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lunedì 16 novembre 2020

BENEDETTO XVI : S. ELISABETTA D'UNGHERIA - UDIENZA GENERALE DEL 20 OTTOBRE 2010






Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.

Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.

Gli anni della crescita in Turingia

La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.

Elisabetta e Ludovico

Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio.
All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri.

Coerenza di vita

Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: “Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?”. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.

Opere di misericordia

Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. 
Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: “Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!”. In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.

Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.

Elisabetta e i francescani

La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.

Ludovico parte per le Crociate
Vedovanza di Elisabetta

Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: “Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te”. La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno.

La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. 

Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Corrado.
Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: “Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà” (Epistula magistri Conradi, 14-17).

Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.

Epilogo

Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore.

Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.

Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio. Grazie.

Benedetto XVI
Roma, 20 ottobre 2010

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dal sito della Santa Sede
eccetto la suddivisione in paragrafi




 

venerdì 15 maggio 2020

PER CONOSCERE LA BEATA UMILIANA DE' CERCHI, PRIMA TERZIARIA FRANCESCANA DI FIRENZE


 19 maggio
UMILIANA DE' CERCHI

vedova, reclusa
francescana secolare


1219 – 19 maggio 1246



La Beata Umiliana dei Cerchi nacque a Firenze nel 1219 da Oliviero dei Cerchi, discendente degli antichi signori d'Acone in Val di Sieve. Colpita in tenera età dalla perdita della madre, fu allevata dalla matrigna Ermellina di Cambio dei Benizi, consanguinea di San Filippo. Nel 1234, non ancora sedicenne, per volere dei parenti andò sposa ad un nobile usuraio. Fu un matrimonio d'interesse. Visse nel matrimonio cinque anni, dando alla luce due figlie. Di natura del tutto diversa da quella del marito, la Beata fu sostenuta in questo periodo dall'ottima cognata Ravenna, dando a tutti esempio di mirabile pietà cristiana. Ogni giorno si dedicava di buon mattino aIl'orazione mentale e si privava del cibo e delle vesti per sfamare e vestire i poveri.
Nel 1239 a vent'anni, rimasta vedova, rinunciò a parte della sua dote per saldare i debiti del defunto marito e si dedicò con amore all'educazione delle sue bambine. Trascorso l'anno di vedovanza, tornò nella casa paterna, costretta a lasciare le figlie ai consanguinei del marito. Riconfermò allora il proposito di vivere in castità, respingendo le proposte e le minacce dei familiari che volevano che passasse a nuove nozze. Più volte chiese alle clarisse di Monticelli di essere accolta tra loro, ma invano. Rassegnata  a vivere nel mondo, si pose sotto la direzione spirituale del francescano Beato Michele degli Alberti, progredendo nella contemplazione di Gesù crocifisso.
Nel 1240 nella basilica di Santa Croce ricevette il saio francescano della penitenza: fu la prima terziaria fiorentina, seguita da una lunga serie di sante donne. Nel 1241 chiese ed ottenne dal padre di vivere appartata nella torre dei Cerchi, nei pressi di Piazza della Signoria. Anche in questo isolamento subì persecuzioni e contrarietà. Privata con inganno di tutti i suoi beni, ne fu lieta e ringraziò Iddio e si dedicò alla penitenza e all'elemosina, distribuendo ai poveri quanto aveva.
Molti furono i carismi con cui fu favorita da Dio: estasi, spirito profetico e virtù taumaturgiche.
Molti episodi della sua vita sono da ascriversi al florilegio leggendario: con un segno di croce di una mano invisibile fu risanata da una dolorosa ferita; l'acqua le servi in luogo dell'olio per alimentare il lume del Santissimo Sacramento; l'Angelo Custode la chiamava per tempo al mattino all'orazione; arsa dalla sete, la Madonna le portò da bere; Gesù più volte la cibò con pane, le mutò l'acqua in vino e le risuscitò una figlia morta improvvisamente; Satana veniva a tentarla con lusinghe e inganni, in sembianze seducenti o in forme ributtanti: la fermezza della sua fede la difendeva sempre da questi assalti.Circondata da questa aureola di santità, morì il 19 maggio 1246 all'età di 27 anni e fu sepolta nella chiesa di Santa Croce.
ll suo culto fu approvato da Innocenzo Xll il 24 luglio 1694.
 

Martirologio Romano: A Firenze, beata Umiliana, del Terz’Ordine di San Francesco, che sopportò lodevolmente i maltrattamenti del coniuge con pazienza e mansuetudine e, rimasta vedova, si dedicò con tutta se stessa alla preghiera e alle opere di carità.

