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sabato 17 ottobre 2020

Santa GIOVANNA FRANCESCA FREMIOT DE CHANTAL del Terz'Ordine di San Francesco - francescana secolare - cofondatrice dell'Ordine della Visitazione di S. Maria (Visitandine)

 


12 agosto
Santa
GIOVANNA FRANCESCA FREMIOT DE CHANTAL
del Terz'Ordine di San Francesco
francescana secolare
cofondatrice dell'Ordine della Visitazione di S. Maria
(Visitandine)






Digione, Francia, 1572 - Moulins, Francia, 13 dicembre 1641


La via della santità è un percorso di coerenza interiore, è la ricerca della fedeltà del Vangelo in tutte le situazioni in cui ci si trova a vivere. Così accadde per santa Giovanna Francesca de Chantal, che fu sposa, madre e poi fondatrice di una famiglia religiosa, le Visitandine. Un itinerario non semplice, condiviso anche con san Francesco di Sales, che fu per lei un padre e che ebbe la futura santa come collaboratrice. Giovanna Frémiot era nata a Digione nel 1572 e a 20 anni sposò il barone de Chantal: ebbero sei figli. Nove anni dopo rimase vedova e allora, grazie anche alla guida di Francesco di Sales, si dedicò al progetto di una congregazione religiosa che si dedicasse all'assistenza dei malati. Presi i voti, la fondatrice fece crescere la congregazione e alla sua morte, avvenuta a Moulins nel 1641, le case erano già 75. (Matteo Liut)


Martirologio Romano: Santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, religiosa: dal suo matrimonio cristiano ebbe sei figli, che educò alla pietà; rimasta vedova, percorse alacremente sotto la guida di san Francesco di Sales la via della perfezione, dedicandosi alle opere di carità soprattutto verso i poveri e i malati; diede inizio all’Ordine della Visitazione di Santa Maria, che diresse pure con saggezza. Il suo transito avvenuto a Moulins sulle rive dell’Allier vicino a Nevers in Francia ricorre il 13 dicembre.



Breviario francescano: Proprio della Santa

indice
VIDEO BIOGRAFICO
BIOGRAFIA
RIFLESSIONE
PREGHIERA-MEDITAZIONE



VIDEO BIOGRAFICO




BIOGRAFIA

Giovanna era figlia di Bénigne Frémiot, presidente del parlamento di Borgogna, e della moglie, che morì mentre i figli erano ancora bambini. Il marito si dovette occupare della loro crescita, con una gran-
de attenzione per l’istruzione religiosa. Giovanna prese il secondo nome di Francesca, al momento della sua confermazione; all'età di vent’anni sposò Christophe de Rabutin, barone di Chantal, e divenne castellana a Bourbilly. Nei successivi nove anni, ripristino l’ordine e amministrò la casa e la proprietà, trascurata sin dalla morte della suocera.
La vita coniugale era destinata però a essere segnata dalla tragedia: i suoi tre figli maggiori morirono subito dopo la nascita, il marito morì nel 1601, per un incidente durante una battuta di caccia. Sopravvisse per nove mesi, soffrendo pene atroci, e ricevette gli ultimi sacramenti con dignità e rassegnazione.
Dopo la sua morte, la vedova pronunciò un voto di castità e visse con i figli che le restavano a casa di suo padre, a Digione, o in quella dello suocero, il vecchio barone di Chantal, a Montelon, vicino ad Autun.



San Francesco di Sales

Le lettere di san Francesco di Sales a Giovanna di Chantal
sono tra i documenti più belli dell'amicizia spirituale giunti fino a noi.




Durante uno dei soggiorni a Digione nel 1604, udì le omelie di S. Francesco di Sales e lo persuase a diventare suo confessore. In base ai suoi consigli, Giovanna osservava il culto e seguiva una severa regola di vita, allo stesso tempo dedicando molto tempo ai figli e assistendo i poveri, i malati e i morenti della zona.
Per un certo periodo, influenzata dall’amicizia con le monache carmelitane di Digione, pensò di abbracciare la vita monastica, ma dopo aver pensato e pregato molto, accetto la proposta di S. Francesco di fondare la congregazione della Visitazione della Vergine Maria. Secondo i progetti, il convento sarebbe stato a disposizione delle donne che, a causa di malattie, vecchiaia o altri motivi, non potevano entrare a far parte degli ordini claustrali. Le consorelle non avrebbero avuto l’obbligo della clausura e avrebbero liberamente lavorato all’interno della congregazione.
Il convento (sulla riva del lago di Annecy) fu inaugurato la domenica della Trinità del 1610. Con Giovanna Francesca de Chantal ricevettero il velo altre due sorelle, Marie Favre e Charlotte de Bréchard, as- sieme a una servitrice, Anne Coste. Presto furono raggiunte da altre dieci suore; S. Francesco scrisse il suo famoso Trattato dell’Amore di Dio specificamente per questa congregazione.
La proposta di eliminare l’obbligo della clausura suscito molte opposizioni, in ambito ecclesiastico, e alla fine S. Francesco fu costretto ad accettare che l’Ordine della Visitazione osservasse questa norma, anche se fu redatta con moderazione.
Madre de Chantal era ovviamente libera di lasciare Annecy per badare ai figli e fondare nuove case. L’anno seguente prese il velo, e, alla morte del padre, si recò a Digione dove trascorse alcuni mesi per sistemare i suoi affari e iscrivere il figlio in collegio.
Ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione di monasteri a Lione, Moulins, Grenoble e Bourges; inoltre nel 1619, nonostante la grande ostilità e le opposizioni, riuscì a istituire una casa a Parigi. Per richiesta di San Francesco di Sales, San Vincenzo de’ Paoli ne fu direttore, e la badessa di Port-Royal, Angelica Arnaud, fu così colpita dall’attività dell’Ordine della Visitazione, da tentare, senza risultati, di
dimettersi dal suo ufficio ed entrarvi. Attraeva, a quanto pare, l’insegnamento di S. Francesco di Sales (che, diversamente da molti suoi contemporanei, attribuiva molta importanza alla qualità spirituale dell'umiltà piuttosto che alle punizioni corporali) e la buona e saggia direzione di madre de Chantal, che San Vincenzo de’ Paoli descrisse come "una delle anime piu sante mai incontrate".
Ma la tragedia giunse presto: la morte di S. Francesco di Sales nel 1622 fu un brutto colpo per lei, e nel 1627 il suo unico figlio maschio fu ucciso durante i combattimenti contro gli inglesi e gli ugonotti nell’Ile de Ré. Quest'ultimo lasciava una moglie giovane e una figlia, che non aveva ancora compiuto un anno, che più tardi divenne nota come Madame de Sévigné.
Nel 1628, una terribile epidemia di peste infuriò in Francia, Savoia, e Piemonteg madre de Chantal rifiutò di partire, offrendo le risorse del monastero alle necessità degli ammalati e spingendo le autorità locali a compiere sforzi maggiori. La morte di un genero amatissimo e di p. Michele Favre, confessore di S. Francesco e intimo e leale amico delle visitandine, furono altre prove difficili.
Anche se rimase ferma nella fede e nella rassegnazione, attraversò periodi di grande depressione spirituale e angoscia interiore, che si può rintracciare in molte sue lettere. A dispetto di questo, i conventi della Visitazione continuavano a moltiplicarsi: nel 1635 ce n’erano già sessantacinque, alcuni mai visitati da lei. Madre de Chantal comincio a visitarli tutti.
Nel 1641, a sessantanove anni, si recò in Francia per intraprendere un pellegrinaggio di carità. La regina, Anna d’Austria, la invitò a Parigi, e (suo malgrado, dato che preferiva lavorare in secondo piano) fu trattata con molto riguardo e onore. Sulla via del ritorno, s’ammalò vicino al convento di Moulins, dove mori il 13 dicembre 1641. Il corpo fu trasportato a Annecy e seppellito vicino a quello di S. Francesco di Sales; fu canonizzata nel 1767. (1)
Alban Buttler

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"Sono dell'avviso che la vera devozione consiste principalmente nel donarsi e abbandonarsi interamente a Dio, con tutto quel che ci appartiene, e, dopo di questo, lasciare a Lui la cura di tutto ciò che ci riguarda " 
- santa Giovanna Francesca Fremiot de Chantal 

Sebbene desiderasse entrare nella vita religiosa, san Francesco di Sales le consigliò di aspettare finché i ragazzi fossero più grandi; nel frattempo le consigliò come semplificare la sua vita di preghiera, prima piena di devozioni particolari, in modo da esaudire re i suoi desideri più profondi di unione contemplativa con Dio.
Alla fine, furono presi accordi per i ragazzi più grandi e lei fu libera di fondare il famoso Ordine della Visitazione, dedito alla preghiera contemplativa. Quest’Ordine crebbe oltre i confini di Annecy, prima in Francia e poi in altri paesi del mondo.
Qualcuno dice che Giovanna abbandonò i figli troppo presto. Quando entro nell’Ordine, suo figlio, un adolescente indisciplinato e testardo, malgrado gli accordi precedenti, adeguati e amorevoli, ebbe un attacco nervoso e si gettò sul pavimento dinanzi al portone. Lei dovette scavalcarlo per iniziare il suo viaggio. I genitori degli adolescenti potrebbero scandalizzarsi meno dei critici per il comportamento di Giovanna e comprendere il suo bisogno di lasciarlo. In effetti, ella per molti anni, per amore suo e degli altri figli, aveva rinviato la vita che Dio voleva per lei.

