insieme a don Orione nel terremoto della Marsica, prima di terminate la sua vita terrena a Como. È beato dal 1964 e santo dal 2011.




Martirologio Romano: A Como, beato Luigi Guanella, sacerdote, che fondò la Congregazione dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza per prendersi cura delle necessità dei più poveri e degli afflitti e provvedere alla loro salvezza..




Costruire una grande famiglia, guidata dal Padre amorevole di ogni uomo, perché ci sia spazio per tutti, specie per gli ultimi, per chi fa fatica, per chi cerca una via di guarigione e di riscatto. Era questo il sogno di san Luigi Guanella.  (Matteo Liut). 
 


Un eccezionale video d'archivio, San Pio X e San Luigi Guanella. Era il 1904







DON LUIGI GUANELLA



Nato nel 1842 a Franciscio di Campodolcino (Sondrio), sopra al lago di Como, Luigi Guanella era il nono di tredici figli; all'età di dodici anni andò nel collegio dei padri somaschi a Como, dove studio per sei anni prima di entrare in seminario per diventare sacerdote. Ordinato nel 1866, gli fu affidata la responsabilità della parrocchia di Savogno, in Valchiavennaz qui costruì una scuola elementare e comincio a insegnare. Organizzò diversi tipi di assistenza per la popolazione povera della parrocchia e istituì un gruppo giovani dell’Azione cattolica, movimento fondato nel 1867.
Dal momento che le sue attività e i suoi scritti lo resero nemico di politici anticlericali e di massoni locali, la scuola fu chiusa e il suo nome finì sulla lista nera del governo, cosicché non poté più fare il parroco; decise allora di rinunciare alle normali attività parrocchiali e nel 1875 si trasferì a Torino per seguire S. Giovanni Bosco (31 gen.), di cui ammirava da lungo tempo l’opera. Entrato nella giovane congregazione salesiana, fece voti triennali; gli fu poi affidato l'incarico di direttore di tutti gli oratori e inizio anche a scrivere per il Lettore cattolico.
Quando nel 1878 il suo precedente vescovo lo richiamo in diocesi, Luigi si trovava di fronte a una scelta difficile, ma, malgrado l’opposizione di S. Giovanni Bosco, obbedì al vescovo e ritorno al lavoro parrocchiale.
Apri a Traona una nuova scuola per bambini poveri e ancora una volta dovette chiuderla a causa dell’opposizione massonica; fu poi obbligato a trasferirsi in una piccola parrocchia di montagna, Pianello Lario, dove le autorità civili ritennero fosse ormai fuori gioco e senza la possibilità di creare ulteriori fastidi. Questo spostamento si rivelo provvidenziale: esistevano infatti in quella zona un orfanotrofio e un ospizio per anziani e ammalati, gestito da una comunità religiosa che era stata appena fondata da don Coppini (1827-1881) nel 1878. Coppini, prima di diventare prete, aveva partecipato ai moti del 1848, diventando anche segretario di Giuseppe Mazzini. Luigi fu molto colpito dall'operato della congregazione e sentì che doveva fare tutto ciò che era nelle sue possibilità per coltivare "questo granello di senape". Preziosa collaboratrice in questa impresa fu la beata suor Marcellina Bosatta, una delle prime suore della fondazione di Coppini.
Nel 1886 si trasferirono a Como, dove trovarono una sede molto più spaziosa della precedente; la chiamarono “Piccola casa della Divina Provvidenza”, a testimonianza dei legame con S. Giuseppe Benedetto Cottolengo (29 apr.) che nel 1828 aveva aperto una casa simile a Torino e che fu uno dei maggior ispiratori di Luigi nella sua opera di dedizione ai malati e ai disabili.