Martirologio Francescano: In Firenze, la beata Umiliana de'Cerchi, Vedova del Terz'ordine, insigne per virtù dell'astinenza e della pazienza, come pure per i miracoli, il cui culto fu approvato dal Sommo Pontefice Innocenzo XII (1246)






Nata nel 1219 a Firenze, forse secondogenita dei sette figli che Ulivieri di Cerchio de' Cerchi ebbe dal primo matrimonio, rimase presto orfana della madre e fu affidata alle cure della seconda moglie di suo padre, Ermellina di Cambio de' Benizzi, che le sarebbe stata più tardi vicina nelle aspirazioni penitenziali e che avrebbe dato ad Ulivieri altri undici eredi, fondatori della futura fortuna economica dei Cerchi.

Destinata dalla politica familiare alle nozze, Umiliana, nel 1234, non ancora sedicenne, andava sposa, come vuole una tradizione successiva, a uno dei Bonaguisi: il biografo di Umiliana, il francescano Vito da Cortona, raccoglitore delle memorie del confessore della santa, non ha dato particolare rilievo a questi elementi storici, sottolineando di contro, nell'accesso allo stato matrimoniale di Umiliana, i primi caratteri della sua intenzione penitenziale. Salvo infatti il decoro dovuto alla famiglia di adozione, la giovane sposa disprezzava in ogni modo le pompe e gli ornamenti del secolo, con la complicità e l'appoggio di una cognata, la buona Ravenna, moglie del maggiore dei fratelli del marito e da allora in poi assidua compagna delle scelte devozionali e caritative di Umiliana.

Con la cognata la giovane sposa percorreva le strade che portavano, fuori le mura, ai piccoli loca sancta della tradizione devozionale fiorentina, o passava le notti in laboriose vigilie per predisporre cibi - sottratti alla dispensa familiare - da distribuire ai poveri l'indomani, o nella confezione di abiti, anch'essi destinati a sovvenire le necessità dei bisognosi. Santa misericordia, che non sempre trovava consenzienti o solidali i membri maschili della famiglia, portati a una oculata amministrazione della masserizia e quindi a una sempre più invadente interferenza nella sfera della devota generosità amministrata dalle donne di casa. Rimproverata e percossa per questo a più riprese, Umiliana accolse infine come una liberazione la morte del marito (1239) e la possibilità di rientrare, trascorso il tradizionale anno di lutto nella casa coniugale, nella propria famiglia d'origine.

Tuttavia la relativa libertà del suo nuovo statuto vedovile non le consentì di disporre pienamente di se stessa secondo le proprie intenzioni: respinte recisamente le proposte di contrarre nuove nozze, così come suggerivano insistentemente i parenti, la giovane vedova dovette vedere frustrato il suo desiderio di accedere al chiostro: la sua simpatia per le comunità femminili dei mendicanti a Firenze, le domenicane di S. Jacopo di Ripoli e le clarisse di Monticelli, non portò a risultati concreti. Forse anche per sottrarla al desiderio del chiostro, il padre Ulivieri le rese indisponibile la dote, condannandola di fatto alla totale dipendenza e ad un ruolo di passiva inutilità nell'economia domesti-
ca. Divenne ospite indesiderata e improduttiva nell'economia sociologica della famiglia - che grazie ai matrimoni si apriva al complesso gioco di alleanze, proprie dell'organizzazione consortile della società cittadina - e si vide contendere anche lo spazio casalingo necessario allo sviluppo della sua privata scelta devozionale.
 



Strappata per proprio uso una torre, ella vi si insediò come in un romitorio, sospesa sull'universo ostile dell'ambiente domestico e sulla città inquieta e piena dei contrasti politici di metà Duecento. Circondata da pochi oggetti cari alla sua devozione - una tavola della Vergine con in grembo un bambino, che sarà occasione di un'importante visione, o una reliquia dei capelli della Madonna - la giovane vedova ritagliò una sua personale disciplina dello spirito: si staccò sempre più dalla sfera attiva della pietà e della misericordia, vissuta agli inizi della sua conversione e propria invece di quell'ambiente di devoti appartenenti all'Ordine della penitenza (pinzocherí o coniugati, più tardi terziari), per i quali la sua figura, all'indomani della morte e della celebrazione della sua vita da parte dei francescani, sarebbe divenuta modello esemplare. Sempre più lontana dagli affetti del mondo - arrivò infatti quasi a ignorare i propri figli nella totale astrazione della preghiera - e in compenso provata con maggiore intensità da un demonio particolarmente efficace nella insinuazione del dubbio e dello sconforto, Umiliana giunse stremata dalla malattia alle soglie della morte, avvenuta il 19 maggio 1246.