RIFLESSIONE


Molte donne, ancora oggi, scelgono di rimandare progetti di carriera per provvedere alla cura amorosa dei figli. Tuttavia, ciò può risultare difficile, quando si é circondati da altre mamme che decidono di far carriera, mentre i figli sono ancora piccoli. Santa Giovanna de Chantal ci insegna a prepararci per ruoli futuri crescendo nell’amore di Dio, nella preghiera e nell’amore per il prossimo, badando ai nostri figli e ad altri che sappiamo bisognosi di cure materne. (Ovviamente, agiremo secondo le esigenze particolari di ciascuna). In questo modo saremo meglio preparati a realizzare opere particolari per il Corpo di Cristo. (2)

PREGHIERA-MEDITAZIONE

Da una lettera di Giovanna de Chantal ad una suora sul come seguire la regola nei conventi della Visitazione: "Sappi, cara sorella, che la maggiore responsabilità del nostro incarico é guidare le anime che il Figlio di Dio ha redento con il suo sangue prezioso, non come la padrona o la governante di una casa, ma come una madre cui è affidata la cura delle spose e dei servi di Dio. Questi devono essere trattati con rispetto e amore ...". 






Note
(1) Alban Buttler, Il grande libro dei santi, ed. PIEMME, Casale Monferrato (AL), 2001.
(2) Ronda De Sola Chervin, Donne Sante. Storie di duecento donne, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1995.

lunedì 12 ottobre 2020

per conoscere la B. DELFINA DA GLANDEVES del terz'ordine di s. francesco / ofs



26 novembre

Beata

DELFINA DI GLANDEVES
moglie di S. Elzeario di Sabran
del Terz'Ordine di San Francesco
Francescana secolare




Puimichel, Francia, c. 1285 - Apt, Francia, 1360



Il nome e la figura di questa Santa furono ben noti ai fedeli francesi del tardo Medioevo. Anche da noi sono noti e usati i nomi di Delfino e di Delfina, ma si sa come questi siano tipici della Francia e costituissero un tempo, non il nome, ma il titolo dei primogeniti o delle primogenite dei Re francesi, cioè dei principi ereditari che, in attesa di salire al trono, venivano investiti del feudo francese del Delfinato.
Santa Delfina ci appare come una incantevole figura di donna, che passa nel mondo portando ovunque la luce della sua grazia, il profumo della sua virtù, il tepore del suo affetto. Non una santità clamorosa, che abbia scavato un solco nella storia del suo tempo o abbia lasciato un nodo di fuoco nel tessuto della Chiesa. Una santità delicatamente femminile, che si allargò attorno a lei come linfa silenziosa e generosa, a nutrire nel bene quanti furono a lei vicini durante la sua lunga vita.

Figlia unica dei Conti di Marsiglia, era nata a Puy-Michel, nel 1283, e fin da bambina la sua presenza fu di luce e di consolazione alla sua famiglia. A dodici anni era già fidanzata con un giovane non inferiore a lei per gentilezza di tratti, nobiltà di sangue e bellezza d’animo. Infatti Elzeario, il promesso sposo, era figlio del Signore di Sabran e Conte di Ariano, nel reame di Napoli; alla nascita, sua madre l’aveva, in spirito, offerto a Dio, e più tardi un austero zio l’aveva educato in monastero.

Le nozze avvennero quattro anni dopo. Fu un matrimonio "bianco", perché i due giovani sposi scelsero la castità come più alto e più arduo mezzo di spirituale perfezione. Nel castello di Ansouis, i due nobili coniugi vissero non da castellani, ma da penitenti; non da feudatari, ma da asceti degni dei tempi eroici della prima Chiesa.

Passati nel castello di Puy-Michel, entrarono a far parte del Terz’Ordine di San Francesco.

La loro vita interiore s’arricchi allora di una nuova dimensione, quella della carità, attraverso la quale essi, ricchi di condizione, si fecero simili ai poveri per soccorrere i poveri. Delfina e il marito si dedicarono cosi, dopo le penitenze, le preghiere, le mortificazioni, a tutte e sette le opere di misericordia, rifulgendo in tutte, nessuna esclusa.

Quando Elzeario fu invitato nel suo Ducato di Ariano, quale ambasciatore nel Regno angioino di Napoli, la benefica attività dei due sposi continuò in un ambiente ancor pita difficile. I Napoletani infatti erano ostili ai governanti angioini. Tumulti e ribellioni, provocati dallo scontento, erano all'ordine del giorno.
Nel Regno angioino, i due Santi furono ambasciatori di concordia, di carità e di preghiera. Continuarono le loro opere buone, moltiplicando i propri sforzi e i sacrifici, fino a conquistarsi l’ammirazione del popolo.

Elzeario morì poco dopo, a Parigi, e venne sepolto in Provenza. Delfina invece gli sopravvisse a lungo, ed onorò la memoria del marito nel migliore dei modi possibili, continuandone cioé le opere buone e imitando le virtù, che ella stessa aveva ispirato nel consorte, con la sua schiva ma suasiva vicinanza.

Ebbe la più grande gioia che possa toccare ad una moglie, desiderosa della felicità, non solo terrena, del proprio marito. Non era infatti ancor morta quando vide il marito posto dalla Chiesa nel numero dei Santi.
Allora anch'ella, quasi novantenne, poté reclinare la testa nell'eterno riposo. Venne sepolta accanto al marito, al quale poco dopo, sarebbe stata unita anche dal riconosciuto titolo di santità.
Piero Bargellini

PER UN APPROFONDIMENTO VEDI
S. ELZEARIO DI SABRAN




Martirologio Romano: Ad Apt nella Provenza in Francia, beata Delfina, che, moglie di sant’Elze­aro di Sabran, insieme al quale fece voto di castità, dopo la morte del marito visse in povertà e dedita alla preghiera.

Martirologio Francescano: In Apt, in Francia, la Beata Delfina di Glandèves, vedova del Terz'Ordine, celeberrima per la nobiltà di casato, per la gloria della verginità che conservò illibata nel matrimonio col castissimo suo marito S. Elzeario e per la fama delle virtù e dei miracoli. Il Pontefice Innocenzo XII permise che la sua festa venisse celebrata con Ufficio e Messa (1360).






DELFINA E ELZEARIO, CASTI CONIUGI

Sebbene abbastanza rari, ci sono esempi di santi e di sante che si sono conservati perfettamente casti nella vita coniugale, astenendosi da ogni rapporto sessuale pur vivendo accanto al coniuge. Nei processi di canonizzazione si insiste allora sul "lungo tormento sopportato per amore di Dio" da questi santi.
Gli esempi non mancano, ma forse non ce ne sono di più simpatici di quello offerto da una coppia, 
quella di S. Elzeario e della B. Delfina, che trascorre in una regione profumata — Apt, Puimichel o Cabrieres — una vita che pare "uscita direttamente dalla Leggenda aurea", come osserva André Vauchez.