Nel 1890 la casa si prendeva cura di più di duecento persone, e, per portare avanti il lavoro, fu istituita la Congregazione delle Figlie di Maria della Provvidenza (approvata dalla Santa Sede nel 1917). Luigi accolse anche alcuni uomini che sentivano la vocazione di seguirlo nel suo operato, li mandò in diversi seminari per un periodo di tirocinio e infine costituì un’altra congregazione, i Servi della Carità, che ricevette l'approvazione nel 1928 e nel 1935: il beato e i primi membri presero i voti religiosi nel 1908. Luigi insisteva molto sul fatto che l'assistenza dovesse essere offerta agli svantaggiati "senza alcuna eccezione"; nel 1905 e nel 1908 diede rifugio agli sfollati per il terremoto, e nel 1915, sebbene avesse settantatré anni, andò di persona ad aiutare i terremotati della Marsica (Abruzzi) e si prodigò nell'assistere gli orfani e i feriti nella casa della congregazione a Roma.
Nel 1913 decise di organizzare una crociata mondiale di preghiera per i moribondi: a questo scopo creò l'Arciconfraternita di S. Giuseppe per i moribondi, che negli anni ’6O vantava dieci milioni di membri sparsi in tutto il mondo.
Oltre alle opere di carità, Luigi nutri un grande interesse per l’istruzione aprendo scuole diurne e serali e centri vocazionali. Particolarmente devoto a Maria, le aveva conferito il titolo di Nostra Signora del lavoro dal momento che fu sempre molto attento alle condizioni del mondo operaio e interessato alla preparazione dei giovani alla professione. 
Era, in definitiva, una persona piena di idee e di iniziative. Fu anche coinvolto nel piano di bonifica di una parte della pianura spagnola duramente colpita dalla malaria e vi fondo un istituto per disabili. Un’ulteriore iniziativa fu quella di mandare alcuni membri della propria congregazione nelle zone svizzere vicine al confine con l’Italia, per vedere cosa poteva essere fatto per ristabilire una presenza cattolica nelle vallate protestanti. 
In buoni rapporti di amicizia con Scalabrini e colpito dall'opera che quest’ultimo stava conducendo per la cura spirituale di diverse migliaia di emigrati italiani, partiti in quegli anni per ragioni economiche, decise di mandare uno dei suoi primi sacerdoti in America a sostegno di questo lavoro, dopo un sopralluogo personale nel 1912 per rendersi conto della situazione.
Scrisse più di cinquanta opere brevi, di carattere spirituale, agiografico, storico, sociale, o anche in difesa della Chiesa dall'anticlericalismo. Simpatizzava per tutti coloro che a quel tempo si prodigavano per lo sviluppo di un cattolicesimo sociale attraverso l’Opera dei Congressi, varie forme di Azione cattolica, o altro ancora. 
Nel 1915 fu insignito di medaglia d’oro dalle autorità civili comasche per la sua opera a favore dei feriti di guerra. Colpito da un attacco apoplettico nel settembre dello stesso anno, mori nella città di Como il 24 ottobre. 
Papa Pio XI lo soprannomino "il Garibaldi della carità" e la sua causa fu introdotta a Roma nel 1939;‘fu beatificato da papa Paolo VI nel 1964 e canonizzato da papa Benedetto XIV nel 2011.
Entrambe le sue congregazioni prosperarono e aprirono molti ospedali e conventi. Esse rappresentano l’eredita duratura di una persona che viveva pienamente i precetti dei Vangelo e che offrì un meraviglioso esempio di santità personale e di coinvolgimento nelle problematiche del mondo moderno, pur vivendo in una società in cui l’opposizione alla religione e soprattutto alla Chiesa era molto forte e in cui anche molti cattolici preferivano abbassare il capo confidando in tempi migliori.

Alban Buttler


DON GUANELLA TERZIARIO FRANCESCANO


Tra i moltissimi “Fratelli della Penitenza” si annovera e si distingue don Luigi Guanella, per le sue affinità con lo spirito di San Francesco, di cui si considerò, lui e i suoi collaboratori, un devoto seguace. Infatti nelle “Massime di Spirito” enumera tra i santi protettori della Piccola Casa della Provvidenza (la sua prima fondazione) San Francesco d’Assisi “dacché” – scrive – tutti nella Casa sono terziari francescani” (SC. 35).