Pochi mesi dopo, nell'agosto, i francescani dell'allora ancor piccola S. Croce ne organizzarono una solenne traslazione, mentre affidarono al più colto dei frati allora presenti in convento (fra Vito da Cortona) l'incarico di redigere una lunga e bella versione agiografica della sua vita (1248), alla quale fece seguito di lì a poco (1249) una raccolta di miracoli autenticati (opera di fra Ippolito da Firenze). Prendeva così l'avvio un culto che, dapprima destinato a costituire un riferimento ideologico alle pie donne che si riunivano attorno al convento francescano, fu poi amplificato nella tradizione minoritica, quando l'organizzazione del terz'ordine cominciò a richiedere, accanto a sempre più precisi interventi normativi, anche un quadro di riferimenti parenetici.

A. Benvenuti in Il Grande libro dei Santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardo, G. Zarri, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 1998.


VIDEO

I Frati Minori Conventuali
La Basilica di Santa Croce
UMILIANA DE' CERCHI 1219-2019
VIII ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELLA BEATA
presentano una mostra on-line e un video







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  • PREGHIERA



O Dio, grandezza degli umili, che nella Beata Umiliana dei Cerchi
hai dato alla Chiesa un sublime esempio di carità di povertà e pazienza,
fa' che per sua intercessione
portiamo serenamente la nostra croce e non ci separlamo mai da te.
Per Cristo nostro Signore. Amen.





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lunedì 4 maggio 2020

B. JUTTA DA SANGERHAUSEN o di KULMSEE Vedova Terziaria francescana



6 maggio

BEATA
JUTTA DA SANGERHAUSEN

(JUDITH di KULMSEE o di THURINGE)
Vedova Terziaria francescana



Sangerhausen (Turingia), XIII sec. – Kulmsee (Prussia), 6 maggio 1255.
 

In Turingia, Jutta, rimasta vedova con parecchi figli, prima praticò la povertà volontaria e, cresciuta la prole, servì lebbrosi e, in una visione Cristo le fece toccare la piaga del costato, Poi, votatasi alla vita contemplativa abitò un romitorio nella Prussia orientale, allora sotto il dominio teutonico, nei boschi di Kulmsee e Torun fino alla morte. Fu subito famosa per grazie mistiche e rivelazioni.

La B. Jutta nacque ai primi del sec. XIII dalla famiglia dei feudatari di Sangerhausen in Turingia e si sposò con un nobile del luogo. Dopo che il marito morì durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, Jutta cresciuti e avviati i figli alla vita religiosa, vivendo in povertà ella stessa si dedicò alla cura dei poveri e dei lebbrosi sull'esempio di S. Elisabetta d'Ungheria Margravia di Turingia.
Un suo parente era Gran Maestro dell'Odine dei Teutonici, i monaci guerrieri che diffondevano con la spada il cristianesimo nelle regioni del mar Baltico, e Jutta, probabilmente spinta dal loro esempio, nel 1260 si recò a sua volta in Prussia dove visse eremita a Kulmsee, pur dedicandosi alla diffusione del cristianesimo e lì morì nel 1264.
E' venerata come Patrona della Prussia, anche se il suo culto è circoscritto alle regioni che furono testimoni della sua opera di carità e di apostolato.


Martirologio Francescano: In Kulmsee, nella Prussia, la beata Gutta di Sangerhausen, Vedova Terziaria, la quale risplendette per virtù e per miracoli e dai fedeli è venerata come Patrona della Prussia (1264). Come giorno il Martyr.fr. indica il 28.






personaggio dai contorni storici incerti e poco studiati. Quasi tutte le informazioni in nostro possesso derivano infatti da una biografia del XVI sec., scritta in polacco dal gesuita Frederik Schembek (sulla base dell'Informatio canonica del 1275) e tradotta in latino da Giovanni Snini (negli AASS Maii, VII, Antwerpiae 1688, pp. 604-613), che tuttavia è stata dimostrata scarsamente attendibile in più di un punto da Papebroch e Westpfahl. Secondo questa vita, Jutta nasce a Sangerhausen in Turingia, e fin dalla prima giovinezza si dedica alla religione.

Matrimonio
Comprende di essere destinata al matrimonio (con un cavaliere al servizio del langravio Enrico di Raspe) e alla maternità, che accetta senza rinunciare alla propria crescita spirituale. Decide di abbracciare la povertà evangelica in seguito a una visione di Gesù, che rispondendo alle sue domande la invita a seguirlo. Le rinunce la riducono in uno stato tale da farla collassare e ricevere l'estrema unzione, ma riesce a riprendere le forze. 