Delfina è nata infatti a Puimichel, probabilmente nel 1285. Era figlia del signore del luogo. La madre era di Barras, a circa dieci chilometri da Digne. Giovanissima, Delfina perde i genitori; ha una sorellastra, dal leggiadro nome di Alayette, che entra presto in convento. Quanto a Delfina, i parenti che le restano, degli zii, la mettono nel monastero agostiniano di Santa Caterina, a Soys, dove si trova sua zia, una certa suor Cecilia, che probabilmente esercita una forte influenza sulla bambina. I suoi zii la riprendono quando ha tredici anni, poiché la vogliono maritare. Carlo II d’Angiò, re di Sicilia, la destinava al figlio del conte di Ariano. Delfina rifiuta: dichiara alla sua famiglia che ha deciso di restate vergine e di votarsi a Dio. Furore degli zii, che insistono tanto più in quanto temono che il re fraintenda la causa dei rifiuto, e vi veda una maniera mascherata di respingere la domanda.
Per cercare di convincere la fanciulla, e ritenendo che un religioso la potrà influenzare meglio di loro, fanno intervenire un francescano, a cui Delfina comunica esplicitamente la sua intenzione di votarsi a Dio. Il religioso le spiega la difficile situazione in cui metterebbe la sua famiglia, e le consiglia di consentire comunque al fidanzamento, salvo poi rifiutare il matrimonio, in seguito. Delfina si lascia persuadere e scambia le promesse richieste con il giovane Elzeario (Auzias) di Sabran, probabilmente nel 1297. 
Tre anni dopo, il 5 febbraio 1300, il matrimonio è celebrato ad Avignone. Delfina ha quindici anni, due di più dei giovane sposo. Quando quest’ultimo le parla di rapporti sessuali, risponde invocando 1'esempio di Cecilia e di Valeriano suo sposo, nell'antichità, oppure la vicenda di Alessio che abbandonò il tetto familiare la sera delle sue nozze. E lo fa con tanta gentilezza, si legge nel processo di beatificazione di Delfina, che Elzeario "si mise a piangere, per un senso fortissimo di devozione".
Tuttavia, senza scoraggiarsi, ogni tanto insiste con la giovane moglie, al punto che un giorno essa si ammala, colpita da una forte febbre, e fa sapere al suo sposo che guarirà solo se egli le prometterà di vivere accanto a lei in uno stato di astinenza perpetua. Poco dopo Elzeario parte per assistere a una vestizione nel castello di Sault. Durante questa assenza riflette profondamente sulla richiesta di una sposa che ama, e decide di accettare la sorprendente situazione che ne deriva per entrambi. 
Poiché era morto suo padre, dovette recarsi in Italia per regolare la successione; la sua assenza si sarebbe protratta per quattro anni. Quando ritorna, Delfina gli confessa di avere fatto voto di verginità nella cappella del castello di Ansouis. Lungi dall'adombrarsi, Elzeario vuole pronunciare lo stesso voto; dopodiché i due sposi ricevono insieme la comunione dalle mani del loro confessore. Entrambi trascorrono la vita compiendo opere buone, tanto quanto possono.
Pur amministrando i suoi beni e possedimenti, Elzeario ha riunito a Puimichel una piccola comunità che accetta una regola di vita che potremmo dire monacale: funzioni religiose, discorsi spirituali, opere di carità. Apparentemente vive come un gran signore del suo tempo, ma ha visioni mistiche; e, sebbene Elzeario condivida il letto della sua sposa, quest’ultima dorme vestita, ed entrambi quando sono soli nella loro camera si alzano e pregano insieme. 
Elzeario fu inviato alla corte di Francia per un’ambasciata: si trattava di proporre una sposa per il duca di Calabria. Durante questa assenza, mentre si trovava ad Avignone e pregava, Delfina ebbe improvvisamente la visione di tutta la famiglia del conte vestita di nero. Capì che Elzeario era morto. E infatti qualche tempo dopo la notizia giungeva da Parigi alla Provenza. Delfina pianse a lungo quello sposo così amato, fino al giorno in cui, mentre pregava nuovamente, nella sua camera, a Cabriéres, egli le apparve e disse: "Il nostro vincolo si è spezzato; ne siamo liberi". Infatti entrambi erano ormai liberi da quel legame coniugale che era stato insieme la loro gioia e il loro tormento.
In seguito Delfina decise di vendere tutto quello che possedeva per darne il ricavato ai poveri, prendendo alla lettera le parole del Vangelo: prima i beni mobili, poi i castelli. Poiché la regina di Sicilia, Sancia, moglie del re Roberto, glielo chiese, si recò a Casasana in Sicilia, dove resto parecchi anni per prendersi cura della regina e farle compagnia. Li fece voto di povertà assoluta, conforme all'iniziativa presa in Provenza. Convocò i suoi familiari, i domestici, dichiarando che tutto ciò che si trovava nella sua residenza apparteneva loro e che ne avrebbero goduto vita natural durante, con l’obbligo di donate tutto ai poveri dopo la morte: "Se, per amore di Dio, vi piacesse tenermi con voi, insieme a mia sorella monaca, e procurarci le cose necessarie alla vita come fareste con due donne povere qualsiasi, spero che Dio vi compenserà... E voglio che d’ora in poi non mi consideriate pù come la vostra signora, ma solo come vostra compagna e come una semplice pellegrina che avete ospitato in nome di Cristo".
Ritornata in Provenza, partecipava a tutti i lavori domestici e specialmente a quelli più semplici, come scopare o lavare i piatti. Portava solo abiti grossolani di semplice bigello, e, in testa, un velo di tela di lino.
Delfina morì trentasette anni dopo il suo sposo, nel 1360, "il giorno successivo a Santa Caterina, all’aurora". Aveva settantasei anni, ed era gia malata da parecchio tempo. Elzeario era stato dichiarato santo dopo un processo avviato nel 1351. Tre anni dopo la morte di Delfina cominciava anche il suo processo di beatificazione. Le persone del suo ambiente riferirono numerosi miracoli accaduti poco dopo la sua morte. Infatti il 26 novembre 1360 il suo corpo, rivestito del saio dei frati minori, era stato trasportato nella chiesa di Santa Caterina.
La notte successiva si udi risuonare una musica armoniosa, riferiscono dei testimoni. Molti dichiarano di essere usciti per vedere donde provenissero quei canti, ma, poiché non videro nessuno, li attribuirono ai cori angelici. Un certo Stefano Martino, che non poteva camminare senza le grucce, entro nella chiesa e ne usci guarito, quel 6 novembre; e il giorno dopo il procuratore di Apt, Raybaud de Saint-Mitre, che aveva deciso di offrire un pasto ai poveri nella casa della contessa, fu sorpreso vedendo arrivare molte pù persone di quelle previste. Egli aveva fatto cuocere solo un'émine, vale a dire circa cinque litri di piselli; ce ne sarebbe voluto il triplo, per nutrire le duecento persone circa che si presentarono; ma dopo che tutti ebbero mangiato rimase ancora una grossa marmitta piena di piselli. Dunque i miracoli si susseguirono dopo la morte di Delfina, tanto che, nel 1363, fu intrapreso il suo processo di canonizzazione.
 L’arcivescovo di Aix, i vescovi di Vaison e di Sisteron furono incaricati dell’indagine, che cominciò il
14 maggio 1363 ad Apt, nella chiesa dei Francescani conventuali. Una seduta solenne nella cattedrale riunì tutta la folla, che approvo il processo e dichiarò la santità della contessa d’Ariano.
Da quel momento il processo con le deposizioni dei testimoni oculari e considerato concluso. Il testo e consegnato al papa nell'ottobre successivo. Ma a questo punto i penosi eventi che affliggevano la cristianità avevano un contraccolpo. Urbano V, che allora occupava il trono pontificio di Avignone, e che era il figlioccio di Elzeario, si trovava in una posizione difficile. Desiderava rientrare a Roma, effettuò persino un ritorno che sarebbe stato brevissimo, e preferì rinviare la canonizzazione di Delfina. Poi si succedono, ad Avignone, dal 1378, pontefici eletti in condizioni più che dubbie, e con i quali si apre il periodo chiamato del Grande Scisma. Occorre attendere il 1417 perché siano ristabilite, nella Chiesa, la pace e l’unità. Nel frattempo, nella cappella dei Conventuali di Apt, il corpo di Delfina era stato deposto in una cassa vicino a quella che conteneva le spoglie del suo sposo sant’Elzeario. Il tempo passava. Il processo non fu mai ripreso. Elzeario è sempre venerato come santo, mentre Delfina ha solo diritto al titolo di beata.
Lo strano destino di questa coppia di santi assume tutto il suo rilievo solo se e collocato sullo sfondo tragico e perturbato in cui visse. Sappiamo che nel XIV secolo hanno luogo
grandi catastrofi naturali: la carestia del 13 15-16, la peste nera del 1348; e, oltre alle guerre franco-inglesi, la cristianità è in uno stato di incertezza di fronte a un papato un poco indebolito, tenuto al guinzaglio dal re di Francia e dall'Università di Parigi, e residente ad Avignone dal 1309. In quest’epoca cosi perturbata, la santità di questa coppia vergine e totalmente accordata con la vita del Regno di Dio e i destini escatologici dell’umanità intera assume un alto significato: "Saranno come angeli nel cielo", si legge nel Vangelo.
In maniera più concreta, Elzeario e Delfina, nella loro preoccupazione costante di approfondire la fede che li anima, sono utili più volte. Elzeario è amico di un famoso francescano, Francesco di Maironnes, del convento di Sisteron, che, recatosi a Parigi per insegnare, ha potuto assistere il conte di Ariano nel momento della sua morte. 
Quanto a Delfina, i testimoni del suo processo dichiarano più volte che sapeva persuadere coloro che "avevano opinioni false, o parlavano male del Sommo Pontefice». Si doveva discutere intensamente nella regione avignonese, e non a torto, di fronte a una corte pontificia di cui il meno che si possa dire è che conduceva un’esistenza poco conforme alla povertà evangelica! 
Ancor più, il suo processo è l’eco delle asserzioni eretiche allora molto diffuse intorno alla Santa Trinità e al "Regno dello Spirito Santo" che annunciavano numerosi visionari, e che aveva l’effetto di introdurre nella vita divina una specie di "quaternità": conseguenza delle predicazioni profetiche di un Gioacchino da Fiore, che al suo tempo non era stato quasi ascoltato, ma di cui lontani discepoli riprendevano le accese teorie intorno a una Chiesa dello Spirito Santo che sarebbe succeduta a quella di Cristo. Sappiamo in che modo tali errori avessero trovato spesso eco nei francescani, nel ramo di quelli che erano chiamati spirituali. 
Un certo Durando, che depone al processo di Delfina, mostra la contessa "inorridita" dalle opinioni eretiche di un frate minore di cui non ha potuto ricordare il nome e che era venuto da Napoli per discutere con lei sulla fede nella Trinità. "Si serviva di sofismi per tentare di provare che c’era in Dio una quarta persona" dichiara. La contessa rispose ricordando l’insegnamento della Chiesa e il simbolo di Atanasio.  In un’altra occasione, fu davanti al papa stesso, Clemente VI, che Delfina, chiamata a discutere con santi dottori, li sbalordì con la sua autorità; e tutti conclusero che non poteva sapere tante cose "se non per ispirazione dello Spirito Santo".
Si tratta probabilmente dello stesso Durando di cui più testimoni narrano la vita al processo di Delfina, da cui fu miracolato. Si trattava di un guascone, Durando Amaldo de la Roque Ayniére. Lui e alcuni compagni imperversavano per la Provenza, nel 1358, quando caddero in un’imboscata preparata dalla gente di Ansouis, che, senza processo, li gettò in un pozzo "profondo circa ventidue canne", come precisa un testimone o chiusero con grosse pietre, poi si allontanarono. Quando gli avevano legato le mani, Durando aveva invocato nel suo cuore la contessa Delfina, che era allora ad Apt, e
di cui lo aveva profondamente colpito la fama di santità. Ora, in fondo al pozzo, dove era stato gettato il lunedì, torno in sé il mercoledì mattina, e una voce interiore gli disse: "Alzati,
esci di qui"; si accorse che i cadaveri dei suoi compagni che erano stati gettati prima di lui avevano attutito la sua caduta, e che era stato colpito solo da una grossa pietra, alla tibia. Riuscì ad alzarsi, gridò con tutte le sue forze; stupefatti, quelli che erano nel castello lo sentirono, gli portarono delle corde e o tirarono fuori sano e salvo. In seguito Durando si recò da Delfina, ascoltò le sue esortazioni e si convertì, si confessò e per qualche tempo resto vicino ad Apt, nel romitaggio di Santa Maria di Clermont. Pare che in seguito sia diventato frate, probabilmente a Rocamadour. Nel processo di canonizzazione depone a tre riprese.