Padre Lazaro Iriate ne “L’Italia Francescana” ci dà una testimonianza più particolareggiata circa l’iscrizione al Terz’Ordine Francescano:

“Il Beato Luigi Guanella ebbe coscienza, positivamente nutrita, di appartenere alla famiglia francescana, dacchè il 19 marzo 1877 si iscrisse al Terz’Ordine di S. Francesco nella fraternità stabilita presso la parrocchia di Trinità di Mondovì, dove svolgeva l’incarico di direttore dell’Oratorio salesiano da lui fondato; infatti, fin dal 1875 faceva parte, con impegno temporaneo, della Congregazione fondata da S. Giovanni Bosco… Quell'inserimento, suggerito forse dallo stesso don Bosco, terziario francescano anche lui, non fu, come in tanti altri devoti laici, un mezzo di avvantaggiarsi delle indulgenze e altri beni spirituali concessi ai terziari, ma un nuovo stimolo di impegno cristiano e sacerdotale; avendo come guida e modello San Francesco d’Assisi, verso il quale nutriva sincera devozione, come pure si sentiva unito con speciale affetto a tutti i membri dei tre Ordini francescani” (IF. 481).

Nel secolo scorso, alla devozione popolare verso San Francesco, si aggiunse l’entusiasmo nascente sull'originalità e le profondità cristiane del Poverello d’Assisi, da parte degli ambienti culturali, specialmente tedeschi anche nel campo protestante. In precedenza i figli e le figlie del primo e secondo Ordine avevano subito grandi prove e persecuzioni con le note soppressioni. Nel 1762 i religiosi del primo Ordine erano 132.000, nel 1882 erano ridotti a 20.000. Sotto la spinta dei terziari nel 1882, ricorrendo il settimo centenario del Santo, le famiglie dei primi due Ordini (Minori e Clarisse) ripresero vigore.

SCRITTI DI DON GUANELLA

Il Papa Leone XIII, pure lui terziario, pubblicò l’enciclica “Auspicato” del 17 settembre 1882. Sorsero istituti, usciti quasi sempre dal Terz’Ordine, per rispondere alle necessità delle nuove classi sociali.
E don Luigi Guanella cavalcando questo risveglio di vita cristiana diede alle stampe due volumetti: “Un Poverello di Cristo” e “Il Terz’Ordine di S. Francesco e l’enciclica del Papa Leone XIII” (la si può leggere online cliccando qui) a cui aggiunse “Regola recente del Terz’Ordine di S. Francesco” (la si può leggere online cliccando qui).
Li scrisse quando era parroco a Pianello del Lario negli anni 1882-1883 che furono i più fecondi della sua produzione letteraria, rivolta specialmente alla gente del popolo umile e semplice.

Approfittava dei momenti liberi dagli impegni parrocchiali e dell’Ospizio per trascorrerli nel Convento di Dongo, dove in biblioteca trovava quei sussidi utili alle sue pubblicazioni, con particolare interesse sulla vita di S. Francesco, sull’Ordine, sulle Fonti Francescane.
A pagina 579 del volume “Il Terz’Ordine Francescano della Lombardia” di p. Biagio Zanoni – ed. 1949 – è scritto: “… Fu precisamente durante il corso filosofico-teologico che vestì le serafiche lane del Padre San Francesco, che portò con grande entusiasmo fino al tramonto della vita… Mentre a Pianello esplicava il suo apostolato di bene, un giorno D. Luigi Guanella declinò il proprio nome ai RR. Padri di Dongo perché lo trascrivessero nel registro dei Terziari non domiciliati in Dongo; detto registro lo ricorda al N. 218…”.

Dal suo libricino “Un Poverello di Cristo”, scritto in occasione del settimo centenario della nascita di S. Francesco, leggiamo che Francesco era ancora in cerca della missione a cui lo chiamava il Signore.

“Francesco intese che egli meschinello doveva riparare la casa del Signore. Venne dunque nella Chiesa della Madonna degli Angeli che è nella solitudine giù nella valle di Assisi. Si pose ginocchione, allargò le braccia in forma di croce, eresse in alto il volto e disse: “Insegnatemi, o Signore”. Ammaestrollo dunque Iddio con amorevoli discorsi e finalmente gli impose: “Esci predicatore e maestro ai popoli, che ti ascolteranno”. Francesco obbedì e si trovò in mezzo alla nazione d’Italia ed ai regni della terra” (PC. 20).