Vita di carità

Dopo la morte del marito durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, Jutta si dedica inizialmente ai figli, avviandoli alla vita religiosa; dona poi tutte le sue ricchezze, si veste di una tunica e inizia a vivere di elemosine. In una nuova apparizione Cristo le comunica la sua partecipazione: Omnia mea tua sunt, et omnia tua mea. Cura i lebbrosi con tale abnegazione da prendere l'ostia dalla loro bocca, ricevendone a ricompensa altre visioni mistiche e interventi prodigiosi come l'allungamento del giorno durante la tappa di un viaggio, il recupero della salute dopo un digiuno totale di 14 giorni, l'incolumità delle mani poste su un tripode acceso. 

Vita contemplativa
Nel 1260, mentre la Polonia e la Prussia sono afflitte da invasioni (Tartari, Ruteni, Lituani), Jutta decide di trasferirsi nella Prussia orientale, a Kulm (o Kulmsee), vivendo in una baracca e conquistando la credibilità dei fedeli con miracoli come l'elevazione e il cammino sulle acque. ll suo sacrificio si orienta si orienta soprattutto a vantaggio dei neofiti, finché nel 1264 si ammala e il 5 maggio muore secondo 1'agiografo nel giorno dell'Ascensione, che tuttavia cadde il 5 maggio nel 1255, e non nel 1264). 


CULTO

Invocata dopo la morte, apre gli occhi, e in quel momento si diffonde intorno al corpo una fragranza soave, secondo un noto luogo comune delle agiografíe. Sepolta nella sua chiesa a Kulmsee, produsse altri miracoli post mortem, e presto fu venerata come patrona della Prussia: il culto fu promosso dal vescovo Heidenricus (Enrico), anche se il processo di canonizzazione richiesto dal clero locale (1275) non giunse mai a buon esito. 

Il culto popolare aveva come punto di riferimento un dipinto della sua cappella, poi sottoposto dalle autorità polacche a successivi restauri del colore. Lo accompagnava un'iscrizione, di cui riportiamo il testo
Prussia tam divos gaude observare patronos, / et sacra purpureis ossa reconde Iocis; / ne pestem ferrumque, famem patìaris et ignem, / horum subsidìa tuta sed esse queas. 
Nel 1637 il vescovo di Kulmsee Giovanni Lipski ufficializzò il culto e procedette alla ricognizione del sepolcro, dove tuttavia non trovò più le ossa. Oltre quella di Schembek, una seconda vita fu scritta nel 1616 da Martin Baronio. Affine a sant'Elisabetta d'Ungheria per la dedizione ai lebbrosi, la vicenda di Jutta, la cui presenza in Prussia è confermata da un accenno di Matilde di Magdeburgo, acquista rilievo anche come testimonianza spirituale dei rapporti nel XIII sec. fra Turingia e Prussia. (1)

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RIFLESSIONE

Quando i figli di Jutta entrarono in ordini religiosi, ella diede via tutti i suoi beni e mendicava per le strade girovagando per la campagna, scalza durante l’estate, dando tutto quello che aveva ai poveri che incontrava per le strade. Infine si stabili in Prussia, vivendo da sola in uno stabile fatiscente. Da questo eremitaggio, insegnava che una persona si avvicina maggiormente a Dio attraverso la malattia, l’esilio e la povertà amati per Cristo. Spesso la gente del villaggio vedeva santa Jutta levitate in aria, come se fosse sostenuta dagli angeli.

Questi bei racconti delle donne di vita interiore sembrano toccanti da lontano. Cosa pensereste voi se i vostri figli andassero a piedi nudi, senza un centesimo in tasca, parlando alla gente di Dio?

Pensate mai che essi possano essere ispirati dallo Spirito Santo o giungete rapidamente alla conclusione che il loro comportamento è una fuga dal "mondo reale" ?

PREGHIERA-MEDITAZIONE

Che le preghiere di Santa Jutta possano liberarci dalla eccessiva sicurezza riposta nelle cose di questo mondo. Per Cristo nostro Signore. Amen.


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L'IMMAGINE



Cavaliere Teutonico da una miniatura del Codex Manesse  – Heidelberg, Biblioteca Universitaria.


Mentre i Templari erano quasi tutti francesi e gli Ospitalieri prevalentemente italiani e francesi, all’Ordine Teutonico poterono aderire solo membri della nobiltà tedesca. Per saperne di più.

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fonti:
cfr. André Vauchez, La santità nel medioevo, p. 364, Soc. ed. Il Mulino, Bologna, 1981
(1) F. Stella in Il grande libro dei Santi, diz. enc. diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 1998.