Regine Pernoud, La Vergine e i santi nel medioevo, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1994.


venerdì 9 ottobre 2020

Per conoscere la B. MARGHERITA DI LORENA terziaria francescana, poi clarissa



2 novembre

Beata
 MARGHERITA DI LORENA
vedova
Terziaria francescana
poi Clarissa




Vaduémont 1463 - Argentan 2 novembre 1521


Margherita, la nipote prediletta di re Renato di Sicilia, duca d'Angiò e di Lorena, nasce a Vaudémont nel 1463. Giovanissima, sposa Renato, duca d'Alençon. La vita dei due è messa a dura prova dai disastri provocati dalla guerra dei cent'anni. Per Beatrice è dramma quando Renato muore nel 1492, lasciandola sola con tre figli ancora piccoli. A loro si dedica facendone dei giovani ben educati e pronti a spiccare il volo. Convolati i tre a ricche nozze, Margherita distribuisce i suoi beni ai poveri e alla Chiesa, mantenendo per sé quanto serve per un modesto sostentamento, e si ritira nel castello di Essai, dove si sottopone alle più crude penitenze, tanto da indurre il vescovo a consigliarle moderazione. Si dedica allora a curare gli ammalati. Intanto matura una vocazione più specifica alla vita religiosa, che realizza entrando tra le clarisse di Argentan, con le quali condivide la vita di austerità e di amore. Colpita da grave malattia, muore la sera del giorno dei defunti, nel 1521. (Bibbia Francescana)



Martirologio Romano: A Mortagne nella Normandia, beata Margherita di Lorena, che, un tempo duchessa di Alençon, rimasta vedova, professò l’obbedienza alla vita regolare nel monastero di Clarisse da lei stessa fatto costruire.

Martirologio Francescano: In Argentan, nella diocesi di Séez, in Francia, la Beata Margherita di Lorena, Vedova, duchessa di Alençon, del Secondo Ordine, illustre per ammirabili virtù di cui diede prova nell'amministrazione del suo principato e in ogni stato di vita. Il Papa Benedetto XV ne approvò il culto immemorabile.






La Beata Margherita di Lorena, duchessa di Alençon, nacque nel 1463 a Vaduémont in Francia. Venne allevata alla corte del buon Re Renato di Avignone e ricevette la sua educazione sul testo della "Leggenda aurea" di Jacopo da Varagine e altre vita dei Santi, traendone un tal profitto spirituale che a dieci anni sognava di diventare eremita. Nel 148 quando ritornò in Lorena, sua cognata si assunse l'incarico di continuare la sua educazione in modo altrettanto pio.
A dieci anni, durante una passeggiata nel bosco, la nipotina del Re Renato di Sicilia, Duca d'Angiò e di Lorena, si nascose con alcune coetanee, destando apprensione tra le persone del seguito. Ritrovata prima di notte, confessò di aver voluto darsi alla vita eremitica.
Non furono molti a stupirsi, sapendo come il nonno facesse leggere alla bambina le Vite dei Padri del deserto e come il buon Sovrano angioino non si mostrasse né sorpreso né contrariato notando questa precoce vocazione all'ascetismo nella sua nipotina prediletta.
Nata nel 1463, Margherita era ancora adolescente quando il nonno morì. Tornata in Lorena , qualche anno dopo sposò il Duca d'Alençon, che si chiamava anch'egli Renato. Ma la vita dei due sposi non fu facile, perché i disastri della Guerra dei Cent'Anni angustiavano il piccolo Ducato. E peggio fu quando Renato d'Alençon morì, nel 1492, lasciando Margherita vedova a 32 anni, con tre figli ancora bambini.
Da allora, la vita della donna forte fu dedicata all'educazione dei tre orfani, che i parenti avrebbero voluto sottrarre alla sua tutela, e che ella invece seppe far crescere tra i più promettenti e ammirati giovani di sangue reale, e finalmente sposare con ottimi matrimoni.
Una volta libera dall'impegno dei figli, Margherita di Lorena volle anche liberarsi dal peso del ducato, portato con scrupolosa abnegazione durante 22 anni di vedovanza. Dei suoi beni personali fece tre parti: una destinata ai poveri, l'altra alla Chiesa, la terza al proprio sostentamento. Poi si ritirò nel castello di Essai, che divenne un vero monastero laico, in stretto contatto con le Clarisse di Alençon.
Il Vescovo della Diocesi dovette invitare la Duchessa a moderare il proprio zelo ascetico, che la portava non solo a trascorrere notti quasi insonni, in preghiera, a indossare cilici, a digiunare a lungo, ma anche a disciplinarsi con estremo rigore per provare, com'ella stessa soleva dire, "qualcosa della Passione di Gesù".
Cedendo alle esortazioni del prelato, Margherita di Lorena accettò di mutare metodo: prese a curare le piaghe degli ammalati, presso un dispensario da lei aperto a Mortagne.
Finalmente, la vocazione religiosa della nipotina del buon Re Renato poté essere coronata nel modo più completo e anche più austero, quando Margherita entrò tra le povere Clarisse di Argentan, accettando di condividere la durissima vita delle figlie di Santa Chiara, che oggi la onorano come una loro Beata.
Dopo due anni, la Duchessa si ammalò. A chi le proponeva un cambiamento d'aria, rispose che era necessario obbedire alla Regola, ma non era necessario vivere. Infatti non visse a lungo, e si preparò alla morte rimettendosi completamente nelle mani della Madre Superiora, perché questa la rimettesse a sua volta nelle mani del Salvatore.
Morì da vera clarissa, la sera del giorno dei defunti, nel 1521. Sul petto le fu trovata una croce di ferro, con tre punte che penetravano nella carne della Duchessa di Lorena, nipotina preferita del Re Renato d'Angiò.
Piero Bargellini


Fonte: Piero Bargellini, Mille Santi del giorno, Vallecchi ed., Fi, 1977


PREGHIERA



O Dio, che nella Beata Margherita di Lorena 
hai dato alla tua Chiesa un esempio di carità verso i poveri 
e di distacco dai beni della terra, 
per sua intercessione fa' che anche noi esprimiamo, 
nel rapporto con i nostri fratelli, 
l'immagine viva della tua bontà. 
Per Cristo nostro Signore. 
Amen.