Francesco, libero da ogni legame terreno, con l’animo immerso in Dio, si sentiva vicino alle creature del Signore ed in particolare agli uccelli. Ecco cosa scrive don Guanella: “Conversava con gli augelli dell’aria che chiamava suoi fratelli. Questi garrivano intorno a lui quando camminava. Dimoravano poi in giro e stavano silenziosi quando Francesco, piegate le ginocchia, ponevasi a recitare l’Ufficio divino. Alle tortore diceva: “Sorelle mie, tortore semplici e caste, venite… Io voglio darvi dei nidi, affinché cresciate e moltiplicate”. Così chiamatele al convento le addimesticava come le galline. Amava le lòdole, perché avevano il color cinericcio dell’abito dato da lui ai Terziari. Ma quando vide che una lodoletta maggiore voleva tutto per sé e beccava le altre, disse: “Insaziabile, e dispietata che sei! Tu morirai di mala morte e nessun animale vorrà cibarsi della tua carne”. La lodolaccia perì miseramente” (PC. 48).

Sono due brani simili a tanti altri dei 15 capitoletti del volumetto per sottolineare gli insegnamenti del Santo di Assisi.

Nel libricino “Il Terz’Ordine…” si sofferma ad esaltare le glorie storiche del T.O.F. ed elenca i privilegi e le grazie che godono i terziari, ma trapela anche la sua impronta personale in ciò che riguarda il contenuto spirituale. In San Francesco sottolinea la povertà, l’umiltà, la semplicità vissute nell’ardente contemplazione del suo Signore. Lui, invece, il povero prete montanaro, coglie l’esigenza di servire i poveri, vere immagini di Cristo nel continuo contatto con Dio nella preghiera e nel sacrificio.
Gianni Moralli

Da "Il Cantico" - novembre 2011 


    APPROFONDIMENTO





  • PREGHIERA



Signore Gesù, 
Tu sei venuto sulla terra per offrire a tutti l’amore del Padre 
e per essere sostegno e conforto per i piccoli e i sofferenti 
Ti ringraziamo per averci donato il tuo servo fedele, don Luigi Guanella, 
come eco stupenda dell’amore di Dio. 

Fa’ che l’esempio della sua vita possa risplendere in tutto il mondo 
a gloria di Dio Padre  e a soccorso del popolo cristiano. 
Per sua intercessione, concedi a noi di poter imitare le sue virtù: 
l’ardente pietà verso l’Eucaristia, la confidenza serena nella Provvidenza, 
la carità tenera verso i più poveri, la passione pastorale per il tuo popolo, 
affinché, insieme a lui, possiamo ricevere il premio di gloria 
che hai preparato per noi nella casa del Padre. 
Amen.



________________________________________________


mercoledì 23 settembre 2020

Beata Caterina Visconti, Duchessa, del Terz'ordine di San Francesco - Francescana secolare



27 ottobre
Beata
 Caterina Visconti
Duchessa di Milano
del Terz'ordine di San Francesco
Francescana secolare




Milano, 12 luglio 1362 – Monza, 17 ottobre 1404



Caterina Visconti figlia di Bernabò Visconti, signore di Milano, e di Beatrice Regina della Scala, fu l'ultima signora consorte di Milano, dal 1385 al 1395, e la prima duchessa consorte di Milano, dal 1395 al 1402 (anno della morte del marito), in quanto seconda moglie di Gian Galeazzo Visconti, suo cugino di primo grado.




Martirologio Francescano: In Monza, nel territorio di Milano, la beata Caterina Visconti, duchessa di Milano, Vedova Terziaria, donna assai ammirabile, perché sempre intenta agli esercizi della pietà e alle opere della misericordia (1404)








Miniatura di un messale in cui sono raffigurati 
Gian Galeazzo e Caterina Visconti inginocchiati, 
opera di Anovelo da Imbonate