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giovedì 8 ottobre 2020

Per conoscere la B. DULCOLINA terziaria francescana

 

29 ottobre

Beata
 DULCOLINA
(o Dolcina)
del Terz'ordine di San Francesco
Francescana secolare




Sec. XIII






Martirologio Francescano: In Marsiglia, in Francia, la beata Dulcolina, o Dolcina, Vergine Terziaria, sorella del beato Ugone da Digne (fonfessore, commemorato il 21 febbraio) celebrata per le sue virtù e per i miracoli (c. 1274).



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venerdì 25 settembre 2020

Beato CARLO DI BLOIS Duca di Bretagna del Terz'ordine di San Francesco / Francescano secolare

 


29 settembre

Beato
 CARLO DI BLOIS
Duca di Bretagna
del Terz'ordine di San Francesco
Francescano secolare







Blois, 1318-19 - Auray 1364

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Nacque nel 1320 da Guido di Châtillon e da Margherita di Valois, sorella del re di Francia, Filippo VI. Unì alle doti fisiche e intellettuali profonde virtù cristiane: pietà, umiltà, spirito di sacrificio. Il 4 giugno 1337 fu dato come sposo a Giovanna di Penthièvre, nipote del duca di Bretagna e sua erede presuntiva. Morto il 30 aprile 1341 Giovanni III di Bretagna, Carlo, per difendere i diritti della moglie, dovette scendere in armi contro Giovanni di Montfort, fratellastro del defunto, che rivendicava per sé il ducato. 
Questa lotta di successione, un capitolo della guerra «dei cent'anni», trasformò la Bretagna in un campo di battaglia dove si affrontarono Francia e Inghilterra, alleate dei due partiti avversi. Carlo, leale cavaliere, si fece un dovere di combattere, anche se la sua indole lo avrebbe portato a una vita di contemplazione e di preghiera. Scriverà: «Sarebbe stato meglio che io fossi frate minore, perché il popolo di Bretagna non può aver pace a causa dei nostri contrasti e tuttavia io non posso farci nulla senza il consiglio dei baroni».
Dal 1341 al 1347 la guerra gli fu favorevole: in questo periodo apportò nella chiesa dei Francescani di Guingamp abbellimenti sontuosi e fece costruire una cappella reale dedicata a san Luigi d'Angiò. Ma il 20 giugno 1347 cadde prigioniero nella battaglia della Roche-Derrien. Conobbe allora una lunga e dolorosa cattività a Londra (1348-56): in quegli anni scrisse la biografia del suo santo prediletto, San'Ivo di Bretagna (terziario francescano anch'egli, ndr), di cui aveva ottenuto dal papa la canonizzazione. 
Liberato, poté godere di una pace relativa: nel 1363 la guerra riprese nonostante gli arbitrati e, il 29 novembre 1364, Carlo soccombette nella battaglia di Auray. Il suo corpo, rivestito del cilicio, fu inumato presso i Francescani di Guingamp. 

Culto - Subito il popolo lo venerò come santo, ma fu sette anni dopo la sua morte che Giovanna di Penthièvre fece intraprendere le pratiche per ottenere la canonizzazione di Carlo, nonostante gli sforzi contrari di Giovanni IV di Montfort. Il papa Gregorio XI, trascurando l'opposizione del duca, aprì il processo apostolico che si tenne dal 9 settembre al 18 dicembre 1371 e di cui si conserva copia degli atti nel ms. Vat. Lat. 4025. Le guerre e lo scisma di Occidente fermarono la procedura, ma la causa fu ripresa il 4 settembre 1892: il 14 dicembre 1904, Pio X confermò il culto immemorabile reso a Carlo dichiarandolo beato.
Il culto verso di lui fu organizzato, fin dall'inizio, dai Francescani. Andata distrutta (1591), durante le guerre di religione, la chiesa di Guingamp, il corpo di Carlo fu trasportato nella nuova chiesa della Madonna delle Grazie, fuori di città, che divenne meta frequentatissima di pellegrinaggi. Vi si conservano ancora, in un modesto reliquiario, offerto nel 1753 dal duca di Châtillon, resti del beato.
Viene festeggiato il 20 giugno a Blois; e il 30 ottobre nelle diocesi di Bretagna.

fonte: Bibliotheca Sanctorum - Enciclopedia dei Santi





Martirologio Romano: Presso Vannes sulla costa della Bretagna, beato Carlo da Blois, uomo pio, mite e umile: duca di Bretagna, avrebbe desiderato entrare tra i Frati Minori, ma, costretto a difendere la propria sovranità contro un nemico, forte nelle difficoltà, subì una lunga carcerazione e fu ucciso in combattimento presso Auray.

Martirologio francescano: Nella Bretagna, il Beato Carlo De Blois, Duca di Bretagna e Confessore del Terz'Ordine, il quale anante sempre della Religione e della patria, superò con lo splendore delle virtù la gloria del casato. Il suo culto immemorabile ebbe l'approvazione e la conferma del Sommo Pontefice Pio X (1364).




Carlo di Blois; la cui storia occupa un capitolo ridotto nella storia della Guerra dei Cent’anni, era figlio di Guido di Chatillon, conte di Blois, e di Margherita, sorella di Filippo VI di Francia. Nato nel 1319, fu noto in gioventù per la bontà e il coraggio. Nel 1337 sposo Giovanna la Zoppa di Penthievre, nipote ed erede di Giovanni III, duca di Bretagna che, in vista del matrimonio, aveva nominato Carlo come erede, ma quando alla morte di Giovanni (1341) Carlo reclamò il ducato, dovette affrontare un rivale: Giovanni di Montfort, fratellastro del duca. Questo scatenò la lotta tra i due uomini, che continuarono a combattersi fino alla morte di Carlo: anche se né lui né la moglie risolsero il problema, come avrebbero invece potuto fare ritirandosi, Carlo s’offri di sistemare la questione personalmente in un duello. Al rifiuto del rivale, quando la guerra prosegui, fece il possibile per ridurne gli effetti sui sudditi. Dopo la presa di Nantes, per esempio, la sua prima azione fu di assicurarsi che i poveri avessero cibo a sufficienza e che i feriti fossero adeguatamente curati, e lo stesso avvenne dopo le battaglie di Rennes, Guincamp e cosi via.
Carlo, nel frattempo, fondo alcune case religiose affinché i monaci potessero pregare per la sua causa e per le anime di quelli che morivano nei combattimenti; si recò scalzo in pellegrinaggio al sepolcro di S. Ivo (19 mag.) a Tréguier per lo stesso scopo. Alcuni suoi seguaci pensavano che avrebbe fatto meglio a diventare monaco, e quando sospese l’assedio di Hennebont per permettere alle truppe di partecipare alla Messa, uno degli ufficiali protestò apertamente. Carlo gli rispose "Possiamo avere sempre città e castelli: se ci saranno portati via, Dio ci aiuterà a riaverli, ma non possiamo permetterci di perdere la Messa".
Alla fine, nonostante 1’aiuto ricevuto dal re di Francia, Filippo IV di Valois (1328-50), Carlo fu sconfitto da Giovanni di Montfort, con l'appoggio di re Edoardo d’Inghilterra (1327-77).
Era riuscito a resistere per un breve periodo, ma nel gennaio 1347, dopo la battaglia di Crécy e il sacco di Poitiers, fu sconfitto nella battaglia di La Roche-Derrien vicino a Tréguier, fatto prigioniero, e spedito in Inghilterra. La somma di denaro richiesta come riscatto fu cosi enorme che dovette trascorrere nove anni nella Torre di Londra prima di riottenere la libertà. Durante la prigionia scrisse una biografia di S. Ivo di Bretagna, mentre la pazienza e la devozione gli fecero guadagnare l’incondizionata ammirazione dei suoi carcerieri.
Finalmente, dopo aver conquistato la libertà, il 12 luglio 1363, accettò di dividere il ducato, ma sfortunatamente sua moglie non fu d’accordo, perciò Carlo infranse il patto, continuando a rivendicare la totalità del regno per altri nove anni, con alterne fortune. L’ultima battaglia avvenne ad Auray il 29 settembre 1364: davanti a Carlo vi era un esercito di soldati britannici capeggiati da Giovanni Chandos: Bertrando du Guesclin fu fatto prigioniero, e Carlo ucciso sul campo di battaglia, poi seppellito a Guincamp.
Furono riferiti miracoli avvenuti sul suo sepolcro, ed esisteva un movimento tenace che portava avanti la causa della canonizzazione, a dispetto delle proteste di Giovanni IV di Montfort, che temeva che ciò potesse danneggiare la sua posizione in Bretagna. Sembra che papa Gregorio XI (1370-78) avesse, infatti, autorizzato la canonizzazione, ma nella confusione causata dalla sua partenza da Avignone nel 1376, la bolla non fu mai scritta; nonostante questo il popolo continuò a venerarlo, e il culto fu confermato da papa S. Pio X (26 ago.) nel 1904.




Charles de Blois Chattilon, viene fatto prigioniero
al termine della battaglia di Roche Derrien nel 1347


martedì 22 settembre 2020

PER CONOSCERE IL B. JAKOB (FRANCESCO ALESSANDRO) KERN del III ordine di s. francesco e poi canonico premostratense



20 ottobre
Beato
Jakob (Francesco Alessandro) Kern
Sacerdote
Francescano secolare
poi Canonico Premonstratense



Lione, 16 aprile 1826 - 20 ottobre 1924


Fece voto di castità. Entrò nel Terz’Ordine di S. Francesco ai 14 anni. Poi entrò nell’Ordine dei Canonici Regolari Premostratensi di Geras (Austria). La sofferenza è stata la sua fedele compagna di vita.

Franz Alexander Kern viene battezzato 18 aprile 1897presso la chiesa (di) di Penzing . Nel 1908 entrò nel seminario minore dell'Arcidiocesi di Vienna a Hollabrunn . Uno dei suoi compagni di classe è Rudolf Henz . Nel 1911, si è unito al Terzo Ordine dei Francescani e fece voto di castità. 
Il 17 ottobre 1915, parte per la prima guerra mondiale . Il11 settembre 1916, sul fronte italiano, ha riportato gravi lesioni ai polmoni e al fegato ed è rimasto a letto per mesi in condizioni critiche. Viene promosso aspirante ( Fähnrich ) e riceve la Medaglia al coraggio. 
Dichiarato non idoneo, è entrato nel seminario di Vienna il20 ottobre 1917e iniziò a studiare teologia , prima di essere richiamato verso la fine della guerra. 
La partenza di Isidor Bogdan Zahradník (de) dal monastero di Strahov per la Chiesa nazionale ceca portò Kern, poi all'Abbazia di Geras (de) , a Strahov, dove il18 ottobre 1920 prende il nome religioso di Jakob, in omaggio a Jacques La Coupe, uno dei martiri di Gorcum . 
Il 23 luglio 1922, è stato ordinato sacerdote a Vienna. A causa del suo infortunio di guerra, ha ripetuti attacchi di tosse e tosse con sangue. Tuttavia assicura la sua funzione di vicario a Geras e nella sua parrocchia. 
Il 10 agosto 1923, è entrato nell'ospedale di Oberhollabrunn e gli sono state asportate quattro costole. A causa della sua cattiva salute, l'operazione dovrebbe essere eseguita senza anestesia. Nel 1924 subì nuovamente la stessa operazione, ancora senza anestesia. Durante una terza operazione, il20 ottobre 1924, è morto nell'ospedale generale di Vienna. Quello stesso giorno avrebbe pronunciato la sua professione perpetua . Per la sua sofferenza e il suo dolore, è considerato un modello di espiazione .


Martirologio Romano: A Vienna in Austria, beato Giacomo (Francesco Alessandro) Kern, sacerdote dell’Ordine Premonstratense: ancora studente, chiamato alle armi nella prima guerra mondiale e gravemente ferito, si dedicò in seguito con ogni sollecitudine al ministero pastorale, che esercitò per breve tempo, colpito da una lunga e inesorabile malattia, che egli accettò con fortezza d’animo, in pacifica obbedienza alla volontà di Dio.









Francesco Alessandro Kern, nacque a Vienna l’11 aprile 1897, la madre aveva desiderato la sua venuta e da piccolo lo introdusse alla vita religiosa; partecipò sin da ragazzino alla vita della parrocchia e proprio lì sentì la chiamata a seguire Cristo.
La famiglia, la comunità parrocchiale, la scuola, gli amici, sono fattori determinanti e terreno fertile per una vocazione. In tal modo giunse nel seminario diocesano di Hollanbrunn; amava e preferiva l’adorazione del Santissimo e aveva un culto particolare per Gesù; in seguito entrò nella Confraternita dell’Espiazione del Cuore di Gesù.
Fu coinvolto nella Prima Guerra Mondiale, essendo ancora seminarista, fu reclutato nel 1915, dovette partecipare ad una guerra di cui non comprendeva i motivi di fondo, ciononostante compì il suo dovere, instaurando buoni rapporti con i commilitoni, che rispettarono le sue convinzioni e il suo agire conformi al desiderio di essere sacerdote.
L’11 settembre 1916 venne ferito gravemente, con perforazione dei polmoni e fegato, per lui erano iniziate “le settimane sante” come le chiamò in seguito; le ferite non vennero curate bene, lottò contro la morte nel Lazzaretto, sopravvisse miracolosamente.
Durante quella guerra insensata, proseguì gli studi di teologia a Vienna, sebbene cagionevole di salute, mentre diveniva luogotenente con altre esperienze in guerra; finito il conflitto ritornò al seminario di Vienna; tutto ciò non era contraddittorio per quell’epoca, un futuro pastore di anime deve poter vivere fra la gente, nella vita quotidiana, per poter comprendere le necessità e gli stati d’animo.
Si pose all’ascolto della volontà di Dio per il futuro, saputo che nella vicina Regione Ceca, dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico, si era costituita una chiesa nazionale, di cui uno dei più attivi artefici fu un monaco premostratense di Strahov, Isidoro Zahradnik, che aveva abbandonato il suo monastero con altri confratelli.
Francesco Kern maturò la decisione di subentrare al posto di coloro che avevano lasciato il monastero, che sorgeva lungo i confini cechi. Il suo direttore spirituale accettò che il giovane Kern provasse per un anno la vita come religioso nell’abbazia di Geras, influì il fatto che questa antica abbazia fondata nel 1153, aveva assistito pastoralmente molte parrocchie e che Kern consapevole dei suoi limiti di salute, credeva che l’Istituzione di s. Norberto fosse adatta a lui; il suo desiderio era di impegnarsi completamente per gli altri.
Subì per due volte l’asportazione di più costole, senza anestesia, perché il suo debole cuore non poteva sopportarla; i suoi terribili dolori potevano essere sopportati solo condividendoli con le sofferenze di nostro Signore.
Francesco Alessandro Kern entrò a Geras (Vienna) nel 1920 prendendo il nome di Jakob, compì il noviziato e grazie ad una dispensa papale venne ordinato sacerdote nel 1922, la sera e la notte precedente alla sua prima Messa, ebbe una grave emorragia, si temette che avrebbe celebrato la prima messa in cielo.
Il 20 ottobre 1924 fece la sua gioiosa professione religiosa; il giorno successivo il 21 ottobre ricevé il Viatico e ritornò al cielo a soli 27 anni.
Fu la sua una vita intensamente variegata anche se breve, da fanciullo e studente diligente, da giovane rispondente alla sua vocazione, da seminarista attivo, da soldato e ufficiale in guerra, da ferito con lo strascico di dolori incredibili, da sacerdote e monaco impegnato, da vittima espiatrice con la sua vita, per la glorificazione del Cuore di Gesù.
Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato il 21 giugno 1998 a Vienna, durante la sua visita pastorale in Austria.

Autore: Antonio Borrelli
su Santi, beati e Testimoni

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CAUSA

La richiesta formale di apertura della causa di canonizzazione fu depositata presso la Congregazione per i Riti a Roma il 15 novembre 1956 e quest'ultimo dipartimento ne consentì l'apertura a Vienna dove il suo arcivescovo metropolita Franz König inaugurò il processo diocesano il 18 marzo 1958 e ne supervisionò chiusura prima del suo ritiro nel 1985. 

L'introduzione formale alla causa avvenne il 2 luglio 1985 dopo che Kern fu nominato Servo di Dio e la Congregazione per le Cause dei Santi emise il " nihil obstat " ufficiale ("niente contro" alla causa). Il CCS ha successivamente convalidato il processo diocesano il 4 giugno 1993 e ha ricevuto il dossier ufficiale della Positio non molto tempo dopo questo nel 1993. I teologi hanno rilasciato la loro approvazione alla causa il 17 febbraio 1995 mentre il CCS si è riunito e ha anche votato a favore della causa il 6 giugno 1995. Kern è stato proclamato Venerabile l'11 luglio 1985 dopo che Papa Giovanni Paolo II ha confermato il fatto che Kern aveva vissuto una vita cristiana modello di virtù eroica sia cardinale sia teologica . 

L'indagine per un miracolo è avvenuta nella diocesi di origine e ha ricevuto la convalida della CCS a Roma il 20 maggio 1994 prima di essere passata a una commissione medica il 4 luglio 1996 che ha approvato il miracolo. Anche i teologi l'hanno approvato il 24 gennaio 1997 e i cardinali e vescovi membri del CCS hanno seguito l'esempio il 15 aprile 1997 prima che Giovanni Paolo II emettesse la sua approvazione definitiva al miracolo il 7 luglio 1997. Giovanni Paolo II ha beatificato Kern il 21 giugno 1998 in occasione della sua visita apostolica nella nazione austriaca. 

L'attuale postulatore assegnato alla causa è il Rev. Gabriel Wolf.

martedì 2 giugno 2020

VENERABILE LODOVICO GASTON DE SEGUR Vescovo, Francescano secolare


9 giugno
Venerabile
LODOVICO GASTON DE SEGUR

Vescovo
Terziario francescano


 



Parigi 15 aprile 1820 - 9 giugno 1881


Era figlio dei conti Eugène e Sofia de Ségur. In giovinezza si dedicò alla pittura ed ebbe un discreto successo come artista. Destinato alla carriera diplomatica, fu avviato agli studi giuridici e nel 1842 fu inviato come addetto d'ambasciata a Roma.
Fin dalla giovinezza fu attivo nella società San Vincenzo di Federico Ozanam. Entrò ventiduenne nel seminario parigino di Saint-Sulpice e il 18 dicembre 1847 fu ordinato sacerdote: dal 1852 al 1856 soggiornò a Roma, dove fu uditore di Rota e confidente di papa Pio IX.
Ebbe il titolo di protonotario apostolico e canonico di Saint-Denis. A causa di problemi alla vista rinunciò all'episcopato e tornò in Francia, dove promosse numerose associazioni religiose e devote; fu autore di libri e opuscoli apologetici e devozionali, nonché riguardanti questioni sociali e di politica ecclesiastica.
Promosse e preparò il primo Congresso eucaristico internazionale, celebrato a Lilla nel 1881, ma morì poco prima.
Le sue opere furono raccolte in 10 volumi pubblicati a Parigi tra il 1876 e il 1877.

Martirologio Francescano: In Parigi, in Francia, il Servo di Dio Lodovico Gastone de Segur, Vescovo Titolare di S. Dionisio e Confessore, il quale illustò il Terz'Ordine Serafico della Penitenza con la parola e con lo scritto e specialmente con l'ammirabile santità della sua vita (1881).




Per un approfondimento: Paolo Risso in Santi e beati da Il Settimanale di Padre Pio

domenica 17 maggio 2020

SANT'IVO DI BRETAGNA, L'AVVOCATO E IL SACERDOTE, VITA DI UN TERZIARIO FRANCESCANO


19 maggio
SANT'IVO DI BRETAGNA

Sant' Yves (Ivo) Hélory de Kermartin
(Erwan in bretone)

Avvocato e Sacerdote,
Francescano secolare



ca. 1235 - 1303



Ivo, chiamato anche Ivo (Yves) Hélory e Ivo (Yves) di Kermartin, era un avvocato divenuto prete e parroco a metà della sua vita. Dopo la sua morte e canonizzazione fu invocato come patrono degli avvocati e dei giudici.
Era nato a Kermartin, nei pressi di Tréguier in Bretagna, dove il padre era proprietario terriero. Studiò diritto canonico e teologia a Parigi per dieci anni e diritto civile per altri tre anni a Orléans; al suo ritorno in Bretagna nel 1262 fu nominato “ufficiale”, o giudice, del tribunale ecclesiastico della diocesi di Rennes, ma ben presto il vescovo di Tréguier lo richiese per lo stesso incarico. Si guadagnò la reputazione di totale imparzialità e incorruttibilità, prendendosi cura speciale dei poveri citati in giudizio. A lui si attribuisce l'invenzione del "gratuito patrocinio" per coloro che non si potevano permettere di pagare le spese processuali.
Spesso tentava di persuadere i litiganti a trovare un accordo prima di ricorrere al tribunale, come insegna il Vangelo, onde evitare processi costosi e inutili. Tutto ciò diede vita a un motto in latino: "S. Ivo era un bretone, un avvocato e non un ladro, cosa mirabile agli occhi del popolo». Fonti contemporanee ci parlano del suo dono per la riconciliazione, della sua propensione a patrocinare la cause dei poveri in altri tribunali e, opera di misericordia, a visitarli in carcere.
Nel 1284 fu ordinato prete e gli fu affidata la parrocchia di Tredez e tre anni dopo, date le dimissioni da magistrato, s'impegnò totalmente nella parrocchia. Dopo pochi anni fu promosso in quella di Louannec, dove costruì un ospedale, si prese cura dei poveri e si occupò personalmente dei vagabondi. Ancor maggior peso ebbe il suo impegno per le necessità spirituali del suo gregge.
Era in grado di predicare in tre lingue (latino, francese e bretone) ed ebbe grande reputazione come arbitro imparziale in ogni tipo di dispute. Fin dai tempi in cui era studente aveva condotto una vita austera, con digiuni e preghiere, penitenze per le quali andava famoso; in seguito sarebbe giunto al punto di dare ai poveri il raccolto di grano che gli spettava.
Durante la Quaresima del 1303 cadde malato e morì alla vigilia della festa dell'Ascensione dopo aver celebrato Messa predicando con grande fatica. Fu canonizzato il 18 maggio1347. (1)


Martirologio Romano: In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.

Martirologio Francescano: In Lohanec, nella Bretagna, Sant'Ivone Prete, Confessore del Terz'Ordine, il quale per amor di Dio difendeva le cause dei pupilli, delle vedove e dei poveri e illustre per santità e per miracoli dal Sommo Pontefice Clemente I fu annoverato tra i Santi (1303).



E' invocato come protettore di orfani, avvocati, cancellieri di tribunale, giudici, magistrati, notai, portieri e usceri, procuratori, professori di diritto, ufficiali giudiziari, poveri.

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Ivo è oggi considerato un santo tipicamente bretone, il cui culto è soprattutto diffuso nella Francia occidentale.
Non fu tuttavia sempre cosi, poiché alla fine del Medioevo egli fu assai popolare in tutta la cristianità. La sua figura e gli inizi del suo culto sono ben conosciuti grazie agli atti del processo di canonizzazione, svoltosi a Tréguier nel 1330, nel corso del quale vennero raccolte le deposizioni di circa duecentocinquanta testimoni, fra i quali figuravano persone che l'avevano conosciuto da vicino. Da questi atti derivano tutte le successive Vite in latino e in lingua volgare, che ispirarono a loro volta un'abbondante iconografia.




Il personaggio che conosciamo con il nome di Ivo si chiamava in effetti, in lingua bretone, Erwan. Nato nel 1235, discendeva da una famiglia di piccoli cavalieri, gli Hélory, che risiedeva a Minihy (Côtes d”Armor), nei pressi della città episcopale di Tréguier, e fu educato da sua madre, coadiuvata da un precettore, nel maniero di Kermartin. 
Verso i quindici anni lasciò la regione in cui era nato per recarsi a Parigi a compiere gli studi superiori. Dopo aver seguito i corsi della Facoltà delle arti, si specializzò in diritto canonico (1268-1272) e passò in seguito all'università di Orléans, particolarmente rinomata per la qualità degli insegnamenti giuridici, dove si trattenne fino al 1274. Dopo un nuovo soggiorno a Parigi, dove tra 1274 e 1277 compì studi di teologia, completò la sua formazione di canonista ancora a Orléans, sotto la guida di Pietro de la Chapelle nel 1279-1280.
Questa lunga formazione universitaria gli aprì subito la carriera ecclesiastica: Ivo divenne ufficiale, cioè giudice, dell'arcidiacono di Rennes - città nella quale frequentò il convento dei frati minori per perfezionare la sua cultura teologica - e successivamente, nel 1284, del vescovo di Tréguier, nel Nord-ovest della Bretagna. Il vescovo Alain de Bruc gli assegnò in beneficio la parrocchia di Trédrez, vicino a Lannion, e in seguito quella di Louannec. 

Avrebbe potuto condurre l'agiata esistenza di un chierico ben provvisto di rendite e rispettato per la sua scienza e la sua autorità, se verso il 1290 non avesse deciso di mutare vita cercando di aiutare i diseredati e i poveri condividendone la sorte. Prese a vivere in maniera ascetica, a ospitare nella sua casa mendicanti e orfani e a distribuire le proprie ricchezze in elemosine. Verso il 1297 rinunciò all'incarico di giudice ecclesiastico per intraprendere lunghi giri di predicazione nei villaggi della regione. Morì il 19 maggio 1303,al ritorno da un pellegrinaggio a Locronan, dove si era recato con un gruppo di fedeli.

  • CULTO

Sul suo sepolcro non tardarono a verificarsi eventi miracolosi, che spinsero il duca Giovanni III e i vescovi della Bretagna a chiedere l'apertura di un processo di canonizzazione. La richiesta fu reiterata nel 1329 dal re di Francia e dall'università di Parigi. Papa Giovanni XXII ordinò allora un'inchiesta sulla vita e i miracoli di Ivo che si svolse a Tréguier nel 1330. La causa fu ripresa dal nuovo duca Carlo di Blois, che era personalmente assai devoto a sant'Ivo e che si recò ad Avignone da Clemente VI per richiederne la canonizzazione, la quale avvenne il 18 maggio 1347. Poco tempo dopo i suoi resti furono traslati nella cattedrale di St-Tugdual di Tréguier, e nel 1420 vennero riposti in uno splendido sepolcro in pietra fatto costruire dal duca Giovanni V. Distrutto nel 1793, esso venne ricostruito nel 1885.

Nel 1348 la sua Vita in latino fu tradotta in francese da Jean de Vignay e inserita negli adattamenti della Legenda aurea in lingua francese. Nel 1351 il capitolo generale dei frati minori, riunito a Lione, stabilì di iscrivere il suo nome nel martirologio francescano, a motivo degli stretti legami avuti da sant'Ivo con l'ordine. Fu quest'ultimo a contribuire alla diffusione del suo culto, in particolar modo in Italia, dove Ivo comparve ben presto sia fra i santi del Terz'ordine sia nelle raccolte agiografiche sia nell'iconografia. In tutta la cristianità, inoltre, si posero sotto la sua protezione numerose corporazioni di uomini di legge e di giuristi e furono intitolate a lui varie chiese, come quella di Parigi che fu dotata di ricchi beni dai re di Francia. Nell'Italia centrale il suo culto fu diffuso dai numerosi mercenari che fin verso il 1380 combatterono a servizio del papato. A metà del XV sec. il card. bretone Alain de Coetivy ottenne da papa Callisto III l'autorizzazione a costruire a Roma una cappella e un ospizio intitolati al santo e destinati ad accogliere i pellegrini provenienti da quella regione.


G. Vasi - S. Ivo dei Bretoni - chiesa la cui facciata si scorge sulla sinistra
sullo sfondo a destra l'obelisco di piazza del Popolo






Il culto di sant'Ivo, molto diffuso tra XIV e XVII sec., andò in seguito declinando, tranne che in Bretagna, dove si era profondamente radicato nella pietà popolare e nella cultura folcloristica attraverso la pratica del «perdono››. Ogni anno infatti si svolgeva, e si svolge ancora, il grande «perdono di sant'Ivo››, celebrato in occasione della sua festa, il 19 maggio. Si tratta di una processione che partendo dalla cattedrale di Tréguier, dove riposano i resti del santo, si reca a Minihy, piccolo villaggio la cui chiesa è costruita sul luogo dell'antica cappella del maniero di Kermartin nel quale visse e morì Ivo.




Ma la devozione verso questo santo ha assunto nel passato anche forme meno ortodosse. Fino all'inizio del XX sec. si andava in pellegrinaggio alla cappella di St-Yves de la Vérité, a Trédarzec, non lontano da Tréguier: chi riteneva di non aver avuto giustizia in un processo, faceva sette volte il giro della cappella lanciando imprecazioni contro i suoi avversari, e accendeva infine un cero a sant'Ivo perché li castigasse. La tradizione voleva che prima di partire per questo pellegrinaggio la persona che si riteneva vittima di un'ingiustizia gettasse un soldo davanti alla casa di chi 1'aveva offeso. Quest'ultimo, se si riteneva innocente, doveva raccogliere la moneta, altrimenti essa veniva portata a sant'Ivo, e il colpevole sarebbe morto nel corso dell'anno.




Dal processo di canonizzazione emerge di sant'Ivo una duplice immagine: da una parte quella di un giudice ecclesiastico incorruttibile e benevolo verso le persone di umile condizione e i poveri; dall'altra quella di un sacerdote santo, totalmente dedito alle attività pastorali e in particolar modo alla predicazione.

Alla fine del Medioevo fu la prima immagine a prevalere, come testimoniano le raffigurazioni iconografiche e il fatto che il santo divenne assai presto il patrono dei giuristi e delle facoltà giuridiche delle università, sia in Francia sia in Germania e in Italia. Sanctus Ivo erat Brito / Advocatus et non latro / Res miranda populos questa breve strofa, che risale al XIV sec., mostra bene il fondamento della popolarità del santo. Come giudìce a Rennes e poi a Tréguier egli aveva infatti goduto di un vero potere, poiché la giustizia ecclesiastica aveva allora ampie competenze. Essa giudicava infatti non solo i chierici, ma anche i laici per ciò che riguardava i sacramenti, in particolare il matrimonio, le scomuniche e i testamenti.
Ivo si segnalò all'attenzione dei suoi contemporanei perché rendeva prontamente giustizia, invece di lasciare che le cose si trascinassero per le lunghe, come facevano numerosi giudici, soprattutto quando le parti in causa erano persone di modeste condizioni: egli divenne ben presto celebre per la sua integrità e la sua imparzialità. In ogni caso faceva opera di conciliazione, cercando di ristabilire la concordia tra le parti piuttosto che lasciarle impegnare in costosi processi, e prendeva le difese dei poveri, delle vedove, dei minori e degli orfani che non potevano pagarsi un avvocato, come ben mostra l'affresco del Sodoma che si trova nel palazzo di giustizia di S. Gimignano.




L'altra immagine di sant'Ivo, che ha maggiormente attirato l'attenzione della Chiesa, soprattutto in età moderna, e che è ben illustrata nelle magnifiche vetrate della chiesa di Montcontour (Côtes d'Armor, XVI sec.), è quella dello zelante sacerdote parrocchiale. Gli atti dell'inchiesta del 1330 ce lo mostrano infatti dedito alla predicazione nelle parrocchie, fatto nuovo e raro in un'epoca nella quale i preti secolari bretoni, sia per negligenza sia per incapacità, non pre- dicavano molto. Ivo si preoccupava invece di far conoscere ai fedeli la parola di Dio, e la sua cultura giuridica e universitaria non sembra gli abbia impedito di trasmettere a pescatori e a semplici contadini il messaggio evangelico.

Non ci è rimasto nulla dei suoi sermoni, ma le testimonianze raccolte nel 1330 sottolineano il profondo effetto che essi suscitavano negli ascoltatori, ai quali il santo mostrava la necessità della penitenza, cercando di inculcare in loro le virtù cristiane. Uomo della parola, Ivo era anche un uomo del Libro, e chi lo aveva conosciuto non mancò di sottolineare l'importanza rivestita nella sua vita quotidiana dalla lettura della Bibbia, che egli portava sempre con sé, e del breviario. La sua reputazione di uomo nobile e colto non fu certamente estranea al prestigio di cui godette durante la sua vita nelle campagne di Tréguier, ma lo spettacolo di quest'uomo ritornato nei campi per condividere la condizione dei contadini e dei poveri era di per sé sufficiente a colpire e a commuovere gli animi, e ciò basta a spiegare il fervore che si manifestò dopo la sua morte e i numerosi miracoli che gli vennero subito attribuiti.

Nella storia della santità cristiana la sua canonizzazione costituisce una tappa importante, poiché essa attesta, per la prima volta dalla fine dell'Antichità, la possibilità per un semplice prete di accedere alla gloria degli altari, privilegio fino allora riservato a vescovi, monaci e religiosi. Ben prima di quello del curato d'Ars, il culto di sant'Ivo offrì alla Chiesa l'occasione di promuovere un modello di santità sacerdotale attraverso la figura di un uomo che associò la pratica delle più alte virtù cristiane - in particolare la giustizia e la carità - all'esercizio del ministero pastorale. (2)



Inno di S. Erwan - Antico canto bretone


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fonti:
(1) Alban Butler, Dizionario dei santi secondo il calendario, Piemme, Casale Monferrato (AL), 2001
(2) André Vauchez in Il grande libro dei Santi, Diz. encicl. diretto da C. Leonardi-A.Riccardi-G.Zarri, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1998.